A pochi mesi dalla scadenza del suo secondo mandato presidenziale, George W. Bush sta inviando significativi segnali di un cambiamento di rotta nella politica estera e nella gestione dei rapporti con i paesi già facenti parte del famigerato “asse del male”. A differenza di quanto affermato con forza dallo stesso presidente americano fino a pochi mesi fa, nelle ultime settimane gli USA stanno infatti intraprendendo importanti azioni, sia pure molto caute, volte ad avviare un dialogo con i governi di Corea del Nord e Iran. E lo stesso atteggiamento intransigente in relazione alla presenza militare statunitense in Iraq sta mostrando le prime crepe sull’onda delle pressioni esercitate dal governo di Baghdad per ottenere la fine dell’occupazione in tempi ragionevoli. Se l’ammorbidimento di un presidente uscente al termine del proprio mandato sui temi degli affari internazionali ha degli illustri precedenti negli Stati Uniti, la nuova e a tratti sorprendente strategia della Casa Bianca rischia però di mettere in serio imbarazzo il candidato repubblicano John McCain, il quale ha investito gran parte delle proprie speranze di vittoria su una gestione intransigente della politica estera americana, modellata in gran parte sull’impronta data ad essa negli ultimi sette anni dal vicepresidente Dick Cheney.
Le lingue minori partono all’attacco. Alzano la testa - con una pluralità di posizioni - e chiedono riconoscimenti planetari. E’ il caso di quanto avviene in Europa dove si fa sentire la voce delle popolazioni ugro-finniche che trovano una sponda ideale in Russia e precisamente in Siberia. E’ qui, infatti, che si danno appuntamento per un congresso dei loro popoli. La sede prescelta è nella zona occidentale e precisamente nella città di Khanty-Mansiysk, abitata da popolazioni ugro-finniche: Khanty e Mansi. Si avvia, pertanto, un dialogo interculturale che risulta subito essere anche un importante strumento per il superamento dell’estremismo e dell’intolleranza religiosa. Tutto ciò riveste - per la stessa Russia - un significato particolare tenendo conto che nel paese convivono più di 160 popoli diversi. E proprio grazie a questo spirito unitario la nazione russa è riuscita a superare le tante prove della sua storia.
La favola della settimana scorsa, per la quale in cinquantotto giorni il governo Berlusconi avrebbe rimosso la spazzatura da Napoli, è apparsa ai più come l’ennesima boutade del Premier. Non solo perché la spazzatura non è stata eliminata, bensì spostata di qualche chilometro, ma anche perché il Presidente del Consiglio non ha perso l’ennesima occasione per rivendicare a sé ogni merito e agli avversari ogni demerito. E’ parte del personaggio, niente di nuovo, anzi tutto già visto, persino per chi proprio non voleva e non vuole vedere. Perché quando si dipinge come una icona del buongoverno, definendosi a metà strada tra Churcill e De Gaulle o descrive Mara Carfagna come una nuova Santa Maria Goretti, si può anche pensare all’edizione di mezza sera del Bagaglino, ma quando esce dal suo mondo fantastico per entrare nel nostro, molto meno dorato, c’è da preoccuparsi. Infatti, che ci si sia creduto o no, le promesse elettorali di Silvio Berlusconi in tema di economia si sono rivelate quello che erano: illusionismo mediatico. La crisi economica italiana, che seppure non risente come in altri Paesi del crack sui mutui, ma che è indubbiamente più grave in considerazione della particolarità del nostro debito pubblico, sta misurando i suoi livelli più acuti proprio da quando il governo Berlusconi si è insediato a Palazzo Chigi.
Al termine di un finesettimana a dir poco frenetico, Verdi e Comunisti italiani hanno chiuso i rispettivi congressi nazionali. A Chianciano, gli stati generali del sole che ride hanno conferito la reggenza a Grazia Francescato, che con oltre il 60% delle preferenze riuscita ad avere la meglio sull’ex deputato Marco Boato e su Fabio Roggiolani, leader dei Verdi in Toscana e presentatore della mozione “Progetto Ecologista e Federalista”. La votazione, a scrutinio segreto, ha chiuso una tre giorni di tensioni, attese e recriminazioni. Ad appoggiare la presidentessa storica dei Verdi è statai, l’anima più radicale del partito; dallo stesso Pecoraro Scanio, che è spuntato a giochi fatti, tra i fischi, “solo” per la “benedizione”, ai vari Paolo Cento, Loredana de Petris, Gianfranco Bettin e Angelo Bonelli (molto fischiato anche lui). “Una vittoria – denuncia Boato – all'insegna di uno sfrontato continuativismo, che vede prevalere le ragioni di un gruppo dirigente già artefice della disfatta elettorale”. Un mandato “ponte”, quello della Francescato, che dovrebbe consentire al partito di restare a galla almeno sino alle prossime Europee, cercando magari di riaprire il dialogo con l’ala riformista degli ambientalisti, già approdati nel Pd, badando poi a non indispettire troppo Pdci e Rifondazione, perché non si sa mai…Nel frattempo, “non chiamateci più quelli del no – ha avvertito la neoportavoce nazionale – noi diciamo alcuni no, non ideologici, ma sacrosanti, e tanti sì vitali”.
