Dopo poche settimane dalla vittoria elettorale e a due mesi dal suo insediamento, il vescovo presidente Fernando Lugo si trova già ad affrontare i primi problemi politici del nuovo Paraguay.
Se la sua è stata una vittoria schiacciante non si può dire altrettanto di quella più risicata ottenuta, nella corsa ai posti in Parlamento, dai suoi sostenitori della “Alianza Patriotica para el Cambio”.
I risultati di Camera e Senato non sono stati infatti così netti ed ora le radicali riforme che erano state ventilate in campagna, sulla carta appaiono sbiadite dall’incertezza dei numeri: per eliminare povertà, corruzione e mala sanità, per attuare un’equa ripartizione delle proprietà agricole e per trattare con i vicini Brasile e Argentina sulla stringente questione energetica, il “vescovo rebelde” dovrebbe avere una maggioranza compatta in grado di garantire le riforme senza troppi disguidi in sede di voto. La più grande scommessa del monsignore per i prossimi 5 anni sarà infatti, secondo gli osservatori internazionali, quella di governare un Paese già troppo segnato dalla mancanza di concretezza.
Un gasdotto lungo 2800 chilometri dall’Iran al Pakistan e poi verso l’India. E, forse, un successivo allungamento ciclopico verso la Cina. Un progetto del secolo già carico di studi approfonditi che oltre ad essere decisivo per l'energia asiatica, potrebbe contribuire a cambiare, con il passare del tempo, gli assetti strategici della regione e saldare sempre più il Medio Oriente all'Asia. L’idea di questa ciclopica realizzazione (oggetto anche di delicati rapporti diplomatici) data dall’inizio degli anni ’90 e si concretizza a Delhi e ad Islamabad - capitali di due paesi da tempo ostili a causa di guerre e contestazioni territoriali - dopo un intenso lavoro che ha impegnato scienziati, geologi, tecnici e politici. C’è in primo luogo, all’avanguardia del progetto attuale, un paese come l’India che è un “laboratorio” che si presenta in questa arena geostrategica del gasdotto avendo alle spalle tre grandi guerre con il Pakistan (1947, 1965, 1971) riesplose in forma attenuata nel 1999. E tutto non per motivi religiosi ma per dispute territoriali sul Kashmir e, nel 1971, per l’indipendenza del Bangla Desh. Segue, ma in parallelo, il Pakistan segnato dall’idillio tra Bush e Musharraf che va però sempre più offuscandosi. Mentre su tutto domina quella conflittualità per il contestato Kashmir che evidenzia conflitti ispirati dagli opposti fideismi.
Venticinquemila morti. Una ecatombe quella che si è abbattuta sulla Birmania. Ma ricostruire l'ultima tragedia birmana in ordine di tempo è elementare, tanto la disgrazia è stata cavalcata da molti in maniera già vista in decine di occasioni simili. Come a seguito della recente rivolta popolare contro la dittatura, la comunità internazionale ha sgomitato per cavalcare il palcoscenico offerto dal grande disastro di naturale e dalla spendibilità di un numero enorme di vittime, dimostrando di non avere minimamente a cuore la sorte delle vittime dell'uragano, quanto di perseguire altri disegni. Le cronache ci dicono che la giunta birmana, un regime dominato dalla paranoia e dalla superstizione, nega l'accesso agli aiuti, ma non è dato sapere che a scatenare l'irrigidimento - apparentemente irrazionale - della dittatura birmana ha contribuito grandemente una folle iniziativa francese.
Beirut è di nuovo divorata dalla guerra e questa volta la resa dei conti potrebbe essere definitiva. Lo scontro, ormai aperto, vede di fronte i partigiani Hezbollah di Hasan Nasrallah, sostenuti da Siria e Iran, e i gruppi fedeli al governo del premier Fouad Siniora, appoggiati da Washington e, più velatamente, da Israele. Il bilancio degli scontri è ancora provvisorio ma, come negli anni della guerra civile, la capitale libanese è di nuovo divisa e i quartieri e le strade della zona occidentale sono tornati ad essere teatro di violenti combattimenti: raffiche di mitra, esplosioni, vetrine in frantumi, corpi che giacciono a terra, sangue e paura, tutto come vent’anni fa. Il Paese, che da più di cinque masi è senza Capo dello Stato, sta entrando in una spirale di violenza senza ritorno, un meccanismo innescato da pressioni esterne che hanno esacerbato posizioni politiche, già drammaticamente contrapposte, e che certamente determinerà collasso istituzionale pressoché totale.
