Grand Ciel
In Grand Ciel, Akihiro Hata costruisce un film che sembra scolpito nel calcestruzzo. Il suo sguardo, rigido e controllato, non si limita a raccontare un luogo, ma interroga una forma di civiltà. Il grattacielo al centro del film non è solo l’oggetto di un cantiere, ma il manifesto di un sistema — un monumento alla promessa dell’efficienza neoliberale e, allo stesso tempo, il suo stesso mausoleo.
L’architettura brutalista, con la sua geometria severa e la materia in bella vista, diventa il linguaggio primario del film: una lingua visiva che parla di peso, resistenza, fatica. Ogni muro, ogni pilastro è carico di significato, come se il cemento stesso assorbisse la precarietà e l’alienazione di chi lo ha impastato. Il brutalismo di Grand Ciel non è un semplice sfondo estetico, ma una forma di pensiero. Un modo per ricordare che ciò che chiamiamo progresso si fonda sempre su qualcosa (o qualcuno) che si sgretola.
Hata, regista giapponese formatosi in Francia, adotta una messa in scena quasi ascetica: le immagini sono nitide, statiche, illuminate da led e riflessi metallici che annullano la distinzione tra naturale e artificiale. L’effetto è straniante — il cantiere, pur pulsando di vita, appare come uno spazio già morto, un corpo destinato a collassare su se stesso. Da questa tensione nasce la dimensione inquietante del film: una minaccia che resta invisibile, ma che permea ogni superficie, dal livello -6 infestato da una misteriosa “malattia del cemento” fino agli sguardi smarriti degli operai.
Vincent, il protagonista, incarna il punto di rottura tra individuo e sistema. La sua promozione, da semplice manovale a caposquadra, segna l’inizio della discesa morale: il passaggio dall’essere sfruttato al divenire parte del meccanismo che sfrutta. Ma ciò che muove Vincent non è un desiderio di potere, bensì la paura del precipizio sociale — il timore di non poter mai abitare lo stesso edificio che sta costruendo. Questa dialettica tra aspirazione e annientamento è la vera anima del film: la tensione fra ciò che ci viene promesso e ciò che davvero possiamo ottenere.
In questo senso, Grand Ciel si colloca fuori da ogni etichetta politica. Non è un film marxista, né una denuncia lineare del capitalismo. È, piuttosto, una meditazione sul destino umano nell’epoca delle utopie verticali: quando il sogno di salire coincide con la necessità di costruire — e spesso di crollare. L’opera insiste invece sulla disfunzione del desiderio, sulla metamorfosi di chi, nel tentativo di emanciparsi, finisce per farsi strumento del sistema che voleva superare.
Nella scena del barbecue, Vincent appare libero, autentico, quasi felice; durante la festa dei “creativi”, invece, diventa una figura irrigidita, intrusa in un mondo che non lo accetta né lo comprende. In questi pochi passaggi Hata sintetizza un intero saggio sulla divisione di classe contemporanea: non più basata solo sul reddito, ma sull’appartenenza simbolica, sui codici culturali, su chi può permettersi di “stare bene dentro l’immagine”.
Grand Ciel è quindi un film sul lavoro, ma anche sullo sguardo: sul modo in cui costruiamo la realtà per poi esserne divorati. Nel rumore costante del cantiere, nella polvere che sale fino ai piani alti, c’è una domanda implicita e devastante: cosa resta dell’umano quando tutto, anche il sogno, diventa infrastruttura?
Grand Ciel (Francia, Lussemburgo 2025)
Regia: Akihiro Hata
Cast: Damien Bonnard, Mouna Soualem, Samir Guesmi, Tudor Istodor, Issaka Sawadogo, Zacharia Mezouar, Sophie Mousel
Sceneggiatura: Akihiro Hata, Jérémie Dubois
Fotografia: David Chizallet
Produzione: Good Fortune Films, Les Films Fauves
Distribuzione: No.Mad Entertainment

