Senza consenso è sempre stupro
Il 15 febbraio scorso, la legge sulla violenza sessuale ha compiuto trent’anni. Dopo decenni di lotte delle donne, dopo la raccolta di 300.000 firme fin già dagli anni settanta per una legge di iniziativa popolare, nel 1996 finalmente si cancellò quanto scritto nel codice Rocco. Da reato contro la morale pubblica divenne reato contro la persona. Fu un salto culturale e politico enorme, un cambio di paradigma. Ma non si cancellò la cultura patriarcale dello stupro, la concezione violenta della sessualità. Oggi, a distanza di trent’anni, avrebbe potuto avvenire un altro importante salto di qualità, ma non è stato così.
Precisamente di cosa si tratta e cosa è successo? Il 19 novembre 2025 la Camera aveva approvato un testo in maniera bipartisan, grazie a un accordo politico di cui la presidente del Consiglio si era fatta garante con la segretaria del PD Schlein: la legge sugli stupri sarebbe passata al Senato per un’approvazione rapida, senza modifiche, in occasione del 25 novembre, la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Ma al Senato la destra ci ripensa. In Commissione Giustizia la presidente Bongiorno, relatrice del ddl, propone un emendamento – votato il 22 gennaio da tutta la maggioranza – che cancella il testo della Camera e introduce un’altra definizione di stupro. Non più come un atto compiuto “senza il consenso libero e attuale”, ma “contro la volontà della persona”. Scompare quindi il consenso, sostituito dal dissenso.
Una questione solo lessicale? Una banale modifica tecnica? Assolutamente no: è un cambio profondo di significato. Sotto l’apparenza di una riformulazione tecnica, il diritto si rovescia e torna a parlare una lingua antica, sedimentata nella grammatica del patriarcato.
Sul tema della violenza sessuale esistono tre differenti modelli di diritto penale, che rappresentano diversi orientamenti culturali.
Il modello del consenso definisce violento ogni atto sessuale compiuto senza “consenso libero, preventivo e revocabile”. E’ adottato da 20 paesi, è stato già richiamato da diverse sentenze della Corte Costituzionale, nonché dalla Convenzione di Istanbul, che rimane un “faro” sul tema della violenza per tutti i governi.
Il modello del dissenso ritiene invece necessaria una manifesta volontà contraria della persona che subisce violenza, dimostrabile in tribunale: è adottato in Germania ed è quello a cui si è ispirato l’emendamento Bongiorno.
Infine il modello vincolato, che non solo non attribuisce al consenso un ruolo centrale, ma si basa sul fatto che le aggressioni sessuali, per essere perseguite, debbano avere certe caratteristiche: violenza, minaccia, costrizione e quindi ignora gli abusi che si verificano senza violenza manifesta.
Scegliere un modello invece di un altro ha conseguenze precise per le donne che denunciano. Infatti, se non si adotta il modello del consenso, è la donna a dover dimostrare la sua volontà contraria, la responsabilità della violenza ricade sulla donna e non su chi ha compiuto il fatto. Come se una persona rapinata dovesse dimostrare che non ha voluto essere rapinata e che non ha provocato il rapinatore. In tutta la fattispecie dei reati, quello di stupro diventa l’unico per il quale la vittima viene colpevolizzata.
Il modello vincolato è ormai criticato e respinto per aver procurato gli effetti della cosiddetta “vittimizzazione secondaria”, che è una tremenda forma di violenza istituzionale che si compie nelle aule dei tribunali. L’incalzare di domande sulla “attendibilità” della parola della donna e sulla “moralità” della sua vita – anche nel modello del dissenso resta una pericolosa ambivalenza.
Dal processo per stupro del Circeo ad oggi le donne conoscono la difficoltà di essere credute e non giudicate, il dolore di rivivere nei processi le violenze subite. E infatti chi denuncia è solo il 10%.
Si prevede infatti che la volontà contraria sia valutata “rispetto alla situazione e al contesto”; significa che in sede giudiziale torna l’onere della prova a carico della donna e si riporta il processo su un terreno probatorio che interroga la reazione della persona offesa. Restano i pregiudizi, gli stereotipi nei confronti della vittima, l’assoluzione degli uomini. “Se l’è cercata”. “ Lei ci stava”. “Ma io non avevo capito”.
Certamente la scelta del modello del consenso non è scontata. Anzi. Spostare il baricentro dalla donna all’aggressore incontra resistenze, diffidenze, incomprensioni, un senso comune contrario purtroppo diffuso. Girano sui social domande del tipo “ma bisognerà far firmare un modulo per il consenso?” che ridicolizza una questione serissima, che non viene capita.
E’ la questione della scelta della donna nella sessualità, è il riconoscimento pieno della libertà sessuale femminile, che può decidere se, quando e come avere un rapporto sessuale, della sua libertà anche di dire inizialmente sì e poi ritrarsi. Avere avuto una relazione precedente non garantisce il sì. Il silenzio non equivale a un sì. Si può cambiare idea. Si può non voler più. Si può non volerlo affatto. La mancanza di resistenza non è consenso (come è dimostrato in tutti i casi del cosiddetto freezing, quando la donna diventa immobile e si paralizza per la paura).
