ZERO, L’INCHIESTA SULL’ 11/9: I MOTIVI DEL SOSPETTO
di Ilvio Pannullo
Quando si finisce di vedere Zero si rimane quasi impietriti. Ci si riscopre persi tra l’incredulità per quello che si è visto e l’impotenza di reagire. Quando si finisce di vedere Zero si riscopre la voglia di parlare, di confrontarsi, ma è l’angoscia a dominare la scena. L’angoscia di quanti si fermano a ragionare sulle conseguenze di una simile affermazione: quanto ci è stato detto dalla commissione ufficiale sui fatti dell’ 11/9 è un falso. E’ questa, infatti, la dura realtà dei fatti che siamo chiamati ad affrontare. E questo non certo per quello che il film dovrebbe lasciar intendere attraverso supposizioni e teorie, secondo quanto sostenuto da quanti sono soliti abdicare ad un vaglio attento delle critiche semplicemente nascondendosi dietro il termine “complottisti”, ma quanto piuttosto per le ineludibili certezze scientifiche che sono emerse dopo oramai quasi 7 anni di lavoro. Dopotutto è stato lo stesso George J. Tenet, direttore della CIA dal 1997 al 2004, a dire: “Solo un ingenuo può credere che gli attentati dell’11/9 siano stati opera di 19 dirottatori suicidi”.
Dopo anni di ricerche, simulazioni e pareri, in un clima sicuramente non favorevole, sono oramai centinaia gli esperti nei settori dell’aeronautica, dell’ingegneria, della fisica. a considerare scientificamente impossibili fatti che ci sono stati presentati, dalle persone che avrebbero dovuto indagare ed informarci, come delle ovvie evidenze. La sorpresa sta, infatti, proprio nel realizzare che non vi sono certezze: se da una parte non si sa quello che è veramente accaduto, dall’altra è anche vero che si può escludere quello che sicuramente non si è verificato.
Nonostante tutte le parti del mito che ci è stato raccontato sui fatti dell’11/9 siano oggetto di numerosi interrogativi, anni di approfondimenti, portati avanti da centinaia di anonimi “investigatori” in ogni parte del mondo, hanno permesso di arrivare ad una serie di punti fissi su cui tutti più o meno concordano e che costituiscono il corpo centrale delle accuse mosse alla versione ufficiale.
Ci s’interroga, ad esempio, sul foro di entrata nel Pentagono che, con i suoi 5 metri di diametro, risulta molto piccolo rispetto la possibilità di aver inghiottito un intero Boeing 757 da 100 tonnellate che, con la sua apertura alare di 68 metri, è largo circa il doppio della facciata distrutta. Ostinatamente, ci si ostina poi ad osservare che la maggioranza delle finestre attorno al foro è rimasta in piedi e che molte di queste conservano ancora i vetri intatti; che sul prato antistante ci sono mille frammenti e piccoli rottami, ma nulla che si possa ricondurre con certezza a un Boeing 757; che non ci sono valigie, sedili, portelloni, pezzi dì ala o di fusoliera, non c’è nulla che indichi che si trattasse di un normale volo di linea, carico di passeggeri; che, una delle “evidenze” più bizzarre, risulta fisicamente impossibile che l’incendio divampato a seguito dell’impatto con il Pentagono abbia sviluppato una temperatura tanto alta da vaporizzare due motori Rolls-Royce, in acciaio e titanio, pesanti 6 tonnellate l’uno, ma al tempo stesso sufficientemente bassa da permettere la rilevazione del DNA di tutti i passaggeri del volo, terroristi compresi. Un simile evento non si può verificare e chi lo sostiene è logicamente in mala fede.
L’attacco al Pentagono non è, però, la sola parte della versione ufficiale a cedere di fronte alle contestazioni. Lo stesso crollo delle torri 1 e 2 e dell’edificio n°7 del World Trade Center, di cui molti non sono neanche a conoscenza, appare presentare caratteristiche del tutto peculiari. Le Torri Gemelle erano state infatti progettate espressamente per reggere con ampio margine all’impatto di un aereo di quelle dimensioni. Se fossero quindi crollate a causa degli impatti e degli incendi, come sostiene la versione ufficiale, non si capisce perché non sia stata intentata nessuna causa, né civile né penale, contro i progettisti o i costruttori, che a quel punto sarebbero responsabili per la morte di tutti coloro che erano sopravvissuti agli impatti iniziali. Il kerosene, poi, non è mai stato in grado di sciogliere l’acciaio e difficilmente avrebbe potuto anche solo ammorbidirlo, poiché l’acciaio, oltre ad avere una straordinaria resistenza meccanica, è anche un eccezionale conduttore di calore, che viene quindi disperso immediatamente per tutta la struttura di supporto, che a sua volta è profondamente conficcata nel terreno.
