Dollari, missili e think tank: il triangolo della guerra
Dietro a decisioni come quella presa da Donald Trump di attaccare militarmente la Repubblica Islamica ci sono forze che perseguono interessi ben precisi, quasi sempre in totale contrasto con le inclinazioni dell’opinione pubblica in generale. Trattandosi di guerra, specialità che gli Stati Uniti praticano quasi ininterrottamente fin dalla loro nascita, ha una sua logica il fatto che gli interessi dei produttori di armi americani esercitino un’influenza considerevole sugli eventi a cui il mondo sta assistendo con orrore e disgusto. Non potendo agire alla luce del sole per ovvie ragioni di opportunità, questi ultimi si muovono principalmente dietro le quinte, assicurando a un ventaglio di “think tank” ritenuti autorevoli un flusso costante di finanziamenti in cambio di documenti accademici, rapporti o articoli in apparenza imparziali, ma che promuovono in maniera deliberata morte e distruzione, ovvero i mezzi con cui queste compagnie prosperano nel sistema economico e sociale odierno.
Non è quindi un caso che nelle settimane precedenti l’inizio dell’attacco illegale ordinato da Trump e Netanyahu, e ancora nei giorni successivi al 28 febbraio, siano circolate numerose analisi nelle quali si spiega come il rovesciamento con la violenza del “regime” di Teheran sia l’esito migliore non solo per gli interessi degli Stati Uniti, ma anche per rafforzare la pace e la stabilità in Medio Oriente. Che il risultato sia esattamente quello opposto è sotto gli occhi di tutti e i precedenti non lasciavano dubbi anche prima del lancio del primo missile di USA e Israele sull’Iran. Ciò è tuttavia irrilevante nella logica dei think tank e dei loro finanziatori. L’importante è innescare un circuito auto-referenziale che promuova argomentazioni del tutto artificiose con una patina di prestigio, le quali a sua volta vengono recepite dai leader di governo e dalla stampa “mainstream” che le diffonde come fossero oro colato.
Oltre ai documenti, ci sono le apparizioni televisive di “esperti” vari che lavorano per questi stessi istituti, con il compito di divulgare le tesi guerrafondaie sotto forma di analisi oggettive e disinteressate, così da raggiungere e convincere il numero più alto possibile di americani. Il Quincy Institute di Washington ha creato uno strumento per tracciare i finanziamenti diretti dalle aziende produttrici di armi ai think tank. Secondo i dati raccolti, l’Atlantic Council risulta essere quello che accetta la maggiore quantità di denaro da questo settore. La fusione tra la (finta) accademia, l’apparato militare americano e gli interessi del regime sionista di Tel Aviv è simboleggiato dalla decisione di assumere Michael Rozenblat, celebrato dallo stesso Atlantic Council per i suoi legami con “l’establishment della sicurezza nazionale di Israele”.
Di certo in maniera totalmente disinteressata, Rozenblat aveva pubblicato, meno di due settimane prima dell’inizio dell’aggressione israelo-americana, un articolo in cui spiegava le sei ragioni per cui Trump avrebbe dovuto scegliere “l’opzione militare” contro l’Iran. Definendo la guerra di aggressione (preventiva) – il “crimine supremo” secondo i principi stabiliti dal processo di Norimberga ai leader nazisti – come un “imperativo morale”, garantiva che il cambio di regime con la forza a Teheran avrebbe offerto un esito strategico “più sostenibile” rispetto alla diplomazia. L’influenza degli interessi dell’industria delle armi richiede però anche un esplicito invito a dare impulso alla militarizzazione. L’Atlantic Council aveva a questo proposito raccomandato qualche mese fa l’aumento delle forniture al Pentagono di missili THAAD e SM-3 per far fronte alle minacce estere contro gli USA, a cominciare ovviamente da quella iraniana.
Questi ordigni sono prodotti da Lockheed Martin e RTX (ex Raytheon) che, sempre secondo i dati del Quincy Institute, dal 2019 hanno versato rispettivamente 850.000 e 700.000 dollari all’Atlantic Council. Entrambi i missili sono ampiamente utilizzati dagli Stati Uniti nella guerra in corso. Complessivamente, i grandi produttori di armi americani finanziano questo think tank con cifre che superano abbondantemente i due milioni l’anno, ottenendo tra l’altro in cambio rapporti che promuovono l’integrazione della difesa missilistica regionale in Medio Oriente. Raccomandazioni, queste ultime, che implicano la vendita e l’acquisto di sistemi realizzati dai donatori dell’Atlantic Council. Che poi i sistemi di difesa siano stati decimati da missili e droni iraniani poco importa. Anzi, per i colossi del settore militare ciò offre opportunità di vertiginosi profitti, visto che le armi distrutte devono essere rimpiazzate. Infatti, nei primi giorni dopo l’inizio della guerra, il valore delle azioni delle compagnie della “difesa” americane è lievitato.
