Un NO di sana e robusta Costituzione
Una generazione solitamente assente dalle urne si è recata a votare. Ad un quesito tecnicamente ingarbugliato e di non semplice comprensione, la risposta è arrivata chiarissima e contundente. E’ stato un voto politico, un giudizio senza appello sul governo e la sua politica interna ed estera. Una valutazione secca resa possibile dal ritorno alle urne di tanta parte dell’elettorato della sinistra che si è mobilitato per poter votare a sinistra senza dover votare i partiti del centrosinistra. I quali, infatti, faranno bene a non considerare questo voto come un loro tesoretto.
E’ in realtà l’affermazione orgogliosa di una identità democratica, ovvero di quello spirito repubblicano che spinge a sbarrare il cammino all’estrema destra, l’unica che ci sia se non ci si vuole incartare in formulette ipocrite. La possibilità di ristabilire una connessione politica e sentimentale con quel popolo di giovani che si è recato alle urne è proprio la fedeltà alla Costituzione, specie all’articolo 11: una Costituzione che non può essere difesa negli assetti dei poteri interni e poi ignorata o smentita per ansie di finto europeismo e vero atlantismo fuori tempo massimo. Sarà questo lo spartiacque preventivo, non s’illudano al Nazareno.
Bisogna ricordare che si è arrivati al voto con una campagna elettorale terroristica e sguaiata della destra che ha potuto contare su un sistema politico informativo quasi totale, anche sulle sue quinte colonne nel centrosinistra che lavorano per la destra e sulla schiera di cosiddetti opinion maker che vengono nominati più che letti o ascoltati. Ad eccezione di tre quotidiani, stampa, Tv e radio a dimensione nazionale hanno sostenuto il governo: ciononostante gli elettori hanno risposto diversamente, chiarendo così quanto il monopolio dell’informazione presenti dei limiti nel condizionamento e nella capacità di manipolazione delle opinioni quando la posta in gioco è vitale.
Anche per questo tentare di far passare l’esito referendario come una decisione di merito sul quesito appare penoso prima che sbagliato. Il voto è tutto politico e rappresenta la fine della luna di miele tra Meloni e gli italiani, ammesso che questa vi sia mai stata. Bisogna sempre ricordare che il 26% dei voti ottenuti dalla destra con uno scarso 40% degli elettori corrisponde a un dato minoritario riguardo alla volontà nazionale complessiva (il 12% circa): è maggioranza solo in Parlamento e grazie al Rosatellum, la legge elettorale cucita su misura per le ambizioni di Renzi, non nella società italiana. Che invece, sui temi che riguardano la Costituzione, dimostra una volontà di conservazione che è, di per sé, affermazione indiscutibile di antifascismo.
Insomma è stata una sconfitta pesante per il governo che non ha visto nessuna delle forze politiche che ne fanno parte e che si ritengono maggioranza nel Paese senza esserlo affatto, non a caso puntano ad un’altra, nuova legge elettorale che gli garantisca il passaggio da minoranza elettorale a maggioranza parlamentare. Colpisce per dimensione e significati l’affermazione del NO in tutte le grandi città e in particolare nel Sud. Napoli è la città che sferra la sberla più forte al governo, con il NO che supera il 75% dei voti; reazione netta alle scelte politiche e socioeconomiche della Meloni che ha tradito tutte le aspettative che aveva generato nel Meridione.
Il voto è politico perché il governo ha ottenuto una tremenda mazzata su uno dei capisaldi del suo programma elettorale, non su un dettaglio di relativa importanza. Le conseguenze politiche dovrebbero prevedere un appuntamento della Meloni con Mattarella, al quale dovrebbe consegnare le sue dimissioni e verificare le conseguenze che vorrà trarne il Quirinale; almeno questo indicherebbe la prassi politica consolidata.
Ma non c’è da illudersi: la destra rancorosa e vendicativa è, prima di ogni cosa, un sistema di poltrone e alleanze sporche che tengono abbarbicati al potere un numero enorme di autentici scappati di casa. Due generazioni di militanti che hanno visto nella carrellata di nomine un risarcimento per la loro emarginazione, sebbene dettata nella maggior parte dei casi dalla loro incapacità professionale e indegnità morale che li ha resi impresentabili, non di un ostracismo aprioristico. Con la vittoria della Meloni gli improponibili sono diventati destinatari di posti e stipendi, e i peggiori tra loro sono diventati ministri. La pacchia è cominciata e da lì si sposteranno solo con la sconfitta elettorale.
Il voto è anche uno schiaffo personale alla Meloni, convintasi di essere popolarissima e amata ma in realtà sufficientemente disprezzata. Proprio nell’impresentabilità pubblica di una presidente del Consiglio che urla e mente, mente e urla, di figure nauseabonde come La Russa, di facce insopportabili come Topo Gigio-Donzelli, di personaggi indegni come Delmastro, socio in affari con i camorristi, di donne vergognose e di condannate tenute al governo come Santanchè e l’ex sottosegretaria Montaruli, di ridicoli pupazzi diventati ministri con amanti al seguito come Sangiuliano, di deliranti pseudo-dannunziani come Giuli, di impensabili direttrici di orchestra senza titoli (magari giustificabile se si considera che il capo del governo ha il diploma alberghiero) o di cognati diventati ex ormai famosi per gaffes e imbecillità diffuse, l’Italia ha dovuto cibarsi in questi anni la trasformazione del Paese in un set dei Vanzina (e chiediamo scusa ai Vanzina).
Questo governo appare un caravanserraglio impresentabile, e nello specifico del quesito referendario si proponeva con un ministro che straparla già prima del primo spritz, una sua Capo di Gabinetto che parla come una teppista di strada e un viceministro che fa affari con i clan camorristici, trascina i responsabili di Via Arenula (tra cui chi si occupa proprio di 41bis) a cene nel suo ristorante dove è appunto socio di un camorrista, divulga segreti di Stato e partecipa allegro a feste dove si spara sui piedi degli invitati. Tanto per chiarire il valore e l’indirizzo che il governo assegna alla Giustizia.
Questa è la cifra di un governo dove l’economia sprofonda, il lavoro non c’è, il welfare si riduce e tutte le scelte destinate precedentemente al recupero della dinamicità economica interna sono state seppellite, mentre l’impunità fiscale premia chi si arricchisce e i trucchi sui numeri costituiscono la dialettica tra governo e Paese. Inoltre c’è un dato che ha inciso molto più di quel che sembra nel voto: gli italiani hanno capito il pericolo che corre l’Italia in una situazione complessa in uno scenario internazionale drammatico che potrebbe divenire tragico. C’è la sfacciata complicità con il genocidio palestinese, la riaffermata consegna di subalternità militare e politica a Israele (al quale è stato consegnato tutto il sistema informatico di sicurezza nazionale) e a Trump, che è ormai, al pari di Israele, schifato dal 90% dell’umanità. Indigna l’identificazione totale della ducetta con Trump, ormai letteralmente fuori controllo nel suo cesarismo narcisistico e che afferma la pirateria globale come perno del sistema delle relazioni internazionali.
Un governo spanciato su Trump e Netanyahu preoccupa e genera una ripulsa immediata. Iscrivere l’Italia come socio di minoranza di un simile terzetto indecente è troppo. Quelle due generazioni di giovani che dai 16 ai 45 anni e oltre avevano affollato le piazze italiane per difendere la Palestina e che la Meloni aveva irriso e disprezzato, ieri sono andate a votare in massa. Nelle urne, a saldare i conti con i complici italiani del genocidio, c’erano, brillanti, gli occhi di Gaza.

