USA-Iran, tregua apparente
Il tono della retorica dei leader di Iran e Stati Uniti si è improvvisamente abbassato nella giornata di mercoledì, dopo che tutte le indicazioni dei giorni precedenti lasciavano intendere che fosse ormai imminente una nuova aggressione militare americana contro la Repubblica Islamica. Il pericolo di una qualche iniziativa di questo genere da parte di Trump resta reale ed è come al solito praticamente impossibile distinguere realtà e fantasia dalle dichiarazioni dell’inquilino della Casa Bianca. È tuttavia molto probabile che gli esponenti dell’amministrazione repubblicana che conservano ancora un barlume di razionalità abbiano avvertito in maniera efficace dei pericoli insiti in un’operazione militare contro Teheran. Un passo indietro apparente è arrivato anche dal governo iraniano, quasi certamente in seguito a comunicazioni dirette o indirette con Washington lontano dai riflettori e, soprattutto, dopo avere quasi completamente riassunto il controllo su proteste e violenze in corso da settimane con il contributo decisivo di forze esterne al paese.
L’ennesimo cambio di rotta di Trump è iniziato con un intervento davanti alla stampa in cui ha affermato di avere ricevuto assicurazioni, “da fonti molto importanti dall’altra parte”, sul fatto che le autorità iraniane hanno smesso di uccidere i manifestanti e che le esecuzioni di alcuni di questi ultimi finiti agli arresti non verranno portate a termine. Il presidente americano ha poi aggiunto che gli Stati Uniti seguiranno comunque l’evoluzione della situazione in Iran e che l’opzione militare non può essere ancora esclusa.
Poco dopo queste parole, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, in un’intervista rilasciata significativamente alla rete americana Fox News, ha negato che il suo governo abbia intenzione di punire con la pena di morte i detenuti coinvolti negli scontri, tanto meno per impiccagione, come era stato riportato dalla stampa occidentale nei giorni scorsi. Il capo della diplomazia di Teheran ha fatto anche un cauto riferimento al negoziato con Washington per poi aggiungere che le forze di sicurezza, “dopo tre giorni di operazioni terroristiche” di una parte dei dimostranti, sono in “pieno controllo” della situazione e la calma è stata ristabilita.
È difficile credere che le due dichiarazioni non abbiano avuto un minimo di coordinamento. Di certo, come hanno sostenuto svariati osservatori, il briefing dei consiglieri per la sicurezza e di ambienti del Pentagono ha chiarito al presidente gli scenari reali che si sarebbero aperti con un bombardamento su media o vasta scala sull’Iran. La frenata di Trump, salvo sviluppi imprevisti a breve, sembra perciò un modo per salvare la faccia dopo le minacce e l’aggressività evidenziata nelle ultime settimane.
Quello a cui puntava o punta ancora Trump in Iran è un’operazione fotocopia di quella in Venezuela, ovvero un blitz di breve durata, secondo alcuni per decapitare la leadership del paese, da presentare al mondo come una nuova vittoria della sua amministrazione, per poi passare alla nuova priorità del giorno. Quello che lo aspettava – e forse ancora lo aspetta – è invece, a seconda delle modalità e dell’intensità dell’aggressione, una risposta militare durissima da parte iraniana, la molto probabile permanenza al potere dell’attuale regime e un pantano inestricabile molto peggiore di quelli seguiti alle disastrose avventure di Afghanistan e Iraq. Oltre ovviamente alle conseguenze politiche derivanti da uno o tutti questi scenari.
Ancora più decisiva è stata quasi certamente la minaccia iraniana di chiudere lo stretto di Hormuz in caso di guerra. Una misura estrema che fermerebbe potenzialmente il traffico marittimo di oltre il 30% del petrolio destinato a raffinerie e consumatori nel mondo. Il risultato sarebbe una immediata e vertiginosa impennata del prezzo del greggio. Davanti a questa possibilità, in aggiunta alla minaccia di bombardamenti iraniani contro i regimi sunniti del Golfo che ospitano basi americane, questi ultimi hanno anch’essi avuto un’idea più chiara del quadro che si sarebbe venuto a creare e, di conseguenza, hanno chiesto alla Casa Bianca quanto meno di rimandare l’operazione militare.
Da considerare c’è anche l’assenza di alternative percorribili riguardo la scelta del regime che dovrebbe o avrebbe dovuto sostituire l’attuale sistema di potere in Iran. Nei giorni scorsi centinaia di migliaia o forse milioni di iraniani sono scesi nelle strade di molte città per manifestare contro le violenze anti-governative e le ingerenze occidentali. Questa mobilitazione, passata quasi inosservata sui media ufficiali in Europa e in America, mostra che, al di là dei fallimenti della classe dirigente iraniana e della legittimità delle frustrazioni economiche e politiche, in Iran è ancora meno popolare l’ipotesi di un regime appoggiato dall’Occidente che farebbe del paese una colonia di fatto di Washington. Lo stesso Trump lo ha in qualche modo riconosciuto sempre mercoledì, quando ha espresso serie perplessità per la figura di Reza Pahlavi, per settimane promosso dalla propaganda americana e sionista come il nuovo leader in pectore, ma in realtà solo il simbolo di un’istituzione ultra-screditata con nessun seguito in Iran.
Se Trump ha fatto riferimento alla de-escalation iraniana nel reprimere le proteste come ragione della possibile astensione da un attacco militare, gli scrupoli americani per la sorte dei manifestanti o le aspirazioni democratiche della popolazione della Repubblica Islamica non sono mai state un fattore nei piani di Washington, se non in relazione al fatto che le manifestazioni sono state alimentate e dirette da entità riconducibili agli Stati Uniti e ai loro alleati. L’obiettivo era e resta il cambio di regime per installare a Teheran un governo fantoccio che risponda agli ordini di Stati Uniti e Israele, che si sganci da Russia e Cina e che assecondi gli interessi strategici dei nuovi padroni.
Il quadro iraniano resta ad ogni modo ancora molto fluido. Le parole pronunciate mercoledì da Trump non possono far dimenticare i movimenti e le manovre dei giorni precedenti. La Casa Bianca aveva ad esempio invitato tutti i cittadini americani in Iran a lasciare in fretta il paese, possibilmente via terra, e lo stesso avviso era stato seguito da vari governi europei, incluso quello italiano. Militari USA e britannici erano stati inoltre evacuati dalla base americana di Al Udeid, in Qatar, già colpita da un attacco iraniano simbolico lo scorso mese di giugno al culmine dell’aggressione di Washington e Tel Aviv. Giovedì, in ogni caso, il personale americano sarebbe rientrato nella base del Qatar, mentre l’Iran ha riaperto il suo spazio aereo dopo che lo aveva chiuso il giorno precedente forse in preparazione di uno scontro militare.
Anche se le forze americane in Medio Oriente restano relativamente limitate per un attacco efficace, in primo luogo perché dirottate sul Venezuela nei mesi scorsi, un “asset” fondamentale nella prospettiva di un impegno militare di rilievo, ovvero la portaerei USS Theodore Roosevelt, sarebbe arrivata in questi giorni nel Mar Rosso. Resta quindi da vedere se l’abbassamento delle tensioni registrato mercoledì indica una pausa significativa, ancorché non definitiva, nello scontro tra Washington e Teheran o se rappresenta invece un diversivo per consolidare la presenza militare americana nella regione prima del lancio dell’annunciata offensiva contro la Repubblica Islamica.