Che Umberto Bossi non fosse pronto alla morte ove l’Italia chiamasse lo sapevamo già da un pezzo. Sapevamo anche che il Senatùr quando va in Veneto ad arringare i suoi serenissimi padani, dà il meglio di sé: come quando, col suo immancabile fazzoletto verde, chiese ai fedelissimi del Carroccio di imbracciare fucili, schioppi e scacciacani per una versione riveduta e corretta della marcia su Roma o come quella volta a Venezia - c’è da dire, memorabile - in cui apostrofò una signora che aveva coraggiosamente esposto il tricolore, dicendole che con quella bandiera ci si poteva pure pulire il culo. E scusate la volgarità, ma è di Bossi che stiamo parlando e non si può andare fuori contesto. La scorsa domenica le ire e le frustrazioni secessioniste del leader della Lega e - non dimentichiamolo - Ministro delle Riforme, sono state monopolizzate dall’inno di Mameli: durante l’annuale congresso della Liga Veneta, tenutosi a Padova, il Bossi Furioso se l’è presa con il settimo verso del nostro - ammettiamolo - sgangherato inno nazionale alzando elegantemente il dito medio e aggiungendo: “Dice che siamo schiavi di Roma, toh!”. Peccato che nell’inno nazionale l’unica schiava di Roma (ladrona?) fosse la vittoria, ma nessuno degli scalmanati presenti in sala gliel’ha fatto notare.
E' stato arrestato Radovan Karadžic, in cima alla lista dei più ricercati per i crimini di guerra nella ex-Yugoslavia, dopo oltre dieci anni di latitanza, tredici per la precisione. L’arresto è stato annunciato dal presidente serbo Boris Tadic, Karadžic è stato localizzato e arrestato in Serbia la sera di lunedì, l'operazione è stata compiuta dalle forze di sicurezza di Belgrado. Dai primi comunicati sembra che sia stato arrestato su un autobus, nella capitale serba. Le sue responsabilità sono elevatissime: è noto al pubblico perchè è l'uomo che ordinò di sparare sui civili durante l'assedio di Sarajevo, compensando i cecchini con 50 marchi tedeschi per ogni vittima, ma è anche l'uomo che diede il via libera al massacro di 7.800 persone a Srebrenica nel luglio 1995, sotto gli occhi dei caschi blu olandesi, che non mossero un dito per evitare il più grande sterminio avvenuto in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Oltre questo, le responsabilità di Karadžic sono ben altre, e vanno oltre l'immaginazione.
La linea di confine che fino a qualche anno fa separava la Cecenia dall’Inguscezia e, al tempo stesso, divideva una tragica guerra da una falsa idea di pace e stabilità, si è definitivamente frantumata. La terra che Putin voleva trasformare in “modello caucasico di sicurezza” è diventata una polveriera intrisa di odio, vendetta, omicidi, torture e sparizioni, una sporca guerra che ripropone i metodi e le strategie già viste a Grozny, Selkovskaja, Urus-Martan, Urdjuchoj, Dechesty. Per i russi l’Inguscezia si è trasformata in un nuovo laboratorio dove l’esercito mette a punto le sue contromisure all’insurrezione, dove la giustizia lascia impuniti i responsabili delle repressioni, dove la politica rispondere alla resistenza con la sistematica violazione dei diritti umani. Le strade di Nazran, Karabulak, Malgobek non emanano più solo l’odore della miseria, della corruzione e della povertà; ora in Inguscezia si respira la stessa aria del Caucaso, quella impregnata di morte, sangue e di paura.
Il nome in codice era “Glorious Spartan 08”, il teatro operativo era il tratto di mare a sud est dell’isola di Creta. È in questo splendido angolo di Mediterraneo che l’aviazione israeliana ha simulato - dal 28 maggio al 18 giugno di quest’anno - l’attacco all’Iran. Oltre cento caccia F16 e F15, con l’ausilio di aerei per il rifornimento in volo, hanno condotto una missione di 1.500 chilometri; la stessa distanza che divide lo Stato ebraico dall’impianto nucleare di Natanz, in Iran. I jet hanno sganciato bombe, condotto raid contro i radar e attuato manovre evasive. In loro supporto anche velivoli per la guerra elettronica ed elicotteri che trasportavano i commandos dell’unità speciale 5101, conosciuta come Shaldag, e gli incursori della Sayeret. Gli israeliani, di solito estremamente riservati su quello che combinano, hanno passato al New York Times le informazioni su “Spartan 08” accostando le manovre a un possibile blitz contro l’Iran. E hanno spiegato, con l’abituale pragmatismo, quali fossero gli obiettivi. Il primo - tecnico - era quello di esercitarsi in un raid a lungo raggio. Il secondo - politico - era ribadire agli Stati Uniti e ai governi occidentali che l’opzione militare non è poi così lontana. Se i ripetuti tentativi negoziali falliranno, non resterà che la forza. E gli israeliani sono pronti.