La tesi ufficiale del calore come causa del crollo strutturale è, in ogni caso, contraddetta dal fatto che almeno diciotto persone siano riuscite a discendere, dopo l’impatto, da una scala centrale rimasta intatta, per poi uscire sane e salve dall’edificio prima che crollasse. Se in quella zona ci fosse stata una temperatura di 800° gradi, che è la minima necessaria per ammorbidire l’acciaio, nessuno avrebbe mai potuto transitarvi vivo. Anche la completa polverizzazione degli edifici è del tutto incompatibile con un cedimento strutturale, mentre risulta essere il risultato ottimale in una demolizione controllata. Demolizione che sarebbe avvenuta grazie l’utilizzo della “Termate”, una variante della “Termite” brevettata dalla Difesa americana e capace di tagliare l’acciaio come un coltello il burro. A controprova di ciò il fatto che, ad un mese e mezzo dai crolli, siano state trovate fra le macerie delle pozze di acciaio incandescente, assolutamente incompatibili con un semplice cedimento strutturale.
Analoghe constatazioni, ugualmente capaci di minare la verosimiglianza delle “evidenze” su cui poggia la versione ufficiale, sono mosse con riferimento all’identità dei 19 attentatori, alcuni dei quali sono, ad oggi, ancora in vita e allo stato confusionale, simile a quello in cui pareva trovarsi l’aviazione americana al momento degli attentati. E’ singolare, infatti, che nonostante gli Stati Uniti siano dotati di uno dei più sofisticati sistemi di controllo dello spazio aereo – che in caso di dirottamenti prevede procedure automatiche che garantirono, prima del 11/9, il 100% dei successi nelle operazioni ed esercitazioni per l’’intercettazione di un aereo – quel giorno l’intero sistema sia andato in stallo, permettendo a ben quattro aerei dirottati di scorazzare liberi per quasi due ore per i cieli più osservati e protetti del mondo. A loro volta – altro punto interrogativo – secondo la versione ufficiale i dirottatori avrebbero adottato una strategia che li ha portati ad allontanarsi fino a 600 km dal loro bersaglio, prima di entrare in azione. Dovevano quindi contare per forza già in anticipo sullo stallo totale della difesa aerea, che però nessuno avrebbe mai potuto prevedere, a meno di fare tutti parte di un piano molto più grande di loro.
Completamente assurdo, poi, che dell’intero apparato di sicurezza, sia civile che militare, non è mai stata identificata né punita una sola persona per i gravi errori che sono costati la vita a più di tremila persone. Alcuni militari di alto livello, direttamente coinvolti nella mancata difesa, sono anzi stati promossi. Sicuramente per i meriti di cui si sono ricoperti.
E’ giusto allora, alla luce di tutto questo e di molto altro che si potrebbe dire, chiedersi perché le autorità preposte alla tutela dei cittadini abbiano mentito ripetutamente e tanto spudoratamente su fatti che hanno segnato la storia americana e non solo e che hanno stabilito forzosamente i contenuti delle agende diplomatiche di tutti gli Stati del pianeta di lì in avanti. Gli avvenimenti dell’11/9 sono stati, infatti, un punto di svolta per l’amministrazione Bush che, da quel giorno in poi, sulla base di un’eterea “guerra al terrore” che tutt’oggi impera nel mainstream della comunicazione, ha distrutto e destabilizzato aree strategiche rispetto gli interessi delle grandi compagnie petrolifere o per la loro posizione geografica come nel caso dell’Afghanistan, necessario per l’oleodotto del Caspio, o per le loro risorse energetiche come per il petrolio iracheno. Qualcuno sospetta che non sia una coincidenza.

