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Mar
27 Settembre 2016
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Economia

Il big bang di Deutsche Bank

Il big bang di Deutsche Bank

di Carlo Musilli

Nemmeno negli incubi più foschi aveva immaginato di ricevere un colpo del genere. Eppure è arrivato: la settimana scorsa Deutsche Bank si è vista chiedere dal governo americano ben 14 miliardi di dollari. La colpa da espiare è la più grave, perché ha a che vedere con i derivati legati ai mutui subprime, la truffa da cui nel 2008 è nata la crisi finanziaria che ha messo in ginocchio mezzo mondo.

Eppure, la cifra chiesta dagli Usa è comunque altissima. Le aspettative erano ben altre: per intenderci, il colosso bancario tedesco aveva previsto che la multa sarebbe stata di circa 2,4 miliardi di dollari. Quasi un sesto del conto che poi è effettivamente arrivato da Washington. Naturalmente, non appena il Wall Street Journal ha scritto “$14 Billion”, il titolo di Deutche è caduto a picco in Borsa.

Il sospetto è che la stangata contro la Banca di Francoforte sia una ritorsione degli Stati Uniti al caso Apple, cui la Ue ha chiesto di pagare 14,5 miliardi di euro come risarcimento per le tasse non versate all’erario irlandese. Guarda caso, la cifra in gioco è quasi la stessa.

Ma quale che sia il movente della sberla arrivata dagli Usa, Deutsche Bank  ha già fatto sapere che “non intende accordarsi su cifre neppure lontanamente vicine a quella citata”. I negoziati “sono agli inizi - hanno aggiunto i vertici della Banca tedesca - e ci aspettiamo un risultato simile a quello ottenuto da banche nostre pari, che hanno concordato un ammontare materialmente inferiore”.

Su questo punto, purtroppo, i tedeschi hanno ragione. A Goldman Sachs, ad esempio, erano stati chiesti inizialmente 15 miliardi, ma alla fine il gruppo ne ha pagati solo 5,1. JP Morgan, invece, è riuscita a far calare l’asticella da 20 a 13 miliardi.

Deutsche, per di più, può usare come argomento difensivo il fatto che i suoi volumi di business erano largamente inferiori a quelli dei colossi americani. Negli anni in cui si sono svolte le attività oggi sotto accusa (2005-2007), la Banca tedesca ha trattato titoli garantiti dai subprime pari a circa un terzo di quelli gestiti da Goldman e addirittura a un 13esimo di quelli in mano a Bank of America, l’istituto che finora ha ricevuto la sanzione più alta (16,6 miliardi).

L’entità finale del risarcimento che Deutsche sarà effettivamente costretta a pagare, perciò, è ancora difficile da prevedere. Le prime schermaglie andate in scena la settimana scorsa sono solo il primo atto di una tragicommedia negoziale che andrà avanti per mesi.

Secondo alcuni, però, questa trattativa potrebbe concludersi più rapidamente delle precedenti, addirittura entro l’anno, perché il Dipartimento di Giustizia americano - giunto ormai alla fine dell’amministrazione Obama - avrebbe interesse ad archiviare il più rapidamente possibile gli strascichi dello scandalo subprime, che fin qui ha prodotto molti risarcimenti e pochissime condanne.

Ma qual è stata la truffa a monte di tutto? Ricapitoliamo in sintesi i passaggi fondamentali. Tutto parte dall’economia reale, per poi spostarsi nella nube della finanza. In sostanza, le banche spingevano i loro clienti a usare le case come bancomat, accendendo mutui immobiliari in serie: i nuovi prestiti servivano a estinguere i precedenti ed essendo d'importo superiore (perché nel frattempo il prezzo delle case era salito) permettevano alle famiglie d'intascare la differenza.

Quando il prezzo delle case ha smesso di salire e gli americani non hanno più potuto rinegoziare i mutui (cioè quando la bolla speculativa è scoppiata), milioni di famiglie si sono ritrovate con debiti impossibili da ripagare. A quel punto le banche si sono prese le case.

Il problema per il resto del mondo è nato dal fatto che, mentre rifilavano i mutui subprime, gli istituti emettevano titoli derivati garantiti proprio da quei prestiti, prodotti finanziari che poi vendevano con l'inganno: sapevano di smerciare carta straccia ad altissimo rischio, ma facevano credere agli investitori che si trattasse di un affare più che sicuro.

Il tutto con la fondamentale complicità delle agenzie di rating, che assegnavano a quei titoli la tripla A, ovvero il giudizio d'affidabilità più alto. Del resto, Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch venivano pagate dalle banche stesse, non dagli investitori (cioè da chi emetteva i titoli, non da chi li comprava), perciò operavano in palese conflitto d'interessi.

Da allora, la giustizia Usa non ha riformato il mercato, né ha messo in galera i principali responsabili della crisi. È riuscita soltanto a contrattare multe, ma sempre seguendo la strada del patteggiamento: i colossi di Wall Street hanno accettato di pagare pur di chiudere la vicenda e ciò induce a pensare che le reali dimensioni delle loro colpe rimarranno per sempre un mistero. Purtroppo, accadrà lo stesso anche con Deutsche Bank. E nessuno può garantire che quanto avvenuto prima del 2008 non si ripeterà in futuro.

 

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