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Gio
17 Aprile 2014
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Economia

Grecia, bugie e paragoni assurdi

Grecia, bugie e paragoni assurdi

di Carlo Musilli

"La Grecia vede finalmente la luce in fono al tunnel" e "nel 2015 crescerà più dell'Italia". Dette così, queste due frasi a effetto in circolazione da qualche giorno funzionano. Peccato che la prima sia falsa e la seconda - pur corretta in termini percentuali - non abbia alcun senso, perché il paragone in sé è un'assurdità. Purtroppo per i greci, le previsioni diffuse la settimana scorsa dal Fondo monetario internazionale hanno generato alcuni equivoci di portata rilevante.

Partiamo dai numeri. Secondo l'ultimo "World Economic Outlook" dell'Fmi, nel 2014 i Pil di Italia e Grecia cresceranno entrambi dello 0,6% (in tutta l'Eurozona faranno peggio solo Finlandia, Slovenia e Cipro), mentre l'anno prossimo Atene metterà a segno un balzo del 2,9%, contro l'anemico +1,1% del nostro Paese. A ben guardare, nel 2015 la crescita ellenica batterà anche quelle di Germania (+1,6%) e Francia (+1,5%), le due maggiori economie dell'area euro.

Com'è possibile? Gli economisti del Fondo monetario non sono impazziti, la vera follia è stilare una classifica sulla base di quei dati. Ciò che attende la Grecia è un semplice rimbalzo dopo la recessione ininterrotta degli ultimi sei anni. Dal 2008 a oggi Atene ha bruciato circa un quarto del proprio Pil, di gran lunga la contrazione più grave rispetto a quella accumulata in qualsiasi altro Paese di Eurolandia.

A fronte di quel baratro, il recupero dell'anno prossimo non sarà particolarmente significativo, perché quando si parla di percentuali è bene ricordare una piccola legge: se oggi perdo l'1% e domani guadagno l'1%, rimango comunque in rosso. Esempio pratico: se il mio capitale è 100 e perdo l'1%, resto con 99, perché l'1% di 100 è 1; quando poi recupero l'1%, il mio capitale non torna a 100, ma si ferma a 99,99, perché l'1% di 99 è 0,99. Può sembrare un'inezia, ma non lo è affatto se si applica questa logica ai numeri di un prodotto interno lordo.

Quanto ai valori assoluti, secondo i calcoli della Banca mondiale, nel 2012 il Pil pro capite dell’Italia è stato pari a 33.048,75 dollari, mentre quello della Grecia è arrivato a 22.082,89 dollari. Nello stesso anno, il Pil del nostro Paese valeva in tutto 2.013 miliardi di dollari, circa nove volte più di quello ellenico, che si fermava a 249,1 miliardi. E' evidente che stiamo parlando di grandezze incommensurabili e di andamenti economici molto differenti. Sbandierare il tasso di crescita che la Grecia porterà a casa nel 2015 è quindi un'operazione strumentale, pura propaganda.

Quel +2,9% aiuterà purtroppo a sedimentare la vulgata secondo cui Atene sta finalmente vedendo i frutti di un'austerità dura ma necessaria. Non è così, e lo certifica ancora una volta il Fondo monetario: sempre secondo i numeri riportati nel "World economic outlook",  il tasso di disoccupazione ellenico si attesterà al 26,3% nel 2014 e al 24,4% nel 2015, più del doppio di quello che si registrerà in Italia e addirittura cinque volte quello atteso in Germania.

Il debito pubblico, invece, a fine 2013 ha nuovamente superato il livello considerato insostenibile nel 2011, salendo al 173,8% del Pil, dal 170,3% del 2011, e l'Fmi prevede che quest'anno crescerà ancora, fino al 174,7%. Sono quindi già svaniti gli effetti della ristrutturazione decisa nel 2012, che aveva abbattuto il debito al 157,2% del Pil. La Grecia è anche il primo Paese dell'Eurozona ad essere entrato ufficialmente in deflazione, registrando a marzo una decrescita dei prezzi pari allo 0,2% su base annua.

Per quanto riguarda le reali condizioni delle persone, secondo un recente rapporto dell'Unicef la vita dei bambini nel Paese ellenico è peggiorata in seguito ai tagli alle prestazioni sociali e al numero crescente di genitori disoccupati, e ciò ha aumentato i livelli di povertà e reso insufficiente l'accesso alle cure mediche. Il numero di bambini che in Grecia erano a rischio povertà o di esclusione sociale nel 2012 è aumentato a 686.009 unità, ovvero il 35,4% del totale, rispetto al 30,4% del 2011. Inoltre è emerso che 292.000 bambini, cioè il 13,2% di tutti i minori in Grecia, vivono attualmente con genitori disoccupati. Nel 2008, prima della crisi, erano 88.000.

Nonostante la situazione resti drammatica, la settimana scorsa Atene è tornata per la prima volta in quattro anni sul mercato dei titoli di Stato. E il risultato è stato eccellente: sono stati collocati bond a cinque anni per tre miliardi di euro, ma la domanda da parte degli investitori ha raggiunto addirittura i 20 miliardi. I rendimenti medi si sono attestati al 4,95%, ben al di sotto delle previsioni, che indicavano una forbice tra il 5,25 e il 5,50%.

L'exploit non è però legato ad alcuna fantomatica ripresa, bensì all'attuale congiuntura del mercato: con i tassi della Bce al minimo storico dello 0,25% (e la prospettiva di ulteriori tagli), la liquidità abbonda e rendimenti alti come quelli sui titoli ellenici sono una tentazione irresistibile. Peraltro, ora che la malattia della recessione sta abbandonando l'Eurozona, nessuno scommette più sull'uscita della Grecia dall'euro.

Il vento è cambiato sui mercati finanziari, ma questo non significa affatto che i greci stiano meglio, o che abbiano delle reali prospettive di risollevarsi. Lo sa bene anche Angela Merkel, che la settimana scorsa ad Atene si è prodotta in un riuscitissimo esercizio d'ipocrisia. "Continueremo a sostenere la Grecia" che è "sulla strada giusta", ha detto la cancelliera, ribadendo poi "la necessità di proseguire sulla strada delle riforme per rafforzare la competitività del Paese", sviluppi necessari, "per aiutare la dinamica dell'Ue nei mercati internazionali".

Secondo Syriza, il principale partito greco di sinistra all'opposizione, "la visita della Merkel ad Atene puntava a premiare l'azione catastrofica del governo Samaras-Venizelos, a controllare che l'austerità continui, che le banche siano regalate ai grandi gruppi d'interesse, che la proprietà pubblica sia svenduta e che gli stipendi siano ridotti al livello di quelli bulgari".

La maggior parte dei greci considera la cancelliera responsabile dell'austerità che li ha colpiti (dal taglio di stipendi e pensioni all'aumento delle tasse, passando per decine di migliaia di licenziamenti nel settore pubblico) e un anno e mezzo fa la accolse mettendo a ferro e fuoco la propria capitale. Questa volta non si sono verificati episodi simili, ma solo perché la polizia aveva vietato tutte le dimostrazioni nel centro di Atene e i trasporti pubblici erano stati sospesi per l'intera giornata.

Grazie a questa interruzione della democrazia, la Merkel ha potuto confermare alla Germania che non ci saranno nuovi pacchetti di salvataggio per la Grecia e che un nuovo haircut sul debito ellenico è escluso. La cancelliera, lei sì, è davvero "sulla strada giusta". Perlomeno in vista delle elezioni europee.




 

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