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Ven
1 Luglio 2016
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Economia

Brexit, la fine di Geordie

Brexit, la fine di Geordie

di Carlo Musilli

Impiccato con una corda d’oro (un privilegio raro). Geordie, protagonista di una famosa ballata britannica, faceva questa fine per aver rubato cervi nel parco del re. A sorpresa, gli elettori del Regno Unito hanno scelto di imitarlo votando in maggioranza per uscire dall’Ue. Nel loro caso, la corda d’oro è stata il referendum del 23 giugno. E ora tutto è a rischio: il Pil in crescita, la sterlina forte, lo Stato sociale solido, la potenza commerciale e il ruolo di principale polo finanziario del continente. I cittadini britannici hanno compromesso tutto questo sedotti dal populismo e dalla disinformazione di massa.

Nessuno ci credeva, ma il fantasma della Brexit si è presentato venerdì all’apertura dei mercati, scatenando il panico. Le Borse europee hanno bruciato 411 miliardi di capitalizzazione: Milano (-12,48%) ha archiviato la seduta peggiore di sempre, con flessioni superiori a quelle seguite all'11 settembre e al crack di Lehman Brothers. Non è andata meglio a Madrid (-12,35%), mentre Francoforte e Parigi hanno perso fra il 6 e l'8%.

La vera sorpresa è stata Londra, che, dopo un avvio molto negativo, ha limitato le perdite al -3,15%, ma grazie a una composizione dell'indice che privilegia le materie prime legate all'oro e i titoli difensivi come i farmaceutici. D’altra parte, le vere difficoltà per la City arriveranno quando le grandi banche mondiali sposteranno attività e posti di lavoro in altre capitali europee, in modo da non perdere il vantaggio di avere il proprio quartier generale continentale in territorio comunitario.

Quanto al mercato del debito, venerdì lo spread Btp-Bund è salito da 132 a 161 punti base, limitando i danni solo grazie alla rete di protezione garantita dalla Banca centrale europea. Sul fronte dei cambi, invece, la sterlina ha toccato i minimi dal 1985 sul dollaro, a 1,3406, per poi risalire a 1,3732, che rappresenta comunque il livello più basso dalla primavera 2009. Rispetto all'euro, la moneta britannica scambia a 0,815, sui valori di giugno 2014.

E adesso che succede? Le conseguenze della Brexit in termini finanziari ed economici si articolano su diversi piani. Al di là della reazione immediata dei mercati, inevitabilmente scomposta, il dato più significativo da tenere in considerazione nel medio periodo è proprio il valore della sterlina. La sua svalutazione, che secondo molti analisti rischia di arrivare fino al 15-20% rispetto ai livelli pre-Brexit, sarà favorevole per le aziende che esportano, ma al contempo spingerà l’inflazione e peserà quindi sui bilanci di famiglie e imprese, che ridurranno consumi e investimenti.

La Banca d’Inghilterra non potrà aiutare su questo fronte: per farlo dovrebbe alzare i tassi d’interesse, invece è prevedibile che sceglierà di tagliarli ulteriormente, azzerandoli, e di far ripartire il quantitative easing per fornire liquidità al sistema e tutelare i livelli di produzione e occupazione. Secondo il ministero del Tesoro britannico, in uno scenario intermedio il prodotto interno lordo potrebbe subire una riduzione del 3,6% nei due anni successivi all’uscita dall’Unione, portando con sé la perdita di 520mila posti di lavoro. L’ipotesi peggiore prevede invece un calo del Pil del 6% e 820mila occupati in meno.

Dal punto di vista del commercio, inoltre, è tutto da dimostrare che il Regno Unito sia in grado di negoziare accordi di maggior favore con i suoi partner, poiché nessuno (nemmeno Usa e Cina) ha interesse a dimostrare che l’addio a Bruxelles sia conveniente.

“Ci aspettiamo un divorzio difficile, lungo e costoso - scrivono gli analisti di Blackrock - con la separazione delle leggi del Regno Unito da quelle dell’Ue e la firma di accordi commerciali con una Ue ‘rigettata’. E riteniamo che le potenziali perdite per le esportazioni di servizi e di flussi d'investimento saranno di gran lunga superiori ai benefici derivanti dai minori pagamenti all’Unione”. Questo significa che, con l’uscita dall’Ue, le risorse a disposizione dello Stato non aumenteranno affatto: al contrario, diminuiranno, danneggiando anche quello Stato sociale che i sostenitori della Brexit dicono di voler proteggere.

Il quadro generale, perciò, è più che fosco. Senza voler toccare gli aspetti politici (la probabile secessione della Scozia e la possibile riunificazione dell’Irlanda, ad esempio), le sole prospettive economico-finanziarie fanno capire quanto il 23 giugno sia stato un giorno triste per la storia britannica. Intendiamoci: dalla City non usciranno i Cavalieri dell’Apocalisse, ma le conseguenze della Brexit si faranno sentire a ogni longitudine e i cittadini britannici pagheranno il prezzo più salato. Del resto, lo hanno scelto loro. È un privilegio raro.

 

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