Arabia-EAU, resa dei conti in Yemen
La rivalità che cova sotto la cenere da anni tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti è esplosa pericolosamente nei giorni scorsi in seguito a un’operazione militare lanciata dal regime di Riyadh nel sud dello Yemen. L’iniziativa si è resa necessaria per fermare l’avanzata delle forze secessioniste del Consiglio Meridionale di Transizione (STC), sostenute da Abu Dhabi, che a dicembre avevano preso il controllo di parte del territorio di due province nelle mani del governo yemenita riconosciuto internazionalmente, appoggiato dai sauditi e in teoria alleato con i suoi aggressori. Questi ultimi sviluppi segnano probabilmente il punto più basso nelle relazioni tra le due principali potenze del Golfo Persico e, se anche la situazione sembra essersi relativamente stabilizzata dopo l’intervento saudita, minaccia comunque di aggravare divisioni e contrasti che si stanno consumando in svariati teatri strategici dal Medio Oriente al Nordafrica.
Nel quadro dei tentativi di creare uno stato indipendente nel sud dello Yemen, l’STC aveva occupato le province di Hadhramaut e Al-Mahra che, complessivamente, corrispondono a quasi la metà del territorio totale del paese arabo. Com’è noto, la parte settentrionale dello Yemen, che include la capitale Sana’a e dove risiede la gran parte della popolazione, è invece sotto il controllo di un governo anti-imperialista guidato dal movimento Ansarallah (“Houthis”), contro cui per anni Arabia Saudita ed Emirati Arabi hanno condotto una brutale guerra di aggressione.
Episodi più o meno gravi con scontri armati tra le fazioni che compongono l’alleanza saudita-emiratina nello Yemen sono stati tutt’altro che rari negli ultimi anni, soprattutto dopo la fine di fatto delle operazioni militari dirette dei due paesi. L’azione del STC di dicembre ha però portato la crisi a un altro livello, costringendo Riyadh a passare alle maniere forti. Con la copertura aerea saudita, le forze del governo internazionalmente riconosciuto sono riuscite, a partire dagli ultimi giorni dell’anno, a liberare i due governatorati e a ristabilire su di essi il loro controllo. I vertici del STC hanno inoltre affermato di volere accettare l’invito saudita ad aprire un “dialogo politico” tra le forze che dominano lo Yemen meridionale, in modo da raggiungere un accordo che stabilizzi la situazione.
Mercoledì, la vicenda ha preso però una piega imprevista. Il leader del STC, Aidarous al-Zubaidi, avrebbe fatto perdere le proprie tracce poco prima di imbarcarsi su un volo che doveva condurlo da Aden a Riyadh, dove erano in programma i colloqui per cercare di mettere fine al conflitto con i rappresentanti del governo sostenuto dal regime saudita. Secondo dichiarazioni arrivate da Riyadh, al-Zubaidi, verosimilmente con l’appoggio degli Emirati, avrebbe anche mobilitato un importante contingente militare con la disponibilità di armamenti di vario genere, con ogni probabilità per prepararsi a un confronto su vasta scala.
Secondo fonti citate dal quotidiano libanese Al-Akhbar, d’altra parte, i sauditi starebbero pianificando, dopo avere ripreso il controllo dei governatorati di Hadhramaut e Al-Mahra, un’avanzata in altre province, non a caso tutte ricche di petrolio, al momento nelle mani del STC. Una iniziativa che, se confermata, potrebbe indicare il tentativo di Riyadh di stabilire nuove zone di influenza nello Yemen meridionale, consolidando la presenza saudita e quella emiratina (tramite l’STC) in aree ben precise.
La rivalità esplosa in queste settimane, come già accennato, potrebbe avere effetti potenzialmente rovinosi anche perché non riguarda solo lo Yemen, ma si estende ad altre situazioni di crisi. Dal Sudan alla Somalia fino alla Siria, Arabia Saudita ed Emirati Arabi sono schierati a fianco di forze opposte nel tentativo di allargare la propria influenza e controllare risorse o rotte commerciali. A farne le spese sono i paesi oggetto della contesa, com’è facilmente immaginabile anche solo leggendo l’elenco di quelli appena citati.
Questa parabola discendente dei rapporti tra i due regimi ha registrato una netta accelerazione in parallelo all’acuirsi della competizione internazionale per accaparrarsi sfere di influenza e risorse, mettendo sempre più in discussione l’approccio condiviso ai problemi della sicurezza nel Golfo Persico. Paradossalmente, è stato proprio l’intervento militare nello Yemen a partire dal 2015 che ha innescato l’escalation dello scontro, nonostante Riyadh e Abu Dhabi condividessero lo stesso obiettivo di riconsegnare il paese al governo deposto dagli odiati “Houthis”.
L’agenda dei due regimi è apparsa ben presto divergente, con i sauditi intenti soprattutto a stabilizzare il vicino con cui condividono un lunghissimo confine, in modo anche da non cedere influenza a rivali regionali, come l’Iran. Gli Emirati hanno invece sfruttato l’intrusione nelle vicende interne yemenite per promuovere un progetto di ampliamento dei propri interessi strategici regionali basato sul controllo di porti, isole e rotte commerciali. Il tutto sostenendo forze “proxy” che, nel caso dello Yemen, sono in primo luogo quelle separatiste del STC.
Quest’ultimo fattore ha messo da subito in allarme la casa regnante a Riyadh, determinata a conservare l’integrità territoriale dello Yemen, sia per evitare ulteriore caos oltre i propri confini sia per non incoraggiare spinte secessioniste sul fronte domestico, visto anche che alcune province meridionali saudite continuano a essere rivendicate dagli ambienti nazionalisti di Sana’a. È abbastanza evidente che i sauditi ritengono non più accettabile il consolidamento delle posizioni emiratine nel sud dello Yemen e nel Corno d’Africa, per i rischi che ciò comporta in termini di sicurezza e di accesso alle vie marittime. In merito al Corno d’Africa, la rivalità tra i due paesi si manifesta con il sostegno da parte degli Emirati alle regioni “separatiste” somale di Somaliland e Puntland, laddove l’Arabia appoggia in pieno il governo federale di Mogadiscio.
La prudenza che ha caratterizzato finora la condotta saudita è da collegare al rischio di spaccare e indebolire l’organo che garantisce da oltre quattro decenni il coordinamento delle politiche della sicurezza nell’area del Golfo Persico, ovvero il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC). Proprio per questa ragione è improbabile che i due paesi arrivino a uno scontro militare diretto, anche se gli eventi recenti dello Yemen indicano un netto aggravamento della contesa. Arabia ed Emirati sono inoltre ben integrati nei sistemi economici, finanziari e militari occidentali, così da rendere difficile una rottura definitiva che avrebbe ripercussioni anche sul piano internazionale.
La convergenza di interessi continua così a fungere da freno a una rottura aperta, spingendo Riyadh e Abu Dhabi a gestire lo scontro più come una competizione a bassa intensità che come un conflitto diretto. Una dinamica che, lungi dal ridurre l’instabilità regionale, rischia tuttavia di prolungare indefinitamente il caos in Yemen e negli altri teatri contesi, trasformandoli in spazi di regolamento permanente dei conti tra potenze regionali.

