VENEZUELA, IL COLPO D’ALA DI PUTIN
di Carlo Benedetti

MOSCA. Le elites del mondo politico e diplomatico della Russia si stanno interrogando
sull’identità dei nuovi principi-chiave che Putin va disegnando, in questi
ultimi tempi, nel campo delle relazioni internazionali. Tutto avviene in modo
improvviso. Anche con colpi di scena e apparizioni improvvise, dal momento che
il Presidente manifesta una sempre più accentuata attenzione verso quei
nuclei tematici che, dal punto di vista istituzionale, dovrebbero rappresentare
una sorta di riserva di caccia del ministero degli Esteri. Putin sconfina. E
la cosa più interessante è che, con le sue azioni, sembra proprio
lanciare una sfida a quella grande potenza (gli Stati Uniti) che pochi anni
fa vantava apertamente la vittoria sull’impero del male. C’è, quindi,
una sorta di nuova dottrina strategica che comincia a delinearsi all’interno
dell’establishment del Cremlino e che vede, soprattutto, una accentuazione di
interessi anche verso realtà che sembravano ormai lontane da Mosca. Il
caso più importante riguarda il colpo d’ala nei confronti del lontano
Venezuela.
Perché la recente visita del presidente Hugo Chavez in Russia (e prima
nella Bielorussia di Lukashenko) segna un reale mutamento di fondo nel campo
delle relazioni internazionali e, nello stesso tempo, una inversione di rotta
nei confronti degli Usa di Bush. Il quale – come scrivono gli autorevoli commentatori
americani Peter Baker e Peter Finn sul The Washington Post – "non
mostra più quella simpatia verso Putin che aveva nel 2001".
Tutto questo vuol dire forse che il presidente russo si è liberato dalla
tutela statunitense imposta da Eltsin e dall’allora ministro degli Esteri Kozyrev?
Il punto non è questo. Con la mossa "venezuelana" Putin ha
voluto mostrare clamorosamente il nuovo volto della "sua" diplomazia.
Ha dichiarato che la cooperazione con Chavez è parte integrante di un
piano di relazioni costruttive che non sono puntate contro paesi terzi e che
non c’é da temere una riedizione di quella "crisi dei Caraibi"
che caratterizzò gli anni di Kruscev.
E così la Russia, mostrando una certa grinta difensiva carica di orgoglio,
decide di scendere nella grande arena superando anche gli oceani con la scelta
del rapporto con il Venezuela che assume un valore particolare. Putin è,
infatti, obbligato a ricordare che durante il vertice dei capi di Stato e di
governo latinoamericani dell’Avana, nel novembre del 1998, Chavez espresse la
sua solidarietà nei confronti di Fidel Castro annunciando che il processo
di cambiamento che stava portando avanti nel suo paese "veleggiava verso
le acque cubane". Di conseguenza, oggi la sintonia con Cuba può
essere pur sempre considerata da Mosca come una sfida aperta agli Stati Uniti.
Putin, certo, rischia sul terreno dei rapporti con Bush. Ma lo fa nell’ambito
di un "suo" progetto ambizioso. Che sembra essere quello di ridare
alla Russia quel prestigio e quel peso di potenza planetaria che aveva un tempo:
quando per Russia si intendeva Unione Sovietica.
Ed ecco che Mosca si sente autorizzata a fornire, ad un paese che si mostra
critico nei confronti di Bush, armi di prima qualità: 30 caccia multifunzionali
Su-30 e altrettanti elicotteri da guerra. E non solo questo, perchè
con Chavez c’è anche un’intesa sulla costruzione in Venezuela di una
fabbrica di mitra Kalashnikov. Questo – nel linguaggio della diplomazia
internazionale – vuol dire che Mosca, di fatto, "libera" un paese
dall’assedio tecnologico-militare degli Usa. E con i tempi che corrono non è
poco.
Ma il rischio che Putin corre scegliendo la politica del "colpo d’ala"
è che si possa ritrovare con una esplosione dell’opposizione interna:
quella dei cosiddetti "democratici eltsiniani" che si sono sempre
schierati a favore degli Usa. Sono loro che vedono nel venezuelano Chavez un
nuovo Fidel Castro e temono, per la Russia, un ritorno alla vecchia politica
di solidarietà internazionalista, pur se ora accordi e contratti avvengono
sulla base dei dollari.
I venezulani, intanto, si apprestano a cooperare con la Russia nel campo delle
risorse energetiche (la società russa Gazprom ha vinto la gara
d’appalto per la prospezione e lo sfruttamento del gas naturale nel Golfo del
Venezuela), nell’esplorazione dello spazio cosmico e nell’industria metallurgica.
E Putin ha parlato di affari da "milioni ed anche miliardi di dollari"
portando al tavolo del Cremlino una pattuglia di oligarchi a lui fedeli come
Alekperov, Deripaska e Potanin, che sono i boss delle più grandi compagnie
del capitalismo selvaggio locale.
Politica, ma sopratutto relazioni economiche e commerciali. Vuol dire, questo,
che Putin pone la Russia su un piano di parità con l’America di Bush?
A Mosca c’è chi è certo di questo. Prendono vigore le forze che
credono in un paese forte e rispettato, autorevole e libero da vincoli. In tal
senso la visita di Chavez è stata una cartina di tornasole. Si è
visto un Cremlino diverso, con una sua strategia di autolegittimazione sia a
livello nazionale che internazionale.
E i due leader impegnati nei colloqui si sono rivelati – lo scrive a Mosca la
stampa più attenta – pragmatici, strettamente legati a temi scottanti
come le questioni economiche e le relazioni internazionali. Non certo quell’opportunismo
politico che si manifestava nella Russia di Eltsin e Gorbaciov con un continuo
adeguamento dei discorsi politici a seconda degli interlocutori.
In sintesi si può dire che Putin, con questa ultima uscita sulla scena
mondiale, ha fatto capire che le sue aperture avvengono sempre e comunque senza
rompere con gli Usa. La Russia sembra non temere mosse di rivalsa. E un settimanale
autorevole – il moscovita Itoghi – saluta la politica venezuelana del
Cremlino dedicando un profilo al leader Chavez. Sulla foto a tutta pagina campeggia
il titolo: "Comandante Cha".

