Venezuela, l’ultimo atto del Diritto
Il blitz criminale sul Venezuela ad opera degli Stati Uniti pone una autentica lapide su quel che rimaneva del Diritto Internazionale. Il Venezuela non è colpevole di nulla se non di difendere la sua sovranità e il bombardamento dei suoi siti militari in assenza di minacce o pericoli che da quel Paese provenissero e, ancor più, il rapimento e l’esfiltrazione del suo Capo di Stato, di un Paese contro il quale non è stato dichiarato lo stato di guerra, sposta l’iniziativa politica e militare sul terreno del crimine totale.
Quel che è chiaro è che ogni pur timida parvenza ancora esistente del Diritto Internazionale, già azzoppato a Gaza e confermato dall’inerzia della comunità internazionale, è stato definitivamente sepolto a Caracas.
Quel sistema di regole nate a Yalta, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, che aveva nell’eguaglianza degli Stati, nel rispetto della loro sovranità e nella non ingerenza negli affari interni di ciascuno di essi i suoi punti cardinali e che obbligava tutta la comunità internazionale ad attenersi a quelle regole, non ha più cittadinanza. Men che mai la sua credibilità delle Nazioni Unite nel porsi come strumento atto a prevenire o reprimere controversie che violassero quell’accordo di cittadinanza globale, utilizzando i canali a disposizione dalla diplomazia alla forza.
Il processo di delegittimazione del Diritto Internazionale non è il prodotto solo di una cospirazione di perversi, bensì ha avuto inizio con la politica espansiva del capitalismo americano, uscito vincente dalla 2 guerra mondiale e affatto disposto a rispettare i patti firmati con Russia e Cina sul rispetto delle reciproche sfere d’influenza così come previste a Yalta.
Dalla guerra di Corea a quella in Viet-Nam, il capitalismo statunitense ha avuto come moto unico l’espansione dei suoi interessi attraverso l’estensione militare e geografica del suo impero. Risorse di ogni tipo a disposizione di una crescita economica brutale e ad esclusivo vantaggio degli USA. Una crescita che si fondava sul dominio delle vie di navigazione, delle risorse di sottosuolo, dell’apparato militare e del cartello energetico con il quale si governò dalla metà degli anni ’60 il mercato degli idrocarburi.
L’organizzazione della comunità internazionale venne spesso messa di fronte al fatto compiuto; dal 1945 l’intervento statunitense in politica estera contò su decine di invasioni, colpi di Stato, organizzazione di reti spionistiche che con la forza o il ricatto ottennero la compiacenza operativa di diverse decine di governi. Il saccheggio di interi continenti costituì la forza economica necessaria alla costruzione, mantenimento e rafforzamento di un impero che mostrava con tutta evidenza i segni del suo cinismo e della sua immoralità, prima ancora che della sua arroganza.
A questo blocco occidentale di interessi e di assoluta fedeltà atlantica, si diede il compito di rappresentare la veste politica unitaria dell’Occidente Collettivo, mentre le Nazioni Unite, sottoposte all’intralcio di un sistema di veti nel Consiglio di Sicurezza, vedevano sfumare in tempi e soluzioni ogni possibile intervento che ripristinasse la legalità internazionale. Dall’Africa all’America latina, dall’Est Europa all’Asia, l’invadenza statunitense nel saccheggio del resto del mondo venne travestita da guerra ideologica, occultando lo scontro tra Nord e Sud con il finto conflitto tra Est e Ovest.
La fine del campo socialista venne immaginata come “la fine della storia”, per dirla con Fukuyama, scienziato del nulla e teorico dell’errore perpetuo. Più netti apparvero gli scritti di Brzezinski e di Donald Rumfield al riguardo, Diversissimi tra loro i due esponenti dell’establishment statunitense coincidevano però su un punto fondamentale: il mondo vuole, può, deve essere governato dagli Stati Uniti. Costi quel che costi.
Il Nuovo Ordine Mondiale nato dalle macerie del 1989 si ergeva invece come la puntata finale del capitale contro il lavoro, del Nord contro il Sud, eufemisticamente chiamata “guerra di civiltà”.
La sistematica distruzione delle ragioni e delle verità storiche ha avuto un passaggio fondamentale nel versamento sull’arena politica internazionale di migliaia di miliardi di Dollari per garantirsi il primato tecnologico e scientifico, il dominio sui mercati e l’utilizzo della leva del debito e, con forza ancora maggiore, l’acquisizione di quanto già esistente e il possesso dei nuovi prodotti nel campo dell’informazione.
