Ucraina, la guerra tra bilanci e propaganda
Il quarto anniversario dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina ha costituito l’ennesima occasione perduta per guardare al conflitto in atto con freddo e severo pragmatismo non solo per assorbire le “lezioni” che giungono dai campi di battaglia militari, geopolitici ed economici ma anche per trarne le dovute considerazioni circa le opportunità per porre termine alla guerra.
Opportunità che appaiono del tutto ignorate dalla stragrande maggioranza dei leader e dei governi europei, tutti impegnati a celebrare la “vittoria” ucraina.
In Europa come a Kiev la ricorrenza è stata infatti considerata esclusivamente un’occasione per dare spazio ulteriore a un’assordante propaganda fatta di proclami retorici sulla sconfitta strategica di Vladimir Putin e valutazioni su obiettivi militari irraggiungibili poiché basati su considerazioni e dati del tutto distaccati dalla realtà.
“La Russia non ha raggiunto i suoi obiettivi militari in Ucraina. Non riuscendo ad avanzare sul campo di battaglia, prende deliberatamente di mira civili e infrastrutture critiche ucraine, comprese quelle energetiche, ospedali, scuole ed edifici residenziali, nel mezzo di un inverno rigido. Gli ucraini restano straordinari per fermezza, determinazione e resilienza”, hanno dichiarato all’unisono Ursula von der Leyen, Antonio Costa e Roberta Metsola.
Frasi vuote ma anche bugie, I russi non hanno conseguito tutti i loro obiettivi (se lo avessero fatto la guerra sarebbe finita) ma stanno avanzando e non prendono deliberatamente di mira civili: lo dimostrano gli stessi bollettini ucraini che ogni giorno riferiscono di decine o centinaia di droni e missili lanciati da Mosca senza fare cenno agli obiettivi militari e ai soldati ucraini uccisi ma che registrano pochissime vittime civili.
Quanto alle infrastrutture critiche, meglio ricordare ai leader europei che energia, ferrovie, ponti e logistica sono obiettivi legittimi in guerra come ben sanno alla NATO che nel conflitto del 1999 devastò obiettivi simili in tutta la Serbia.
“La guerra di logoramento di Putin sta progressivamente indebolendo la Russia e siamo determinati ad aumentare ulteriormente la pressione affinché Mosca ponga fine alla sua aggressione e si impegni in negoziati significativi verso la pace“, hanno aggiunto i tre leader della UE che evidentemente non si sono accorti di quanto la guerra abbia devastato l’Ucraina e logorato l’Europa, con la stessa UE sempre più divisa che non riesce ad approvare il 20° pacchetto di sanzioni alla Russia né il prestito da 90 miliardi di euro a Kiev.
Mentre in Italia esponenti della maggioranza di governo immaginano un “risorgimento ucraino”, sul campo vedono “una Russia impantanata” e altre figure politiche postano video da Kiev usando toni da veterani in prima linea, dovremmo chiederci quante persone in Europa possano ancora credere alla propaganda di molti politici e media, del regime ucraino o delle fonti ufficiali UE e NATO sostenute da centri studi apertamente schierati con Kiev con rapporti realizzati per compiacere chi li ha commissionati.
Proprio quelli che vorrebbero che ogni ucraino si immolasse nella guerra contro la Russia con la speranza che “Mosca si arrenda”, come ha detto alla Conferenza di Monaco il cancelliere Friedrich Merz, anche perché logorata ”da 1,2 milioni di caduti” (Kaja Kallas) nella certezza che “l’Ucraina vincerà” (Jens Stoltenberg) e che “accetterà serie trattative di pace solamente quando sarà militarmente ed economicamente in ginocchio”, come sostiene il ministro degli Esteri lettone Baiba Braze.
Ovviamente, oggi come da quattro anni, basta contestare anche solo un pochino queste fantasiose narrazioni per venire etichettati come “putiniano” e “filo-russo”, specie se si fa notare che i leader europei parlano della guerra come se le truppe ucraine fossero alle porte di Mosca invece che in ritirata su quasi tutti i fronti.
Inoltre, il limite più rilevante di questa narrazione è che si rivela contraddittoria rispetto alla linea perseguita dagli europei. Il segretario generale della NATO Mark Rutte sostiene che la Russia “non è un orso ma bensì una lumaca” visto il ritmo blando con cui le sue truppe avanzano in Ucraina subendo “perdite folli” e aggiungendo che “vinceremmo ogni battaglia con la Russia se ci attaccasse ora”.
Affermazioni che paradossalmente smentiscono tutta la retorica del costosissimo riarmo a debito europeo, di cui non si dovrebbe sentire il bisogno per fermare un esercito di lumache che muoiono come mosche e che potremmo battere facilmente.
