Zelensky e l’incubo della pace
Uno stato di panico autentico è calato sui governi europei e sul regime di Zelensky nelle scorse ore a seguito della circolazione sulla stampa occidentale di un possibile “piano di pace” in 28 punti, concordato tra Washington e Mosca, per mettere fine alla guerra in Ucraina. Non è la prima volta che gli sponsor di Kiev da questa parte dell’Atlantico restano spiazzati dalle manovre diplomatiche dell’amministrazione Trump, poco o per nulla interessata – e a ragione – a coinvolgere in esse gli alleati europei. Se il documento diffuso pubblicamente deve essere preso a dir poco con le molle, il contenuto che è stato rivelato sembra tuttavia finalmente riconoscere molte delle legittime condizioni che la Russia ha sempre ritenuto imprescindibili per un possibile accordo di pace. Proprio per questo, l’Europa e i media ufficiali russofobi hanno subito cercato di correre ai ripari per screditare il testo circolato a partire da mercoledì, bollandolo come inaccettabile perché imporrebbe all’Ucraina niente meno che la cessione della propria sovranità. In realtà, sempre che dietro vi sia un vero accordo tra la Casa Bianca e il Cremlino e che Mosca accetti i termini almeno come punto di partenza per un negoziato serio, la proposta è quanto di meglio Zelensky possa ottenere in un quadro politico e militare catastrofico che rischia di peggiorare ulteriormente nell’immediato futuro.
È bene tenere presente il collegamento temporale tra la notizia del “piano di pace”, che sarebbe il risultato del lavoro dell’inviato speciale del presidente USA Steve Witkoff e del consigliere del Cremlino Kirill Dmitriev, e l’esplosione dello scandalo relativo allo schema corruttivo da 100 milioni di dollari in Ucraina che sta toccando la cerchia più ristretta degli uomini di Zelensky. Le agenzie “indipendenti” ucraine che indagano sulla corruzione ad alto livello nel paese sono infatti controllate dagli Stati Uniti e operano in direzioni ben precise, ovvero con scopi in larga misura politici per colpire personalità e ambienti di potere in base agli interessi e agli obiettivi di Washington.
Così stando le cose, non è difficile immaginare un’operazione anti-corruzione di vasta portata come arma per fare pressioni su Zelensky, il quale, coordinando le sue azioni con l’Europa, continuava a opporre ferma resistenza al negoziato, tanto da annunciare, nei giorni scorsi, la rottura dei colloqui già in pieno stallo con Mosca. Prima della pubblicazione della notizia del “piano di pace” erano già in corso consultazioni tra Washington e Kiev sulla questione e Zelensky aveva fatto un passo indietro accettando di incontrare a Istanbul, sempre nella giornata di mercoledì, il presidente turco Erdogan nell’ottica di una riapertura del negoziato con la Russia.
Proprio mentre l’ex comico era in viaggio per la Turchia, con un piano di pace diverso e concordato con l’Europa, la testata on-line americana Axios pubblicava però la rivelazione sull’accordo tra USA e Russia, presentata in sostanza come un fatto compiuto che Kiev dovrebbe accettare senza avere praticamente voce in capitolo. A quel punto, il previsto vertice a tre con Zelensky, Erdogan e Witkoff è stato bruscamente cancellato. La lettura delle condizioni previste dal piano deve essere stata uno shock per Zelensky e i leader europei, soprattutto considerando che questi ultimi si erano illusi nelle ultime settimane di avere quasi convinto la Casa Bianca ad abbandonare le velleità diplomatiche nei confronti di un presidente Putin a loro dire per nulla interessato a mettere fine alla guerra.
Sulla questione del controllo del territorio, il piano ratifica il passaggio di Crimea e Donbass alla Russia, ma con alcuni dettagli che potrebbero rivelarsi ostacoli complicati o che comunque avranno bisogno di lunghe trattative. Kiev dovrebbe liberare quelle parti degli “oblast” che ancora occupa militarmente ma che la Russia ha già annesso in maniera formale. Queste aree resterebbero demilitarizzate, ma comunque sotto il pieno controllo di Mosca. La Russia, invece, dovrebbe accettare il congelamento della linea attuale del fronte nelle regioni di Kherson e Zaporizhzhia, così che le parti di esse ancora in mano alle forze ucraine resterebbero sotto il controllo di Kiev.
Quest’ultima condizione va contro le richieste russe, ma bisogna ricordare che Mosca negli ultimi mesi ha occupato alcune aree delle regioni di Kharkiv e Sumy, su cui non rivendica ufficialmente la propria sovranità. Ciò significa che, in sede di negoziato, Putin potrebbe restituire queste porzioni di territorio all’Ucraina in cambio dell’evacuazione delle rimanenti sacche ucraine nel Donbass. A spingere in questa direzione c’è anche la prospettiva di una possibile perdita di altro territorio a Kharkiv e Sumy da parte ucraina, mentre la liberazione delle porzioni del Donbass dalle forze di Zelensky è solo questione di tempo.
