I pirati della Casa Bianca
L’atto di pirateria commesso mercoledì dall’amministrazione Trump contro una petroliera battente bandiera russa conferma come quelle in corso siano le battute iniziali di un’operazione su vasta scala, seguita al rapimento del legittimo presidente venezuelano Nicolás Maduro, per imporre il totale controllo americano sull’emisfero occidentale, nonché sulle sue risorse. L’abbordaggio rappresenta anche una pericolosa provocazione nei confronti di Mosca proprio mentre le trattative diplomatiche per mettere fine alla guerra in Ucraina sono entrate in una fase critica. In linea generale, gli eventi delle ultime ore testimoniano di un governo, come quello di Washington, intenzionato a calpestare qualsiasi principio del diritto internazionale, e a rischiare la guerra aperta con rivali e alleati, pur di conservare la propria supremazia a livello globale.
Quanto accaduto nelle acque dell’Atlantico settentrionale va ricondotto in primo luogo alle pressioni USA su Caracas per sganciare il governo bolivariano da Cina, Russia e Iran, attraverso il blocco del commercio di greggio con questi paesi, destinato al loro consumo o nel quadro della collaborazione per aggirare il blocco USA. L’assalto dei militari americani alla petroliera “Marinera”, con il pretesto di avere violato le sanzioni contro il Venezuela, è avvenuto d’altra parte poco dopo l’intercettazione nei Caraibi di un’imbarcazione simile operata da una compagnia cinese. In questo contesto, solo il giorno precedente la Casa Bianca aveva affermato che il Venezuela avrebbe “consegnato” agli Stati Uniti tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio, da vendere sul mercato e i cui proventi sarebbero gestiti a discrezione dello stesso presidente Trump.
Nonostante i rischi evidenti di un’escalation con Mosca, l’operazione non è stata fortuita né pianificata per contenerne le conseguenze. La petroliera, che aveva ricevuto autorizzazione da Mosca per alzare bandiera russa poco prima di Natale, come contemplato dal diritto navale, era stata seguita per settimane dalle forze USA ed aveva evitato un tentativo di attacco lo scorso dicembre. La teorica protezione russa non ha scoraggiato Washington, ma l’amministrazione Trump ha anzi autorizzato l’impiego di uomini e mezzi degni di un’operazione militare in pieno stile.
Non solo, in un comunicato ufficiale, Mosca ha fatto sapere di avere notificato più volte alle autorità americane che la nave in questione viaggiava sotto bandiera russa. Quest’ultima aveva in precedenza il nome di “Bella 1” ed aveva chiesto e ottenuto la registrazione russa proprio in seguito ai tentativi di abbordaggio da parte degli USA. L’imbarcazione, come riportato in questi giorni dalla stampa internazionale, ha negli anni cambiato diversi nomi e bandiere. Quel che è assodato è che non rappresenta un “asset” strategico per Mosca, ma ciò cambia di poco la natura ultra-provocatoria dell’azione americana.
Il Cremlino, da parte sua, ha protestato in maniera feroce contro gli Stati Uniti, descrivendo correttamente l’iniziativa come un atto di pirateria puro e semplice. Il ministero dei Trasporti di Mosca ha ricordato gli obblighi derivanti dal principio della libertà dei mari e il divieto fatto a qualsiasi stato di usare la forza contro imbarcazioni registrate in territori stranieri che navigano in acque neutrali. Una posizione più che legittima quella russa, ma che non ha avuto né avrà alcun effetto sulla condotta di un’amministrazione americana decisa ad agire al di fuori di ogni regola e che intende seguire solo il principio della forza.
Sempre a conferma della decisione deliberata di mandare un messaggio inequivocabile ai propri rivali strategici, l’operazione di mercoledì è stata coordinata addirittura tra tre agenzie governative: Pentagono, dipartimento di Giustizia e dipartimento della Sicurezza Interna. Inoltre, le manovre di inseguimento e abbordaggio sono avvenute con l’assistenza del Regno Unito. Londra ha dispiegato, a sostegno delle forze americane, velivoli da ricognizione e messo a disposizione le proprie basi aeree ai velivoli da guerra USA impegnati nell’abbordaggio avvenuto a sud delle coste dell’Islanda.
Oltre che attraverso le dichiarazioni ufficiali, le frustrazioni russe sono state espresse da analisti e commentatori intervenuti sui media vicini al governo. La testata Vzglyad ha citato ad esempio l’esperto militare Yuri Knutov, il quale ha definito l’atteggiamento USA “neocoloniale”, caratterizzato da metodi contrari al diritto internazionale e, riguardo al controllo dei traffici di petrolio, equiparabile né più né meno ad atti di “rapina”. Knutov ha poi collegato i fatti di mercoledì alle pressioni della Casa Bianca su Russia, Cina e Iran tramite l’aggressione al Venezuela. In questa prospettiva, l’opinionista russo ha ricordato gli ingenti investimenti soprattutto di Mosca e Pechino nell’economia venezuelana, che rendono improbabile, oltre che inopportuno, un cedimento da parte dei rispettivi governi ai diktat americani.
Resta in ogni caso aperto il dibattito circa le ragioni della decisione russa di non fornire nessuna scorta militare a un’imbarcazione la cui sicurezza, come hanno ammesso le stesse autorità di Mosca dopo i fatti di mercoledì, era appunto responsabilità del paese sotto la cui bandiera navigava. È ipotizzabile che il Cremlino riteneva improbabile un’azione americana come quella invece attuata, valutando sufficienti le comunicazioni che erano intercorse tra i due governi. Se così fosse, Putin si ritroverebbe a dover gestire l’ennesima mossa imprevista da parte del presidente americano, con tutto ciò che ne conseguirebbe in termini di complicazioni sul fronte diplomatico ucraino.
L’abbordaggio della “Marinera” fissa comunque un precedente estremamente pericoloso, visto che il governo russo potrebbe sentirsi sotto pressione per rispondere con le stesse modalità all’iniziativa USA. Ciò alzerebbe ancora di più il livello dello scontro tra le due potenze. Anche altri attori internazionali potrebbero sentirsi a loro volta legittimati ad agire contro obiettivi legati a entità rivali o nemiche in acque internazionali, aggiungendo così un ulteriore elemento al processo di deterioramento del diritto internazionale sotto la spinta della crisi politico e strategica che stanno attraversando gli Stati Uniti.
Per quanto riguarda la Russia, infine, la questione pone un nuovo serio dilemma che si intreccia alla crisi ucraina. Non è da escludere infatti che l’atto di pirateria americano possa essere nel prossimo futuro replicato da qualche governo europeo, soprattutto se dovesse restare senza conseguenze, con la scusa della violazione delle sanzioni contro il commercio di petrolio russo. Con perfetto tempismo, intanto, giovedì si è verificato un attacco con un drone, presumibilmente ucraino, contro una petroliera battente bandiera di Palau diretta verso il porto russo di Novorossiysk, sul Mar Nero. L’imbarcazione era poco distante dalla costa turca, dove ha fatto subito ritorno. L’episodio è almeno il quinto registrato in queste acque dallo scorso novembre contro navi coinvolte nel trasporto di greggio da e per la Federazione Russa.

