Israele, la giustizia dei carnefici
Una sordida vicenda legale che sta scuotendo la politica israeliana ha confermato per l’ennesima volta la natura distorta e criminale delle istituzioni dello stato ebraico, pervase, così come una parte significativa della popolazione, da razzismo, senso (totalmente ingiustificato) di superiorità e di impunità, disinteresse per i più basilari principi democratici. La storia riguarda l’arresto del capo dell’avvocatura militare dell’esercito di occupazione, Yifat Tomer-Yerushalmi, rea confessa del “crimine” di avere consegnato alla stampa, nell’estate del 2024, un video raccapricciante che riprendeva alcuni militari impegnati a torturare e violentare un detenuto palestinese nella famigerata prigione di Sde Teiman.
Come spesso accaduto anche negli Stati Uniti in questi anni, per il caso in questione la macchina della giustizia israeliana non si è scatenata contro i responsabili dell’orrendo crimine oggetto della fuga di informazioni, ma piuttosto contro la persona che lo ha reso di dominio pubblico. I fatti risalgono al mese di luglio dello scorso anno, quando il già citato detenuto palestinese venne sottoposto al brutale trattamento dei militari israeliani. Il filmato che documentava la scena venne poi recapitato alla rete Channel 12 che lo avrebbe trasmesso il mese successivo. Cinque riservisti responsabili dell’accaduto vennero in seguito arrestati e rilasciati di lì a poco, ma la sola iniziativa della giustizia israeliana scatenò proteste feroci da parte di un gruppo di coloni che occupano illegalmente i territori palestinesi.
Questi ultimi assaltarono la base militare dove i cinque soldati erano tenuti in custodia per chiederne la liberazione, sostanzialmente trasformando in “eroi” gli accusati di stupro e torture. L’indagine sulle violenze aveva prevedibilmente provocato l’indignazione anche dei politici, e non solo quelli dell’ultra-destra. Il prigioniero palestinese avrebbe riportato, tra l’altro, gravi lesioni al retto e all’intestino per via dell’utilizzo probabilmente di un coltello, tanto da richiedere svariati interventi chirurgici. Anche se non è nota la sua identità, è stato alla fine rilasciato dalle carceri israeliane nel quadro dello scambio di detenuti seguito all’entrata in vigore della tregua a Gaza a inizio ottobre. In molti ritengono che la decisione di includere la vittima tra i prigionieri palestinesi liberati sia stata presa per evitare che la sua testimonianza venisse raccolta nell’ambito dell’indagine sui fatti di Sde Teiman.
La vicenda è tornata all’attenzione dei media settimana scorsa con le dimissioni del capo dell’avvocatura militare, Tomer-Yerushalmi, la quale ha ammesso pubblicamente di essere la responsabile della consegna alla stampa del filmato sullo stupro del detenuto palestinese. L’ufficiale israeliana ha spiegato che la sua decisione è stata motivata dal desiderio di scagionare gli organi della giustizia militare dalle accuse di avere passato il materiale video a Channel 12. Per il “reato” erano sotto indagine cinque sospettati e alcune testimonianze erano state sentite nei mesi scorsi. Il fermo di Tomer-Yerushalmi è stato recentemente prolungato almeno fino a venerdì. Assieme a quest’ultima è finito agli arresti anche l’ex procuratore militare Matan Solomosh, con l’accusa di avere collaborato al tentativo di occultare la divulgazione non autorizzata del video.
La rivelazione delle responsabilità di Tomer-Yerushalmi ha risvegliato gli istinti più deteriori di politici e ufficiali ai vertici delle forze armate israeliane. Il ministro degli Esteri del gabinetto Netanyahu, il criminale di guerra non ancora incriminato Israel Katz, ha fatto addirittura riferimento alla famigerata “accusa del sangue” per denunciare coloro che mettono in cattiva luce gli eroici soldati dell’esercito di occupazione. La avvocata militare Tomer-Yerushalmi è in ogni caso e a sua volta tutt’altro che un’eroina. C’è da credere infatti che a spingerla a rivelare alla stampa l’accaduto sia stato il fatto che la violenza era stata appunto ripresa in un video, prima o poi destinato a emergere, e che il palestinese torturato era stato oggetto di cure mediche di cui era rimasta traccia nei registri ufficiali.
Nella struttura di Sde Teiman, situata nella parte meridionale di Israele e non lontana da Gaza, i militari delle forze di occupazione infliggono regolarmente torture ai detenuti palestinesi, come ha documentato, tra le altre, l’organizzazione israeliana Breaking the Silence. I casi da denunciare sarebbero quindi molteplici, ma gli scrupoli di ufficiali e membri delle istituzioni giudiziarie militari di Israele sono piuttosto selettivi e la preoccupazione principale non è certo il rispetto dei diritti umani dei detenuti palestinesi quanto l’immagine di un’istituzione violenta e genocida.
Israele continua a tenere nelle proprie carceri qualcosa come novemila palestinesi, molti dei quali senza essere stati incriminati formalmente. I metodi utilizzati in queste strutture sono appunto brutali e nessuno dei responsabili è praticamente mai stato chiamato a renderne conto alla giustizia. Nei recenti scambi di detenuti e cadaveri con Hamas, sono stati rilevati parecchi casi di corpi che mostravano chiari segni di tortura e addirittura di espianto di organi. Maltrattamenti, volenze e brutalità varie sono aumentati vertiginosamente dopo il 7 ottobre 2023, causando in molti casi la morte dei prigionieri.
L’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati ha documentato almeno 75 decessi di palestinesi sotto custodia dello stato ebraico tra questa data e il 31 agosto scorso, anche se il numero reale è senza dubbio più alto. Gli abusi sono la norma, così come la mancata somministrazione di medicinali e cure mediche. Le torture di carattere sessuale sono inoltre frequenti e in netta crescita negli ultimi due anni. Questi atti non sono in nessun modo da ricondurre a singoli elementi disturbati, ma appaiono generalizzati e assecondati, quando non apertamente incoraggiati, dai vertici militari che, infatti, non hanno il minimo interesse a indagare e fare giustizia, quanto a insabbiare i fatti e a scagliarsi contro coloro che cercano di rivelare al pubblico le violenze.
Per quanto riguarda Yifat Tomer-Yerushalmi, l’accusa a suo carico è ora di “ostruzione alla giustizia”, anche se i suoi legali hanno sostenuto che ciò non avrebbe senso, dal momento che le indagini sono già avanzate e parecchio materiale investigativo è stato raccolto dagli inquirenti. È abbastanza chiaro che il vero obiettivo della “giustizia” israeliana è infliggerle una punizione esemplare per avere portato alla luce uno dei tanti episodi di violenza che doveva restare confinato tra le mura del carcere.
L’avvocata militare era sparita domenica scorsa per alcune ore, lasciando un biglietto ai famigliari che poteva far pensare al suicidio. La donna è stata però alla fine ritrovata incolume su una spiaggia, prima di venire arrestata. Secondo alcuni avrebbe inscenato un finto suicidio per avere il tempo di cancellare prove incriminanti dal suo telefono o farlo sparire del tutto. Fino ad ora, infatti, il dispositivo non è stato ancora rinvenuto.