E' stato firmato a Mosca, giusto all'ultimo giorno della presidenza di Putin, un patto di cooperazione tra Russia e Usa sul nucleare civile. L'accordo, lo riferisce l'agenzia Itar-Tass, è stato firmato dal capo della società nucleare russa Sergei Kirienko e dall'ambasciatore Usa a Mosca William Burns, prevede un'ampia cooperazione fra i due Paesi per l'uso dell'energia atomica a scopi industriali, in aree come la vendita e lo stoccaggio dell'uranio, nonchè un lavoro comune su programmi avanzati per i reattori. Una volta ex nemici, Washington e Mosca siglano così un accordo storico di cooperazione in un settore delicato come quello dell'energia nucleare. Nel giorno in cui lascia il Cremlino a Dmitry Medvedev, Vladimir Putin incassa un risultato importante in termini di fiducia da parte dell'Occidente. L'accordo permetterà alle parti di formare joint venture nel settore e di trasferirsi l'un l'altra tecnologie e materiali nucleari, aprendo la strada a quelle che Kiriyenko ha definito "grandi opportunità economiche" per entrambi.
Ad Harare crollano promesse ed ideali e l’intero paese - lo Zimbabwe - si ritrova sconvolto, in uno stato di continua contraddizione fra la retorica dei propri obiettivi e la realtà dei fatti: completamente stroncato economicamente e socialmente da un’inflazione iperbolica con più dell'80 per cento della popolazione che è disoccupata e bisognosa di aiuti umanitari per sopravvivere. Non ci sono più, di fatto, medicine e le epidemie falcidiano senza sosta: l’Aids colpisce un terzo della popolazione, la mortalità infantile è di 81 bambini su mille, la malaria imperversa a causa della mancanza di acqua potabile anche nelle città. Crolla così quell’impero costruito dal presidente Robert Mugabe che oggi, ultraottantenne e forte di un potere pressoché incontrastato che dura da 28 anni, è riuscito a mettere in ginocchio l’intera realtà nazionale un tempo nota come il granaio dell'Africa.
“Buon viaggio”, queste erano state le ultime parole di Michael Richards prima che i veleni dell’iniezione letale iniziassero ad invadere il suo sangue la sera del 25 settembre 2007. Come tutti i condannati a morte, Richards aveva voluto accomiatarsi dal mondo con un epitaffio personale. Dopo sette mesi durante i quali nessun nuovo epitaffio era andato ad aggiungersi alla lunga serie di quelli esistenti, da ieri la tradizione avrebbe dovuto riprendere con l’esecuzione di William Lynd, la prima portata a termine dopo la decisione della Corte Suprema sull’ammissibilità dell’iniezione letale. Ma Lynd ha preferito finire la sua vita in silenzio, senza lasciare dietro di sé neppure una parola. Poche ore prima il Board of Pardons & Paroles aveva rifiutato di accogliere la richiesta di clemenza presentata dai suoi avvocati.
A quasi due mesi di distanza dall’ultimo grande successo in una delle primarie in corso per la nomination democratica (1 marzo in Mississippi con un margine di 24 punti percentuali), Barack Obama torna a conquistare uno Stato prevalendo in North Carolina con il 56% delle preferenze contro il 42% della sua rivale. Una vittoria limpida quella del Senatore dell’Illinois che, assieme al quasi pareggio dell’Indiana (49% a 51%), gli permette di consolidare il suo vantaggio su Hillary Clinton sia nel bilancio dei delegati conquistati, sia per quanto riguarda il voto popolare, nonché di guardare con una certa fiducia ai rimanenti appuntamenti in calendario fino ai primi di giugno vedendo aumentare anche le proprie chances di unificare il Partito Democratico intorno alla sua candidatura dopo le polemiche delle ultime settimane. Per l’ex First Lady, sulla quale verosimilmente nei prossimi giorni aumenteranno le pressioni per un ritiro dalla competizione, non è arrivata invece quella vittoria travolgente che auspicava in Indiana sulla scia delle precedenti affermazioni in Ohio e in Pennsylvania, né il margine in North Carolina è stato ridotto in maniera significativa nonostante il potente dispiegamento di mezzi messo in campo dal suo staff.
Arriva il cambio della guardia. Tutto come previsto dai signori del Cremlino. Vladimir Putin lascia la presidenza e passa il testimone a Dimitry Medvedev. Ed è la cerimonia del 7 maggio che sancisce l’inizio del nuovo periodo istituzionale. Ma Putin non esce di scena, perché si fa subito incoronare primo ministro. E così, in pratica, siede su due poltrone, perché si sa che il delfino Medvedev ha già accettato di essere un presidente dimezzato. L’era di Putin, quindi, continua. E potrebbe continuare alla grande perché a Mosca c’è chi sostiene che, in futuro, ci potrebbe anche essere un ritorno di Putin tra le mura del Cremlino. E, ovviamente, sulla poltrona che ha già occupato. Intanto l’astuto ex presidente ha provveduto a mettere alcuni paletti sul suo campo d’azione. Ha fatto approvare leggi e regolamenti che sanciscono il controllo del capo del governo sull’apparato economico e burocratico dello Stato, riuscendo a limitare non poco il potere presidenziale.