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Mer
30 Luglio 2014
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Economia

Wall Street, la guerra dei frullati

Wall Street, la guerra dei frullati

di Carlo Musilli

Dimenticate i derivati, i Cds e i mutui subprime. Quella è roba da dilettanti, troppo facile. Riuscite a immaginare quanto sia più complicato mettere in piedi una truffa milionaria commerciando in frullati e tisane? Qualcuno, a quanto pare, ci riesce. Stavolta nell’occhio del ciclone finanziario è finita Herbalife, società americana quotata a Wall Street, nota al mondo per gli integratori e le bevande dimagranti.

A onor del vero, non sono state emesse sentenze, quindi vale il principio della presunzione d’innocenza. Ma la vicenda è troppo originale per non suscitare attenzione. Tutto nasce da Pershing Square, un hedge fund che ha speso 50 milioni di dollari per pagare un’indagine investigativa privata con l’obiettivo di smascherare la (presunta) maxi-frode di Herbalife.

“Datemi retta… Quando vedrete quel che abbiamo raccolto vi renderete conto che sono stati soldi ben spesi”, ha assicurato il miliardario Bill Ackman, numero uno del fondo. La sua tesi è che il regno delle tisane sia costruito su uno schema di vendite piramidale proibito dalla legge.

In termini generali, questo tipo di marketing - vietato anche in Italia dal 2005 -  promette facili guadagni con bassi investimenti, senza richiedere alcuna qualifica o capacità particolare. In sostanza, le persone vengono indotte a pagare una somma generalmente irrisoria per entrare nella piramide commerciale: i soldi sono destinati a chi occupa i livelli superiori della gerarchia, mentre i neofiti sperano di rientrare dell’investimento (per poi iniziare a guadagnare) portando a loro volta nuovi adepti su cui incassare una percentuale. Chi è al vertice della piramide guadagna più degli altri e molto spesso si dilegua dopo aver messo da parete un discreto gruzzolo. 

Secondo Ackman, questo sarebbe più o meno il meccanismo creato da Herbalife, che conta su due milioni di distributori indipendenti, chiamati a reclutarne sempre di nuovi. In particolare - stando all'indagine - molte persone acquisterebbero i prodotti dell'azienda solo per essere poi abilitate ad aprire uno dei cosiddetti "nutrition club", nella (falsa) speranza di trarne profitto.

L'inchiesta, che prende in considerazione un campione di club aperti a New York, sostiene che queste attività subiscano delle perdite annue medie di 12mila dollari. La società stessa ammette che nel 2013 appena 7.300 persone sulle 409mila che compongono la rete di vendita sono riuscite a guadagnare più di 5mila dollari. Secondo Herbalife, però, la sproporzione si spiega col fatto che la grande maggioranza di loro punta solo a ottenere sconti sui prodotti, non a guadagnare.

Ackman non ci crede e ormai dà battaglia dal dicembre del 2012, anche se solo di recente - all'apice dell'enfasi - è arrivato a scommettere un miliardo di dollari contro i titoli in Borsa dei suoi suoi nemici giurati, accusandoli di aver ingannato i distributori, fornito dati falsi sulle vendite e gonfiato in modo smisurato il prezzo di prodotti di bassa qualità. Ora il materiale raccolto dall’hedge fund sarà messo a disposizione della polizia, ma alla fine dovranno pronunciarsi la Federal Trade Commission degli Stati Uniti, il Dipartimento di Giustizia, l'Fbi e almeno un paio di procuratori generali: tutte autorità che, a quanto si apprende, starebbero indagando su Herbalife.

Intanto, la società sotto accusa si difende, minaccia azioni legali e incassa una generosa ricompensa dai mercati azionari. Dopo le prime dichiarazioni di Ackman, la quotazione dell’azienda è crollata dell’11% a Wall Street, arrivando a perdere il 31% nel conto da inizio anno; subito dopo, tuttavia, le azioni hanno registrato un rimbalzo spettacolare, mettendo a segno il miglior rialzo di sempre in una sola seduta (+26%). E’ evidente che il mercato non ha creduto alla storia della frode. Ma questo - come insegnano i derivati, i Cds e i mutui subprime - significa davvero poco.

 

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