Trump, le mani sulla Fed
La decisione di Donald Trump di nominare nei giorni scorsi Kevin Warsh come nuovo presidente della Federal Reserve va letta come l’esito di un complesso e prolungato esercizio di equilibrio politico, maturato sullo sfondo dello scontro sempre più aspro con Jerome Powell e delle pressioni crescenti esercitate dalla Casa Bianca sulla banca centrale degli Stati Uniti. Dopo mesi di attacchi pubblici contro l’attuale governatore, accusato di sabotare la crescita economica rifiutandosi di abbassare i tassi di interesse ai ritmi richiesti dal presidente, Trump si è trovato costretto a individuare una figura che fosse al tempo stesso più permeabile alle sue esigenze politiche e sufficientemente rassicurante per i mercati finanziari e l’establishment monetario americano. La scelta di Warsh riflette precisamente questo atto di equilibrismo: un candidato in grado di segnalare una discontinuità rispetto alla linea di Powell, senza però apparire come una mera estensione della volontà presidenziale, e dunque senza compromettere apertamente la credibilità della Fed agli occhi di Wall Street e del mercato obbligazionario globale. In questo senso, la nomina non chiude lo scontro tra Trump e la Fed, ma ne inaugura una nuova fase, più sottile e potenzialmente più destabilizzante.
Kevin Warsh non è un nome nuovo nella geografia del potere monetario statunitense, e la sua nomina da parte di Trump rappresenta il culmine di una carriera costruita all’intersezione tra élite finanziaria, politica repubblicana e istituzioni dell’economia americana. Laureato a Stanford e poi in legge ad Harvard, Warsh entrò giovanissimo nel “Board of Governors” della Fed nel 2006, nominato da George W. Bush, diventando il più giovane governatore nella storia della banca centrale e giocando un ruolo da protagonista nelle vicende della crisi finanziaria globale del 2008, in primo luogo come elemento di connessione tra la Fed e Wall Street. Dopo aver lasciato l’istituzione nel 2011, Warsh ha mantenuto saldi legami con il mondo finanziario più influente e con i think tank accademici di orientamento conservatore, consolidando la sua immagine di esperto di politica monetaria che ora appare in sintonia con le richieste di Trump di un cambio di rotta rispetto alla linea di Jerome Powell.
In questo percorso politico-tecnico si legge anche l’adeguamento recente di Warsh alla narrativa trumpiana: pur essendo storicamente considerato un “falco” dell’inflazione — critico delle politiche ultra-espansive e cauto rispetto al massiccio allargamento del bilancio della Fed — negli ultimi mesi ha esplicitamente sposato la tesi della necessità di tassi più bassi e di una ridefinizione dell’agenda monetaria, facendo eco alle critiche presidenziali verso Powell e al desiderio della Casa Bianca di un approccio più accomodante. In questa dinamica si inserisce il confronto con l’altro Kevin in lizza, Kevin Hassett, consigliere economico della Casa Bianca. Quest’ultimo era inizialmente favorito da molti negli ambienti trumpiani, ma è stato progressivamente scartato perché troppo identificabile come “uomo della Casa Bianca”, privo della credibilità istituzionale ritenuta necessaria dai mercati obbligazionari e dalle élite finanziarie. Warsh, viceversa, ha saputo costruirsi una rete di consenso tra i grandi operatori di Wall Street e l’establishment repubblicano che gli ha consentito di emergere come candidato in grado di conciliare l’adesione alle richieste di Trump con la necessaria legittimazione presso il tradizionale apparato finanziario.
Il presidente americano non ha mai nascosto cosa si aspetta dal prossimo presidente della Fed, ovvero una figura che non ostacoli, e possibilmente faciliti, la sua strategia economica fondata su tassi più bassi, credito abbondante e sostegno artificiale alla crescita in una fase segnata da tensioni commerciali, instabilità finanziaria e crescente sfiducia globale nel dollaro. Dopo mesi di attacchi frontali a Powell, accusato di sabotare deliberatamente l’economia con una politica monetaria troppo restrittiva, la nomina di Warsh risponde all’esigenza di avere alla guida della banca centrale qualcuno almeno disposto ad allinearsi alle priorità della Casa Bianca. Allo stesso tempo, come accennato all’inizio, Trump si è trovato costretto a un delicato esercizio di equilibrismo per evitare una reazione violenta dei mercati e compromettere definitivamente la già fragile credibilità dell’istituzione.