Il consenso deve essere libero e deve essere considerato sempre, in ogni momento, anche se ci si trova in condizioni di impossibilità ad esprimere consenso. In questo senso emblematico è stato il caso in Francia di Gisèle Pelicot, una donna drogata per anni, violentata e filmata con uomini estranei mentre era incosciente. E’ proprio dopo quella tragedia che la Francia ha adottato il modello del consenso.
Senza consenso l’atto sessuale è stupro, perché diviene esercizio di potere, di un potere maschile che – proprio perché potere – non richiede autorizzazioni.
Invece si considera il consenso ambiguo, persino ridicolo. Ma è il confine che separa la libertà dalla violenza. Il consenso è il rispetto di un limite, che è quello della libertà di scelta della donna.
La questione del consenso riguarda la capacità da parte dell’uomo di capire, sentire, prestare attenzione alle emozioni, ai segnali, tutti, che vengono dai corpi e di desiderare la partecipazione attiva della donna e non il suo dominio. Comporta la necessità di educare alla relazione sessuale, ad una sessualità libera, responsabile e consapevole.
Si trattava quindi di assumere un posizionamento culturale, che è il prodotto di anni di lotte e di pensiero delle donne, di esperienza delle operatrici antiviolenza e che viene dalla storia delle donne, dai loro vissuti, dai loro racconti. E’ nella zona grigia dei contesti delle relazioni affettive, dei legami di fiducia, negli spazi di intimità, dove esistono asimmetrie di potere, dipendenze emotive, diseguaglianze economiche, che il dissenso si rivela infatti un criterio sbagliato. Perché presuppone una possibilità di opposizione che spesso non è realmente disponibile.
Contro il modello del consenso l’argomento usato è quello delle false denunce. “Ma come si difendono gli uomini dalle denunce vendicative delle donne bugiarde?” “Deve esserci l’onere della prova” e si torna così a presumere che la parola della donna non sia credibile, soprattutto si torna a presumere che la sessualità maschile consenta in premessa accessibilità ai corpi delle donne. E’ il Procuratore Capo Menditto a rispondere. “I numeri sono prossimi allo zero” .
E’ quindi una scelta culturale ma anche politica quella dell’emendamento Bongiorno. E’ una scelta delle destre, le stesse che hanno cancellato l’educazione sessuale e sentimentale nelle scuole, che promuovono il loro moralismo patriarcale e il loro ordine morale e sociale “naturale”. La sessualità è solo etero, i gay e le persone trans sono “fenomeni non naturali” e quindi non accettabili, le famiglie sono solo quelle normali.
Il ministro Nordio interviene nel dibattito e provoca uno tsunami. Infatti, mentre aumentano i femminicidi, i bambini fin dagli 8 anni utilizzano il “porno online” e le ultime ricerche sulla sessualità degli adolescenti dicono che per la maggior parte di loro la sessualità prevede possesso, gelosia e persino “qualche schiaffo”, “mister Spritz” straparla: per lui l’impulso bestiale degli uomini è un’idea atavica non rimuovibile, la pulsione aggressiva nella sessualità maschile è radicata nella biologia, è la donna che ha la responsabilità di “non svegliare la bestia che c’è nell’uomo” e quindi è la donna a dover dire no e non invece l’uomo a capire che il consenso non c’è.
Siamo in pieno oscurantismo, con un governo che ha un’idea medievale del genere umano. Sta vincendo il sessismo e la misoginia, crescono potenti le lobbies dei padri separati e dei mariti e padri violenti, ritorna Pillon e l’utilizzazione della PAS (sindrome di alienazione parentale) nei tribunali contro le donne considerate manipolatrici e bugiarde. Nel mondo avanza l’Internazionale nera delle destre, è in atto un contrattacco patriarcale che cancella diritti e libertà delle donne.
Il femminismo viene silenziato, rimosso o manipolato, con una operazione di washing, prefigurando un “femminismo di destra”. La donna biologica naturale sostituisce la soggettività politica femminista delle donne, che sono persino utilizzate per rivendicare guerre “giuste” e per la remigration. Ed è con questo voto del Senato che anche per il femminismo si apre ormai un altro capitolo: è definitivamente finito il trasversalismo tra donne. Le donne di destra appartengono alla destra.
In questo clima l’emendamento Bongiorno getta benzina sul fuoco. E’ un passo indietro che deve essere respinto. Per questo la mobilitazione continua fino al 28 febbraio, quando a Roma si svolgerà la manifestazione nazionale contro il ddl Bongiorno, con un corteo che da piazza della Repubblica arriverà a piazza San Giovanni.
E’ una battaglia politica importante, per tutte e per tutti. E’ una battaglia democratica. E’ una battaglia femminista.

