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7 Dicembre 2016
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Economia

Dopo Matteo nessun diluvio

Dopo Matteo nessun diluvio

di Antonio Rei

Ci avevano raccontato che, con la vittoria del NO, sui mercati finanziari sarebbero arrivati i Cavalieri dell’Apocalisse. Ma a quanto pare i Cavalieri avevano di meglio da fare, visto che ieri Piazza Affari ha chiuso in rialzo del 4,15%, ai massimi dal 24 giugno, ovvero il giorno successivo al referendum sulla Brexit. Una delle migliori performance dell’anno.

La sconfitta al referendum costituzionale è stata talmente pesante da imporre le dimissioni a Matteo Renzi, eppure gli investitori non si sono affatto strappati i capelli. Forse non sarà proprio come l’elezione di Donal Trump negli Usa, che per settimane - nello sconcerto degli analisti - ha addirittura galvanizzato Wall Street, ma la caduta del Premier italiano si è rivelata perlomeno indolore. In altri termini, lo hanno ignorato.

La pioggia di acquisti andata in scena ieri, infatti, non va interpretata come un segno di esultanza dei mercati: sono pure e semplici ricoperture tecniche. Significa che gli operatori di Borsa hanno ricomprato titoli italiani perché questi, dopo tante vendite, erano arrivati a costare troppo poco, tornando quindi a risultare convenienti. È un andamento normale dopo fasi negative come quella che abbiamo appena attraversato, durante la quale i mercati hanno scontato la prevedibilissima vittoria del NO. Se lo aspettavano, quindi hanno venduto prima che accadesse. E ieri è arrivato il grande rimbalzo.

A determinare le sorti della nostra Borsa, nel bene e nel male, sono sempre i titoli bancari, che infatti ieri hanno messo a segno una serie di rialzi spettacolari: Unicredit +12,81%, Mediobanca +9,94%, Ubi Banca +9,70%, Intesa San Paolo +8,16%, Banco Popolare +9,02%, Bpm +9,03% e Bper +7%. Fuori dal listino principale, Banca Generali +13,54%.

Come al solito, il Monte dei Paschi ha fatto storia a sé, con il titolo che ieri ha guadagnato solamente l’1,1%. La cautela degli investitori è legata al traballante piano di salvataggio dell’istituto senese, di fatto l’unica vera vittima finanziaria del referendum di domenica. Dopo la vittoria del NO, le banche del consorzio di garanzia, che avrebbero dovuto valutare il risultato dell’operazione di conversione dei bond subordinati e decidere se procedere o meno con l’aumento di capitale dell'istituto, hanno rinviato il verdetto di qualche giorno.

La speranza (ormai ridotta al lumicino) è che all’orizzonte si stagli all’improvviso la figura eroica del cosiddetto “anchor investor” - il quale nella fattispecie avrebbe le sembianze di un emiro del Qatar - pronto a mettere un miliardo sul tavolo per risolvere la situazione come un vero deus ex machina.

Purtroppo, però, sembra ormai scontato che la soluzione di mercato sarà impossibile e che quindi non si potrà evitare il coinvolgimento diretto dello Stato (oggi primo socio di Siena al 4%). Già, ma in che modo? Le ipotesi in campo sono diverse: una garanzia pubblica a termine, una possibile emissione di CoCo bond oppure la nazionalizzazione della Banca mediante la burden sharing prevista dalle norme Ue.

Quest’ultima strada sarebbe dolorosa per chi in Mps ha investito, dal momento che implicherebbe la riduzione del valore di azioni ed obbligazioni (potrebbero essere risparmiati solo le obbligazioni fino a 100 mila euro, sui 2 miliardi del bond distribuito presso il largo pubblico).

Ma in teoria lo Stato potrebbe anche rafforzare la propria quota minoritaria in Mps: la Ue non lo considererebbe aiuto di Stato, purché il Tesoro compia questa operazione alle condizioni degli altri investitori, senza colpi di scure sui creditori. Traduzione: i contribuenti pagano e gli azionisti si salvano.


 

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