Ucraina: l’utopia e la realtà
La realtà dei fatti, da una parte, e il comportamento del regime ucraino e dei suoi sponsor europei, dall’altra, continuano a muoversi su strade totalmente divergenti, con decisioni, prese da parte di questi ultimi, che non hanno nessuna giustificazione razionale né utilità per invertire una situazione, relativamente alla guerra contro la Russia, ormai molto più che disperata. Visto il livello morale e intellettuale della classe dirigente europea, nonché di quella al potere a Kiev, continuare a illudersi di avere una qualche capacità di influenza o armi segrete per evitare una sconfitta strategica epocale serve forse, dal loro punto di vista, a rimandare l’appuntamento con l’inevitabile e sperare in qualche evento miracoloso che modifichi gli equilibri sul campo. In questa categoria del fantastico si inseriscono i recenti accordi sottoscritti da Zelensky con un paio di paesi europei per la fornitura di velivoli da guerra, per pagare i quali Kiev non ha evidentemente le risorse e che, anche se le avesse, risulterebbero disponibili in una data di molto successiva al crollo definitivo del suo paese.
Nei suoi “Studi sull’isteria” del 1895, Sigmund Freud fu il primo a diagnosticare il disturbo psichico della negazione della realtà, identificandolo come un meccanismo in cui i pazienti rifiutano di riconoscere contenuti mentali che appaiono loro insopportabili o sconvolgenti. Trasferendo il fenomeno psichico su un piano collettivo e strategico, i leader europei che presiedono al progetto ucraino si trovano a vivere in uno stato simile, alimentando comportamenti auto-distruttivi nel tentativo di far corrispondere la realtà alle loro proiezioni e di evitare di fare i conti con un fallimento che costerebbe troppo e che, quindi, continua a essere considerato inaccettabile.
Tornando ai contratti sugli equipaggiamenti militari, Zelensky ha incontrato nei giorni scorsi a Parigi il presidente Macron e nel corso della visita i due hanno pomposamente annunciato un piano d’acquisto, da parte dell’Ucraina, di un centinaio di caccia francesi Rafale, oltre a sistemi di difesa anti-aerea e droni. Quello che i due hanno sottoscritto è una “lettera d’intenti” che dovrebbe essere finalizzata entro dieci anni. Il nome ufficiale del documento firmato dai due leader è quanto mai opportuno, visto che l’accordo è destinato a rimanere pura intenzione.
Non è dato sapere quale sia il prezzo concordato per le forniture, né esso sembra essere un dato fondamentale viste le scarsissime possibilità che si concretizzino. Tuttavia, per dare un’idea delle cifre in ballo, un singolo velivolo da guerra a doppio motore costruito dalla francese Dassault può costare, secondo alcune stime, fino a 140 milioni di euro. Alla cifra complessiva del pacchetto di questi aerei vanno poi aggiunti i costi per gli altri equipaggiamenti militari inclusi nel memorandum franco-ucraino, per non parlare degli armamenti in dotazione a essi, da acquistare separatamente.
Anche in assenza di una cifra più o meno precisa dell’intero affare, è legittimo chiedersi dove Kiev reperirà il denaro per pagare il tutto. La questione rischia di scivolare nel ridicolo se si considerano due elementi emersi proprio in contemporanea alla trasferta dell’ex comico televisivo in Francia. Il primo è l’esplosione del nuovo scandalo legato allo schema corruttivo da (almeno) 100 milioni di euro che ha coinvolto uomini della cerchia del (ex) presidente, accusati di avere sottratto fondi occidentali destinati ad aiuti per il paese in guerra. L’altro è la pubblicazione della lettera appena inviata dalla Commissione Europea ai paesi membri, in cui si specifica che le necessità finanziarie dell’Ucraina per rimanere in piedi nel 2026 e 2027 ammonteranno a quasi 136 miliardi di euro. Laddove per “necessità finanziarie” si intende denaro che dovrà sborsare l’Europa per evitare il tracollo economico, finanziario e sociale ucraino.
Il pozzo di corruzione e di dissesto finanziario che è l’Ucraina ha dunque annunciato nuovi contratti per l’acquisto di mezzi militari dal costo esorbitante. E non è solo la Francia ad essersi prestata a questa farsa. Lo scorso ottobre era stato il governo svedese, fresco della scelta suicida di entrare a tutti gli effetti nel racket della NATO, ad assicurarsi – per così dire – la vendita all’Ucraina di 100 o 150 caccia Saab JAS 39 Gripen-E. Anche in questo caso, sul tavolo c’era inevitabilmente solo una “lettera d’intenti”, con termini di acquisto, costi e tempi di consegna non specificati. A titolo di riferimento, uno degli ultimi paesi ad avere acquistato gli aerei da guerra svedesi è stata la Thailandia, che li pagati più di 138 milioni di dollari ciascuno.