Di fronte a una classe dirigente europea mai caduta così in basso in termini di spessore culturale, onestà intellettuale e pensiero politico e strategico, diventa quasi “eversivo” guardare in faccia la realtà.
Kaja Kallas sostiene che “oggi la Russia è allo sbando, la sua economia è a pezzi e i suoi cittadini sono in fuga”, attribuendo di fatto alla Russia tutti gli elementi che caratterizzano invece la situazione dell’Ucraina in bancarotta, al buio, con l’apparato industriale devastato e la popolazione priva di energia e riscaldamento, incapace di respingere gli attacchi che ogni notte vedono droni e missili russi colpire infrastrutture energetiche, logistiche e militari.
Quattro milioni di ucraini sono fuggiti all’estero, altri si nascondono per non venire arruolati e in molte città madri e mogli manifestano chiedendo informazioni sulle sorti dei congiunti inghiottiti dalla guerra e di cui non si hanno notizie.
La lenta avanzata russa
Il 24 febbraio 2022 i russi controllavano la Crimea e le milizie secessioniste del Donbass una parte delle regioni di Donetsk e Lugansk in tutto il 7 per cento del territorio ucraino. Dopo quattro anni di guerra le forze di Mosca ne controllano quasi il 20 per cento: le regioni di Crimea e Lugansk, oltre l’80 per cento di quella di Donetsk e oltre i tre quarti degli oblast di Zaporizhia e Kherson.
Certo i russi avanzano lentamente, ma perché il Donbass è probabilmente la regione più fortificata del mondo grazie alle opere difensive costruite dal 2014 con il contributo dei genieri di diverse nazioni della NATO, perché avanzare lentamente significa ridurre le perdite e perché l’obiettivo di Mosca non è la rapida conquista del territorio ma la progressiva demolizione delle capacità militari degli ucraini, cioè la “demilitarizzazione” spesso enunciata da Vladimir Putin.
Persino l’iper filo-ucraino Institute for the Study of the War, think-tank statunitense di area neocon, riconosce che l’esercito russo abbia conquistato più territorio in Ucraina durante il quarto anno di guerra rispetto ai 24 mesi precedenti. I russi sono avanzati di 4.524 chilometri, più che nel secondo e terzo anno di guerra messi insieme. Mosca rivendica il possesso di ulteriori 731 chilometri quadrati mentre l’ISW ammette come Mosca abbia preso il controllo di quasi il 20% del territorio ucraino.
Le forze in campo
Oggi nell’area di guerra, includendo anche i fronti sul confine tra gli oblast russi di Belgorod e Kursk con quelli ucraini di Sumy e Kharkiv, i russi schierano circa 710/750 mila militari, inclusi almeno 100mila ucraini delle regioni controllate da Mosca. Una forza alimentata dall’arruolamento di 400 mila militari a contratto e volontari ogni anno, numero riconosciuto anche da fonti NATO e che vede un arruolamento in eccesso rispetto ai 360mila previsti dalla programmazione del ministero della Difesa.
La capacità di sostenere il conflitto con volontari comporta costi economici rilevanti a fronte di un notevole vantaggio politico e sociale per Mosca che non deve imporre arruolamenti obbligatori ai propri cittadini, al contrario dell’Ucraina che attua reclutamenti forzati e deve fare i conti con diserzioni e renitenza alla leva di massa.
La massiccia adesione all’arruolamento dei volontari russi, al di là dei benefit e delle ingenti retribuzioni assicurati loro, costituisce la migliore smentita alla propaganda ucraina e NATO circa le spaventose perdite che subirebbero le forze russe. Non a caso a ogni scambio di salme tra i belligeranti i russi restituiscono oltre mille corpi di caduti ucraini ricevendo in cambio solo poche decine di cadaveri di militari russi.
Del resto su tutto il fronte i russi possono contare su un volume di fuoco da 3 a 7 volte superiore a quello ucraino (superiorità che continua a crescere con il costante calo degli aiuti militari occidentali a Kiev) e appare difficile credere che siano i russi e non gli ucraini a subire perdite sempre più elevate.
Le truppe ucraine attive sono circa 535 mila secondo il Canale Telegram ucraino Wartears che attribuisce a Kiev circa 860 mila caduti in quattro anni di guerra. Secondo il britannico Times gli ucraini hanno bisogno di arruolare 250 mila militari per sperare di vincere ma le reali carenze delle forze di Kiev non riguardano solo il numero decrescente di truppe, di armi e munizioni in arrivo dalla NATO (rifornimenti che vengono in parte distrutti dai bombardamenti russi) ma soprattutto la carenza di brigate ben addestrate ed equipaggiate in grado di condurre manovre complesse.
Il presidente Volodymyr Zelensky ha denunciato nei giorni scorsi di aver bisogno che la NATO addestri almeno 14 brigate, di averne chieste 10 ottenendone solo 2, peraltro tenendo conto che finora l’addestramento impartito in Europa alle reclute ucraine è risultato troppo basico e superficiale per preparare i soldati al combattimento.