La situazione non riguarda solo l’Atlantic Council. Un altro influente think tank è il Hudson Institute, i cui “fellow” sono una presenza fissa ad esempio su Fox News in questi giorni per celebrare le operazioni militari ordinate dalla Casa Bianca. Tra i più aggressivi sulla questione iraniana, questo istituto ha ricevuto più di 4 milioni di dollari in finanziamenti dall’industria della difesa negli ultimi cinque anni. Le compagnie più generose sono Lockheed Martin, Northrop Grumman, General Atomics e RTX, i cui prodotti fanno parte dell’arsenale con cui le forze armate USA stanno operando in Iran. I missili che il 28 febbraio scorso hanno massacrato 168 ragazzine nella scuola di Minab erano Tomahawk, usciti appunto dalle officine di RTX.
Per rafforzare il messaggio di guerra, alcuni think tank impiegano spesso direttamente ex alti ufficiali militari, anch’essi opinionisti fissi in questi giorni nei programmi di “informazione” delle principali reti americane. È il caso ad esempio del generale in pensione Jack Keane, presidente dell’Institute for the Study of War (ISW). Quest’ultimo ha recentemente affermato in diretta TV che gli Stati Uniti dovrebbero “cancellare l’Iran dalle mappe”, mentre a suo dire alcune settimane di prezzi dei carburanti alle stelle sono un costo trascurabile da sostenere a confronto dei benefici derivanti dalla liquidazione del governo iraniano. L’ISW, secondo il Quincy Institute, riceve ingenti finanziamenti da grandi appaltatori del Pentagono, come General Dynamics e CACI, ma il nome di queste aziende sono state recentemente rimosse dal sito ufficiale dell’istituto.
Altri importanti think tank che ricevono denaro dai produttori di armi e producono articoli o rapporti favorevoli alla guerra sono ad esempio il Center for a New American Security (CNAS), il quale incassa quasi un milione e mezzo di dollari all’anno da colossi come Northrop Grumman, Boeing e Lockheed Martin. Stesso discorso vale per il Center for Strategic and International Studies (CSIS), che in cambio di circa un milione di dollari all’anno promuove gli interessi, tra gli altri, di General Atomics, Lockheed Martin, General Dynamics e Northrop Grumman.
Il fenomeno è comunque più grande di quanto sia possibile conoscere, poiché circa il 40% dei più influenti centri di ricerca non rivela la fonte delle proprie entrate. Inoltre, milioni di dollari restano sotto traccia grazie a meccanismi legali che permettono ai finanziatori di far transitare il denaro attraverso strumenti come il Donor-Advised Funds e il Donors Trust, così da rendere di fatto impossibile il tracciamento di fondi che finiscono per alimentare guerre e spese militari fuori controllo.
In questa categoria rientrano think tank molto potenti a Washington che, nonostante non dichiarino i loro benefattori, viste le inclinazioni delle loro ricerche ricevono quasi certamente denaro dall’industria bellica. Emblematico in questo senso è il caso della Foundation for Defense of Democracies (FDD), considerata vicinissima a Israele e accreditata di un ruolo decisivo nello spingere Trump a uscire unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) nel 2018. Gli esperti del FDD sono i più invitati a testimoniare nel corso delle udienze della commissione Affari Esteri della Camera del Congresso di Washington, secondi solo a quelli del già citato CSIS.
Altri enti assimilabili alla categoria “black money” per quanto riguarda i finanziamenti sono il Jewish Institute for National Security of America (JINSA), che impiega un ex consigliere per la sicurezza nazionale di Netanyahu, un ex comandante dell’aeronautica militare israeliana e il famigerato ex consigliere di Trump, Elliot Abrams; il Washington Institute, nato da una costola della principale lobby sionista negli USA, American Israel Public Affairs Committee (AIPAC); il Middle East Forum, recentemente impegnato nell’esortare l’amministrazione Trump a programmare non solo l’aggressione militare contro l’Iran, ma anche le strutture del futuro “governo di transizione” che dovrà essere installato a Teheran.