Questo equilibrio precario spiega anche il ruolo decisivo giocato dall’industria finanziaria nella partita. A differenza di Kevin Hassett, percepito come un’estensione diretta dell’apparato trumpiano e quindi inadatto a rassicurare il mercato obbligazionario, Warsh ha potuto contare su un sostegno esplicito e sotterraneo da parte di figure di primo piano di Wall Street, hedge fund e grandi banche, preoccupate sì dall’aggressività di Trump, ma ancor più da una possibile rottura incontrollata dell’ordine monetario. La sua lunga frequentazione dei salotti finanziari, i legami personali e professionali costruiti negli anni e la capacità di presentarsi come “uomo responsabile” hanno consentito a Warsh di accreditarsi come candidato in grado di contenere i danni: abbastanza vicino al presidente da non intralciarne i piani, ma sufficientemente integrato nell’establishment da evitare una fuga di capitali o una crisi di fiducia immediata.
Trump ha messo sotto pressione l’indipendenza della Fed attraverso attacchi mirati ai suoi vertici, usando leve amministrative e legali. Nel caso di Jerome Powell, l’indagine avviata riguarda la gestione dei lavori di ristrutturazione della sede della Federal Reserve di Washington, con accuse di sforamenti di spesa e scarsa trasparenza: un dossier che, al di là del merito tecnico, viene letto universalmente come uno strumento politico per colpire un governatore colpevole di non essersi piegato alle richieste della Casa Bianca di tagliare drasticamente i tassi. Ancora più aggressiva è stata l’azione contro un altri membro del “Board of Governors”, Lisa Cook, accusata di irregolarità e frode nella richiesta di un mutuo risalente a prima del suo incarico alla Fed; il licenziamento e il successivo ricorso, arrivato fino alla Corte Suprema, hanno trasformato il caso in un precedente potenzialmente destabilizzante per l’autonomia dell’istituzione. Su questo terreno Kevin Warsh ha assunto una posizione di fatto conciliatoria verso la linea trumpiana, minimizzando il conflitto tra politica e banca centrale e sostenendo che scelte fortemente politiche – come l’aumento dei dazi o forti tagli dei tassi – non avrebbero effetti inflazionistici, una tesi che riduce ulteriormente lo spazio di una Fed realmente indipendente.
La nomina di Warsh dovrà essere ora ratificata dal Senato e il percorso in questo senso non è privo di ostacoli. Un possibile punto critico è la posizione del senatore repubblicano Thom Tillis, membro della commissione Affari Bancari, che negli ultimi mesi ha mostrato fastidio verso un uso apertamente strumentale delle istituzioni economiche e ha difeso, almeno a parole, l’autonomia della banca centrale. Subito dopo la notizia dell’indagine a carico di Jerome Powell, il senatore della North Carolina aveva avvertito che avrebbe congelato il procedimento di conferma del candidato di Trump fino a quando non si fosse chiuso il caso che coinvolge il governatore in carica.
La scelta del prossimo numero uno della Fed riflette in ogni caso uno scontro profondo dentro il capitalismo finanziario statunitense. Da un lato la finanza più speculativa e orientata al profitto a breve termine, che spinge per tassi più bassi, liquidità abbondante e sostegno implicito agli “asset” ad alto rischio; dall’altro le istituzioni più tradizionali – banche, assicurazioni, fondi pensione – che guardano con crescente preoccupazione alla stabilità del sistema e alla credibilità internazionale degli Stati Uniti. La possibile nomina di Warsh non risolve queste tensioni, né cancella i vincoli strutturali: un debito pubblico ormai fuori scala, il rischio che il boom dell’AI si riveli una bolla con effetti sistemici e un segnale sempre più evidente di sfiducia nel dollaro, visibile nella corsa al rialzo dell’oro. Cambiare la guida della Fed può spostare gli equilibri politici, ma non elimina i nodi economici che continuano ad accumularsi sotto la superficie.