Il controllo totale sul mercato della circolazione delle idee comportò il dominio culturale e divenne la base operativa del pensiero unico. Capovolgimento della realtà e smantellamento della logica che accompagnava le norme a salvaguardia del sistema di regole internazionali. Parallelamente, l’utilizzo degli organismi internazionali ad esclusivo vantaggio del prevalere occidentale, finirono di distruggere quel tessuto ordinamentale, giuridico, politico ed etico che sosteneva la complessità del mondo.
Sono gli Stati Uniti ad aver deciso che il mondo non è luogo per i giusti ma per i forti. Coscienti del loro irreversibile declino, hanno scelto di ritirarsi nel loro continente sul quale vogliono però rimettere le mani con forza, considerando che non solo dispone di tutto ciò che gli USA non dispongono ma che è terribilmente necessario per affrontare le sfide con la Cina e l’insieme delle economie emergenti, ma anche perché costituisce una riserva geopolitica e strategica che porta il controllo statunitense ai due poli della terra.
Il progetto di riconquista americana del mondo alla fine si riduce territorialmente mentre si inasprisce politicamente. In realtà ammette l’esistenza di tre player globali come Cina, Russia e India (e si rende conto della crescita importante di paesi come il Brasile, il Sudafrica, l’Arabia Saudita, il Pakistan) e ne riconosce le rispettive zone d’influenza ma intende comunque forzare ovunque le ricchezze altrui siano necessari alla sopravvivenza del suo modello fallito.
Con una lettura ideologica prodotto del fanatismo religioso e messianico e dell’odio razziale e misogino che caratterizza l’ideologia trumpiana, il cambiamento più evidente nelle relazioni internazionali, è rappresentato dalla lettura del mondo che si fonda sull’assetto politico dei rispettivi governi. Nel concreto, in ogni Paese dove governa un fascista o un sottoprodotto del fascismo, Trump è pronto a tendere la mano, ad identificarsi con le sue ragioni, ad ergerlo ad esempio di amicizia. Allo stesso tempo si batte contro quei paesi che hanno visto gli esponenti della destra coinvolti in inchieste giudiziarie, dal Brasile alla Colombia, all’Honduras, solo per restare nel continente americano. Il passaggio dal Diritto tra gli uguali alla darwiniana legge del più forte si accompagna con la fine della relazione politica tra gli Stati: è in vigore il criterio delle maras, per il quale ci sono i governi amici e quelli nemici. Ai primi tutto e concesso in virtù dell’obbedienza cieca al feudatario, ai secondi nulla è permesso per i motivi opposti.
La fine di ogni possibile suggestione o affascinamento per un modello sociopolitico che, messo alle strette, ha cancellato in fretta e furia i principi giuridico-politici sui quali diceva di reggersi, ha invece dimostrato che i suoi stessi principi liberali sono diventati un ostacolo insormontabile al loro potere. Osservarli, dunque, è divenuto obsoleto e controproducente per i suoi interessi. E allora via al furore delle belve, al ritiro del diritto alla libera circolazione degli uomini, del denaro e dei mercati, alla riscoperta della pirateria in sostituzione della domanda-offerta. Un nuovo profilo criminale che ha determinato l’uscita rapida dalla comunità internazionale degna di tal nome che, ostinatamente, continua a puntare sul Diritto e non sulla forza.
Come dimostrato a Gaza e confermato a Caracas, assistiamo alla perdita definitiva di ogni presunta superiorità etica da parte di un modello che si presentava al mondo annunciando principi politici liberal-democratici. Il sequestro di Nicolas Maduro è qualcosa che per certi versi somiglia al tentativo di bombardamento della residenza di Putin in Russia; siamo allo sdoganamento di ogni mancanza di regole, di ogni estetica del conflitto, di ogni decenza nell’uso della forza. Vengono meno le regole scritte e quelle non scritte, che dispongono la salvaguardia – anche nei conflitti più aspri – dei Capi di Stato e di governo.
Il nuovo fascismo 2.0 che sembra imporsi in questo inizio di 2026 disegna la volgarità e l’ignominia dei suoi interpreti. Una nuova autocrazia dal profilo delinquenziale è la cifra di un modello marcio, privo ormai di ogni legittimità, incapace di proporre un modello di società che non sia la riproposizione delle peggiori storie imperiali. Ogni Paese che vorrà mantenere la sua sovranità è chiamato a tener conto di questo manipolo di criminali che guidano l’Occidente e di regolarsi di conseguenza. Nessun rispetto e nessuna regola sono dovuti nel contrastarli. Come tutti gli imperi è destinato a perire sotto le sue rovine e molto prima di quanto s’immagini. L’incognita è solo quando.

