VALEO, IL MODELLO IRPINO
di Elle Esse

Domenica è giornata di riposo per buona parte del mondo lavorativo,
ma non per gli operai della Valeo, azienda che produce materiale da cablaggio
per auto, che sono impegnati nel presidio dello stabilimento di Avellino, dove
hanno lavorato fino a mercoledì 3 maggio. Data nella quale gli operai
stessi, riuniti in assemblea, hanno avuto notizia da parte dei rappresentanti
sindacali riguardo la decisone da parte dell’azienda di arrestare la produzione
con conseguente chiusura dello stabilimento.
La lotta è stata concordata all’unanimità: presidio permanente
davanti ai cancelli della fabbrica per non consentire il carico del materiale
prodotto nell’ultimo periodo agli autoarticolati adibiti allo smistamento, accatastato
nel magazzino dello stabilimento .
Centosessanta operai rischiano di perdere il posto di lavoro poiché l’azienda
ritiene eccessivo il costo della manodopera ed ha ritenuto conveniente spostare
la produzione in paesi che offrono lavoro a basso costo come Polonia e Tunisia.
Una strategia generale che sta affossando ormai il mondo del lavoro, in Italia
come in Europa.
Lo stabilimento nasce in terra irpina alla fine degli anni ’70, con la società
SAM che si occupa della produzione di stampaggio di lamiere. All’inizio degli
anni ’80 viene assorbito dalla Fiat, che ne continua la finalità produttiva
fino al 1987, quando viene rilevato dalla società CAVIS che converte
la produzione originaria nella lavorazione di materiale da cablaggio per auto.
Dal 1993-94 sono i francesi della Labinal, prima, e Silea, dopo, ad alternarsi
alla guida dello stabilimento.Nel 2001 è la Valeo, multinazionale francese,ad
assorbire lo stabilimento che conta circa trecento operai.
E’ l’inizio della fine. La multinazionale infatti è capace di distruggere
una realtà produttiva che prima del suo avvento non aveva mai mostrato
sintomi di crisi, nonostante piccole politiche di decentralizzazione fossero
state avviate
Nel quinquennio Valeo, a detta dei tanti operai presenti ai cancelli dello stabilimento
presidiato, c’è stato un lento declino che ha visto perdere il posto
di lavoro per circa 150 operai, costretti al prepensionamento, nonché
la costante detrazione dallo stabilimento di macchine da lavoro. Nel 2001 infatti
si contavano circa 50 macchine da taglio addette alla divisione dei cavi da
cablaggio e 2 estrusori atti a produrre cavi elettrici. La produzione dello
stabilimento avellinese forniva piccoli stabilimenti del casertano e stabilimenti
Valeo in Tunisia,Marocco e Polonia. Ad oggi le macchine da taglio presenti sono
4 mentre gli estrusori sono praticamente scomparsi.Una costante opera di trasloco
ha portato la produzione verso i paradisi della manodopera a basso costo, contribuendo
in modo determinante allo smantellamento della realtà produttiva dello
stabilimento Valeo di Avellino.
Gli stessi operai che oggi rischiano il posto di lavoro sono stati utilizzati,
tramite pressione dell’azienda, a tenere veri e propri corsi per insegnare l’utilizzo
dei macchinari negli stabilimenti polacchi,tunisini e marocchini.Corsi che non
hanno significato nemmeno un’adeguata retribuzione per gli operai in trasferta,
che a loro insaputa hanno contribuito al passaggio di consegna del loro lavoro
istruendo quelli sottopagati dei paesi sopra citati.
La Valeo non è nuova a questa politica. Ha chiuso magazzini avanzati
a Frosinone e Atessa (CH), stabilimenti a Melfi e Mariglianella e avviato una
crisi che sembra non vedere sbocchi pure a Felizzano (AL) dove sono stati licenziati
più di 1000 lavoratori.
La drammatica situazione di Avellino è in spaventosa continuità
con la politica della multinazionale, che in questo come negli altri casi è
stata abile a nascondere ai lavoratori le sue intenzioni.Solo negli ultimi giorni,infatti,
la situazione si è palesata agli occhi degli operai nella sua reale drammaticità.
Fino a quando anche quella che sembrava una strategia ormai accettata dagli
stessi sindacati di categoria e da grande parte degli operai e che consisteva
in una tripartizione dei lavoratori si è rivelata fumo negli occhi. L’intesa,
che prevedeva un terzo in cassa integrazione straordinaria per due anni e ricollocazione
alla fine di questo periodo, un terzo in mobilità e destinati al prepensionamento
ed un terzo che avrebbe continuato a lavorare nello stabilimento una volta che
questo fosse stato trasformato in magazzino avanzato e quindi svuotato della
sua attività produttiva, è stata disattesa dall’azienda nella
riunione tenutasi presso l’unione degli industriali di Avellino il giorno giovedì
27 aprile. Quello che è stato comunicato dall’azienda è stata
l’intenzione di chiudere lo stabilimento entro il mese di giugno.
Non mancano le discussioni sulla drammatica situazione del mondo del lavoro
e sulla incapacità della classe politica di recepire le esigenze del
mondo produttivo,di fabbrica e non. Non basta agli operai l’aver incassato la
solidarietà di molti esponenti politici, tra i quali l’onorevole Francesco
Caruso neodeputato di R.C., che domenica mattina si è incatenato ai cancelli
dello stabilimento. Si chiede un intervento celere che possa sbloccare la situazione
e garantire quel posto di lavoro che significa poter sostenere intere famiglie.
Domenica sera davanti ai cancelli della Valeo non c’erano solo gli operai di
quella azienda. C’era una intera categoria produttiva che con il passare degli
anni ha visto indebolire e distruggere diritti conquistati a caro prezzo con
le lotte nelle fabbriche e nelle piazze. Finite al macero come una voce di bilancio
della Valeo.
Le speranze residue sono riposte in un vertice che mercoledì si è
tenuto a Napoli, nella sede della Regione Campania, al quale hanno partecipato
le istituzioni: Provincia di Avellino e deputati irpini, i sindacati provinciali
di categoria e i rappresentanti della multinazionale.
Secondo quanto emerso, Regione ed azienda hanno messo a punto un piano per ricevere
commesse dalla FIAT per il cablaggio delle Stilo, che consentirebbe l’impiego
seppur minimo di unità lavorative per produrre materiale da cablaggio,fino
al 2009.
Il 17 maggio la multinazionale siederà ad un tavolo con la FIAT e solo
allora potrà essere chiara e definitiva la situazione.
Operai e famiglie aspettano con ansia che ci sia una svolta positiva della vicenda
e che non si arrivi a spostare la produzione negli stabilimenti tunisini che
vorrebbe dire morte certa per le loro speranze.

