Trump prigioniero della sua guerra
Con l’aggressione illegale dell’Iran, il presidente americano Trump si è infilato in un vicolo cieco, nonostante i rischi più che prevedibili, perché, in piena sintonia con il premier/criminale di guerra israeliano Netanyahu, riteneva fossero maturi i tempi per una non più rinviabile resa dei conti con questo paese. Da oltre quattro decenni, la Repubblica Islamica rappresenta l’ostacolo principale alla proiezione degli interessi strategici di USA e Israele in Medio Oriente e gli eventi degli ultimi anni, con il rafforzarsi delle dinamiche multipolari, hanno ancora di più assegnato a Teheran un ruolo cruciale nei progetti energetici e infrastrutturali di integrazione eurasiatica. Questi fattori e la grave sottovalutazione della resistenza iraniana a un attacco militare rendono quindi l’esito della guerra nientemeno che decisivo per il futuro dell’Impero. Una sconfitta o, più precisamente, il mancato raggiungimento degli obiettivi, per quanto espressi confusamente dall’inquilino della Casa Bianca, metterebbe in serissimo dubbio le capacità degli Stati Uniti di imporsi come potenza dominante in un mondo in rapido cambiamento e che già da tempo ha registrato l’inesorabile indebolimento della loro posizione sullo scacchiere internazionale.
I fatti seguiti all’operazione di Hamas nell’ottobre del 2023 hanno in apparenza creato le condizioni in Medio Oriente per un drastico rilancio delle mire espansioniste dello stato ebraico, del tutto allineate agli interessi americani. Ciò che è seguito – dalla Palestina al Libano, dalla Siria fino alla “guerra dei 12 giorni” contro l’Iran nel giugno 2025 – ha dato a Washington e Tel Aviv la ferma convinzione che ci fossero ormai tutte le condizioni per dare l’assalto decisivo alla “testa del serpente” e riordinare definitivamente a proprio favore gli equilibri regionali.
Come per Hezbollah in Libano, dove si è riaperto l’altro principale fronte di guerra, i calcoli relativi all’Iran sono risultati essere però sbagliati. Sia il partito-movimento sciita nel paese dei cedri sia la Repubblica Islamica hanno subito mostrato un livello di preparazione e resistenza sorprendenti. L’Iran, in particolare, ha saputo sfruttare al massimo i vantaggi geografici virtualmente ineguagliati che gli consentono, come sta di fatto avvenendo, di influenzare traffici commerciali, catene di approvvigionamento in ambito non solo energetico e stabilità economica a livello globale.
Questi fattori rendono l’ipotesi di una guerra rapida e relativamente indolore un miraggio per Trump e Netanyahu. In altre circostanze, la sola minaccia del ricorso alla forza o le pressioni (ricatti) economiche possono portare a successi più o meno facili e all’imposizione delle condizioni americane senza iniziative troppo dispendiose. Nel caso dell’Iran, invece, la risposta è stata immediata e inaspettata, causando seri danni a Israele e agli “asset” americani nella regione, costringendo oltretutto gli aggressori a ridimensionare almeno per il momento gli obiettivi della guerra, come dimostrano ad esempio i riferimenti sempre più rari al cambio di regime a Teheran.
Le complicazioni sono anche di tipo politico, con l’opinione pubblica internazionale in larghissima misura contraria a una campagna militare criminale e gli alleati occidentali di Washington molto cauti nel valutare l’ipotesi di partecipare direttamente alle operazioni, come vorrebbe la Casa Bianca. Una prudenza che non deriva peraltro da disaccordi sostanziali con gli obiettivi americani, quanto appunto dalle preoccupazioni per le conseguenze di un ingresso in una guerra ingiustificata e ultra-impopolare, anche se poi Trump può contare sulla quasi totale disponibilità logistica degli alleati.
Questi fattori evidenziano, a un livello più profondo, l’incapacità sempre più chiara da parte degli Stati Uniti di basare le proprie azioni su un principio di interessi comuni, ovvero che l’avanzamento degli interessi di Washington corrisponda all’avanzamento di quelli di tutto l’Occidente “democratico”. Una tesi impossibile da sostenere in presenza di contraccolpi pesantissimi sul fronte economico a causa di un’aggressione unilaterale e senza nessuna giustificazione legale o morale.
In uno scenario simile, la questione decisiva per la Casa Bianca sembra consistere nella definizione di “successo”, considerando che l’eventuale presa d’atto dell’impossibilità di piegare l’Iran avrebbe implicazioni devastanti. Il mantenimento del programma nucleare civile, di quello missilistico e il controllo sullo Stretto di Hormuz al termine della guerra metterebbero infatti in discussione in maniera radicale la capacità americana di imporre i propri interessi e, con ciò, la dottrina “neo-con” dell’inevitabilità del primato USA nel mondo, legittimato in primo luogo da una potenza militare ineguagliabile.
Da qui, ancora, deriva il problema della strategia da implementare per far girare a proprio favore le sorti della guerra. Il tentativo di fabbricare un dialogo con Teheran con ogni probabilità inesistente, con il corollario di una “proposta” in 15 punti che ammonta a tutti gli effetti a una resa totale da parte iraniana, sembra essere naufragato sul nascere in seguito al fermo rifiuto della Repubblica Islamica.
Trump e Netanyahu appaiono in definitiva prigionieri delle proprie visioni egemoniche sganciate dalla realtà. Essendo diventata, quella in corso, una guerra letteralmente di sopravvivenza, non possono essere contemplati passi indietro e ancora meno anche la sola considerazione delle richieste avanzate dall’Iran per arrivare a un accordo di pace. L’opzione dell’escalation resta di conseguenza la più probabile, ma implica rischi (e perdite) potenzialmente enormi, senza contare il fatto che ogni giorno che passa la crisi economica globale si aggrava. In arrivo nella regione ci sono alcune migliaia di Marines e paracadutisti, in previsione di una qualche operazione di terra che per molti osservatori sarà praticamente inevitabile. La pianificazione di questo passo è tuttavia improvvisata, visto che non era prevista al momento del lancio dei primi missili sull’Iran, e il livello di mobilitazione che richiederebbe un’invasione di un paese sterminato difficilmente ipotizzabile nel breve periodo. Quello che accadrà nei prossimi giorni darà forse un’idea più precisa delle intenzioni americane.
Resta ad ogni modo il fatto che quella in corso non è una guerra come le altre che hanno caratterizzato questi decenni di declino dell’Impero, proprio perché questa parabola è arrivata alla congiuntura decisiva con lo scontro con l’Iran e l’esito avrà conseguenze determinanti sugli equilibri internazionali a lungo termine. Ciò rende perciò gli eventi a cui il mondo sta assistendo probabilmente anche i più pericolosi dal secondo dopoguerra a questa parte.