Oltre alla questione dei costi, valutati nel complesso in varie decine di miliardi di euro che l’Ucraina non ha né tantomeno avrà in un futuro segnato da debiti giganteschi, c’è quella della capacità produttiva di Saab e Dassault. La compagnia svedese ha ad esempio in pancia un ordine di 60 caccia per le forze armate indigene che prevede di evadere solo nel 2030. Al ritmo attuale, Saab è in grado di realizzare appena una dozzina di velivoli all’anno. Dassault, a sua volta, ha in coda 233 caccia da produrre e consegnare e, secondo gli analisti, è improbabile che nuovi acquirenti possano ricevere un esemplare di Rafale prima di cinque anni. Queste complicazioni legate alle tempistiche non sono state ovviamente discusse a livello pubblico nel corso delle visite di Zelensky in Svezia e in Francia, anche perché le forniture in sé non sono l’oggetto degli accordi annunciati, che servono invece solo a dare l’impressione di un’Europa decisa a rimanere a lungo al fianco del regime di Kiev nella guerra contro la Russia.
Parlando con la stampa durante l’incontro con Zelensky, il presidente Macron ha aggiunto che nel prossimo anno verranno dispiegati sul campo in Ucraina nuovi sistemi di difesa anti-aerea SAMP-T di nuova generazione. L’utilità di questi ultimi è però in fortissimo dubbio e, in ogni caso, non è chiaro nemmeno come i nuovi sistemi riusciranno anche solo a raggiungere le posizioni designate in territorio ucraino. Il messaggio che si deduce in ogni caso è che Zelensky e i suoi sponsor europei prevedono di prolungare la guerra nel 2026 e anche oltre.
Il quadro fantastico che ne esce rafforza quindi la sensazione di un dissociamento totale dalla realtà da parte dei leader europei e di quelli ucraini. Gianandrea Gaiani su Analisi Difesa ne ha dato conto efficacemente in questo modo: “Mentre le forze ucraine collassano al fronte prive di addestramento, si parla di 100 Rafale da aggiungere a 150 Gripen svedesi, agli F-16 donati da belgi, olandesi, norvegesi e danesi e ai Mirage 2000 ex francesi. Dissociati dalla realtà, si immagina un’Ucraina che disponga di centinaia di piloti addestrati a combattere su 4 tipi di velivoli da combattimento occidentali diversi (più altri 3 ex sovietici Mig e Sukhoi oggi in servizio) e con capacità logistiche costosissime che nessuno in Europa potrà sostenere”.
L’altra faccia della medaglia delle fantasie belliche ucraine sono le allucinazioni finanziarie europee per mettere una pezza al buco nero di Kiev. Il fabbisogno dei prossimi due anni è già stato citato in precedenza e per farvi fronte Bruxelles sembra voler pianificare il dissanguamento dei paesi membri, già devastati economicamente da quasi quattro anni di una guerra di cui portano essi stessi la totale responsabilità. In discussione per rastrellare i fondi da destinare a un mega prestito per l’Ucraina (140 miliardi di euro) c’è sempre l’appropriazione dei fondi russi congelati in Europa. La Commissione Europea sta studiando un piano sostanzialmente per dare una facciata legale a quello che sarebbe un furto puro e semplice. Svariati paesi vedono con apprensione questa possibilità per via dei contraccolpi che produrrebbe in termini di immagine, ovvero la fuga degli investitori extra-europei, delle cause legali che Mosca scatenerebbe e delle ritorsioni ai danni degli “asset” europei ancora in Russia.
Il Belgio, oltre a Ungheria e Slovacchia, è il paese che maggiormente si oppone all’opzione del furto, perché il denaro russo è parcheggiato in gran parte presso la società di servizi finanziari Euroclear, che ha sede appunto a Bruxelles. Le conseguenze delle manovre illegali europee si farebbero perciò sentire principalmente sul Belgio. La stessa Euroclear ritiene l’eventuale confisca talmente esplosiva che ha recentemente minacciato una causa legale contro l’Europa se si dovesse procedere in questo senso. La questione verrà decisa forse in un summit a dicembre, ma il governo belga ha detto che non farà passi indietro a meno che tutti i paesi membri accettino di farsi carico delle ripercussioni legali del provvedimento.
La Commissione ha in ogni caso delineato almeno due alternative. La prima è la raccolta di denaro da destinare a Kiev semplicemente imponendo una quota ad ogni paese membro in base al proprio PIL. L’altra è il ricorso a prestiti sui mercati finanziari, con le risorse così ottenute da girare a loro volta in un prestito per l’Ucraina. Bruxelles sostiene che i fondi che Kiev riceverà verranno rimborsati dai risarcimenti russi per i danni provocati dalla guerra.
Quest’ultima condizione riconduce nuovamente al problema della mancata connessione dell’Europa con la realtà. Mosca non pagherà mai i danni di guerra all’Ucraina, né gli sponsor del regime di Zelensky avranno i mezzi per costringere il Cremlino a farlo, così che tutto il peso finanziario degli “aiuti” ricadrà ancora una volta sull’Europa, anzi sulle spalle dei cittadini e delle aziende europee, già penalizzate oltre misura dall’inettitudine e dalle decisioni suicide della sua miserabile classe dirigente.