Il riconoscimento del Donbass come territorio russo sarebbe un boccone amarissimo per l’Europa, così come le condizioni sullo status militare della futura ucraina. Mentre Macron, Starmer e altri fantasticavano sull’invio di propri contingenti militari in Ucraina per garantire un eventuale accordo di pace, Trump e Putin concordavano, oltre al dimezzamento delle dimensioni delle forze armate di Kiev, il divieto di stazionare militari stranieri nel paese ex sovietico. Se l’accordo dovesse andare in porto, sarebbe indubbiamente interessante assistere alle modalità con cui i governi europei spiegheranno ai propri elettori come le loro richieste siano state respinte su tutta linea.
Per chiudere con le principali condizioni del “piano di pace” pubblicate dalla stampa, si può citare il sostanziale accoglimento anche di altre richieste di Mosca, tra cui il ristabilimento del russo come lingua ufficiale dell’Ucraina, la fine delle persecuzioni dirette contro la chiesa ortodossa e, in generale, il rispetto e la protezione della minoranza russofona nel paese. Resta da vedere se ciò soddisferà l’imperativo russo di “denazificare” l’Ucraina.
In maniera quasi frivola, alcuni commentatori occidentali hanno invece fatto notare l’assenza nel documento in circolazione di qualsiasi riferimento alla NATO e al ruolo che potrebbe svolgere nell’Ucraina post-bellica. Per qualcuno, la questione sarebbe tutta da discutere, ma in realtà è semplicemente ridicolo credere che una qualche “garanzia di sicurezza” per Kiev possa essere basata sulla presenza di personale NATO in Ucraina o, tantomeno, sulla futura adesione dell’Ucraina al Patto Atlantico. La guerra era scoppiata nel febbraio 2022 praticamente per l’utilizzo dell’Ucraina come avamposto NATO contro la Russia e, perciò, ipotizzare che Mosca faccia concessioni anche minime su questo punto è pura fantascienza.
Alcuni analisti indipendenti ritengono che il Cremlino non accetterà le condizioni previste dal piano appena reso di dominio pubblico. L’avanzata militare russa ha assunto un ritmo tale nelle ultime settimane da rendere improbabile, secondo questo punto di vista, la cessione di territorio a Kiev, ovvero le aree conquistate a Kharkiv e Sumy e quelle parti di Kherson e Zaporizhzhia ancora in mano ai militari ucraini. Da Mosca, d’altra parte, le reazioni in queste ore alla notizia circolata sui media occidentali sono state molto caute. La posizione ufficiale è che nessuna proposta ufficiale è stata recapitata al governo russo, mentre in linea generale si è ribadito che la base per il negoziato resta quanto discusso tra Putin e Trump nel vertice di Anchorage a ferragosto. In quell’occasione, però, le notizie trapelate indicavano un sostanziale riconoscimento da parte americana delle ragioni e degli imperativi strategici russi in relazione al conflitto.
È possibile che Mosca resti alla finestra in attesa che le divisioni in Occidente sulla gestione del “file” Ucraina si risolvano una volta per tutte, vale a dire se gli Stati Uniti riusciranno a imporre la soluzione diplomatica a Kiev e all’Europa. Leggendo i media ufficiali in queste ore si comprende d’altronde come si sia messa in moto una macchina di propaganda che punta a boicottare per l’ennesima volta le speranze di pace in Ucraina. Funzionari governativi anonimi, commentatori e politici che hanno investito tutto sull’avventura ucraina denunciano ferocemente il “tradimento” di Trump e invitano i leader europei a cambiare marcia per dimostrare il loro sostegno al regime ultra-corrotto di Zelensky, ad esempio sbloccando l’invio di armi o impossessandosi finalmente dei fondi russi congelati in Europa per finanziare il buco nero ucraino.
La realtà è però diversa dalle proiezioni della classe dirigente europea. Quest’ultima non ha le risorse per prolungare il conflitto, anche perché se le avesse non discuterebbe del furto dei fondi russi, e, comunque, l’Ucraina, dovesse anche ricevere un’ondata di nuove armi, non disporrebbe più degli uomini e delle capacità per utilizzarle e trasformare il disastro attuale in una controffensiva efficace. Politicamente, infine, la cerchia al potere (illegittimamente) a Kiev è entrata in una crisi irreversibile che testimonia dell’imminente perdita del controllo sul paese e della sfiducia con cui è vista dai suoi sponsor. Ciò che dovrebbe fare il regime ucraino è perciò cogliere la palla al balzo e, al di là della disposizione russa nei confronti della proposta in circolazione, dichiarare l’accettazione delle condizioni previste, per poi sperare che Mosca apra un negoziato e allenti la presa sul campo. I termini oggi sul tavolo, denunciati come scandalosi e inaccettabili da Londra a Parigi, da Berlino a Varsavia, potrebbero essere molto peggiori nelle prossime settimane.