La situazione al fronte
Il contrattacco scatenato dagli ucraini nei fronti di Zaporizhia, Dnipropetrovsk e nord Donetsk tra l’8 e il 10 febbraio che secondo Kiev avrebbe permesso di riconquistare 400 chilometri quadrati di territorio è in realtà fallito, come ammettono anche osservatori e centri studi schierati al fianco di Kiev.
Dopo dieci giorni di assalti con forti perdite ucraine Kiev può rivendicare la riconquista di alcuni villaggi solo nell’oblast di Dnipropetrovsk. Se si esclude il settore di Kupyansk, dove gli ucraini hanno schierato già in dicembre le loro migliori unità per contrattaccare e prendere temporaneamente il controllo di una parte rilevante del centro urbano nel tentativo di mantenere le posizioni a est del fiume Oskil, in gran parte del fronte la difesa è affidata alle brigate dell’Esercito Territoriale, in molti casi composte da militari più anziani e con dotazioni inferiori all’esercito di manovra.
La decisione di Kiev di non accettare le condizioni chieste da Mosca per concludere il conflitto (neutralità, assenza di truppe NATO sul suolo ucraino e cessione di 5 regioni) ha indotto i russi ad allargare il conflitto con nuove penetrazioni nelle regioni di Sumy e Kharkiv dove l’obiettivo sembra per ora limitato a estendere la fascia di sicurezza posta a protezione delle regioni russe di confine contro future infiltrazioni ucraine.
Nel sud della regione di Kharkiv la grande battaglia in corso da mesi tra Kupyansk e Borova sembra lentamente volgere a favore dei russi con il rischio che numerose brigate ucraine vengano accerchiate sulla sponda orientale de fiume Oskil.
Nell’oblast di Donetsk quel che resta della “cintura di fortezze” ucraine subisce una crescente pressione dei russi che hanno conquistato Mirnograd e Pokrovsk, avanzano verso nord e ovest mentre più a est le forze di Mosca sono penetrate a Lyman e controllano diversi quartieri meridionali di Kostantinyvka.
Negli ultimi giorni lo sfondamento delle linee ucraine a Zakitne ha permesso ai russi di avanzare decisamente verso Slovyansk e Kramatorsk, capisaldi ucraini che distano ormai solo una decina di chilometri dalle avanguardie russe.
A Kherson resta immobile da anni se si escludono limitate battaglie per il controllo delle isole sul fiume Dnepr, ormai tutte in mano russa. A Zaporizhia invece l’evoluzione delle operazioni belliche ha portato i russi, che avanzano da sud e da est, a una quindicina di chilometri dal capoluogo omonimo dell’oblast dopo la caduta della roccaforte di Gulyapole.
La guerra logora anche chi non la combatte
Quanto all’Europa, dopo 4 anni di guerra è sprofondata in una grave crisi industriale ed economica. È l’area industrializzata del mondo che paga più cara l’energia, non produce più acciaio a prezzi ragionevoli, non dispone di materie prime, l’industria chimica è in fuga ed è dipendente dal GNL statunitense, fornito in quantità incerta e legata al mercato a prezzi 5 volte maggiori del gas via tubo russo.
Anche il riarmo dell’Europa non appare sostenibile L’incremento delle spese militari non compensa i costi degli armamenti, che in Europa sono cresciuti da 3 a 7 volte dal 2022, mentre gli Stati Uniti ci impongono, oltre al 5% del PIL da dedicare alla Difesa, anche di acquistare prodotti “made in USA” penalizzando così le nostre industrie.
Come ha riferito mesi or sono il Kiel Institute tedesco, un carro armato Leopard 2A8 costa quasi 30 milioni di euro contro i 4 milioni di un T-90M russo mentre l’industria della Difesa ucraina ha iniziato a traferire alcune attività produttive nelle nazioni aderenti alla NATO per porle al riparo dai bombardamenti.
Quella russa invece produce in 3 mesi quanto tutto l’Occidente in un anno (come ha ammesso il segretario della NATO Mark Rutte) e nel 2025 ha registrato una produzione eccedente le esigenze belliche, come dimostra la ripresa di una massiccia esportazione di armamenti russi nel mondo dopo due anni (2023-24) in cui l’export era stato quasi del tutto sospeso per far fronte alle esigenze belliche in Ucraina.
Tutto questo considerato, appare chiaro che buon senso vorrebbe che ucraini ed europei puntassero a chiudere il conflitto al più presto, prima che la sconfitta diventi disfatta, dal momento che non esiste nessuna possibilità che gli ucraini riconquistino i territori perduti o impediscano ai russi di conquistarne altri. Buon senso vorrebbe…
di Gianandrea Gaiani
fonte: Analisi Difesa

