TRASFORMANDO IL PIANETA IN UNA BIDONVILLE
da Nuovi Mondi Media
Intervista a Mike Davis, di Tom Engelhardt
Uno dei massimi esperti internazionali di teoria urbana, Mike Davis, in questa
intervista allo storico e giornalista Tom Engelhardt – autore di The End
of Victory Culturex, a history of the collapse of American triumphalism in the
Cold War era – solleva la questione dell’immenso e incontrollato, ma ancora
poco conosciuto, fenomeno espansionistico che caratterizza le città,
soprattutto nel sud del mondo. Si tratta di una questione che continua a coinvolgere
sempre più comunità sociali in tutto il mondo e che, alla stessa
velocità della sua espansione, sta facendo perdere a milioni di persone
il proprio lavoro e altri diritti di base. Oggi forse un miliardo di persone,
per lo più giovani abitanti dei quartieri poveri e degradati – i
cosiddetti slums –, vive in microcosmi che non conoscono la bencheminima
manifestazione di sviluppo economico, in periferie urbane inimmaginabili da
chi abbia anche solo una volta sognato il mito della città così
come tutti abbiamo imparato a restarne affascinati.
I suoi capelli corti e i suoi baffi sono chiazzati di grigio; tuttavia, mantiene
ancora la solida, potente corporatura di un figlio di un macellaio, che una
volta (molto tempo fa) trascinava le carcasse degli animali per suo padre, nel
sobborgo di El Cajon, a San Diego. Con un poco di preavviso, ti può portare
fino alla McMansion, nella periferia di San Diego, oppure giù fino al
confine messicano e alla nuova, controversa tripla recinzione appena eretta
(dove potrai fare una breve visita alla Polizia di Frontiera). È la guida
turistica che hai sempre sognato, un’enciclopedia con gambe e braccia di
qualunque stranezza che si possa trovare nella California meridionale. Sembra
che non ci sia nulla nel panorama che non meriti un commento, una breve descrizione
o un’analisi. Il ponte sull’interstatale che si attraversa fuori città,
da qualche parte nel deserto, è il più alto ponte di calcestruzzo
dell’intera nazione. Le navi militari di ogni sorta che attraversano il
porto di San Diego sono identificate e discusse, compresi i mezzi di sbarco
“stealth” delle SEAL (Sea, Air and Land forces, NdT) della Marina
americana.
Una piccola lezione sul mercato immobiliare locale fa seguito al lamento che
“tutto ciò di cui si parla a San Diego in questi giorni è
il costo degli immobili!”. Ogni base militare a cui si passa accanto durante
il tragitto è segnalata puntualmente. “La gente, qui, non si accorge
di vivere porta a porta con l’esercito. Non vedono la morte attorno a loro,
le piattaforme di uccisione. Lo rimuovono, semplicemente”. E ogni due per
tre, sale in superficie un qualche ricordo bizzarro dei vecchi tempi (“L’unica
cosa per cui vale la pena crescere a San Diego era la cittadella della Marina
e i suoi cinema economici. Era il paradiso dei teenager). Accomodandoti nella
sua macchina, non puoi essere di aiuto ma sii consapevole che stai ammirando
una abbagliante – seppur ordinaria – performance di una persona praticamente
onnisciente, che sembra non dimenticarsi mai nulla.
La sua modesta abitazione si trova al confine con uno dei quartieri più
poveri di San Diego, attraverso il quale ti fa fare un breve giro – con
tanto di discussione sui graffiti locali. Il piccolo salotto, dove appoggiamo
i miei registratori, è dominato da una gigantesca e multicolore casa-giocattolo
dei suoi gemelli di due anni, James e Cassandra (o Casey). Intervistarlo a casa
sua significa essere circondati da un mondo di storia rivoluzionaria. I suoi
poster rivoluzionari campeggiano in ogni muro, in ogni angolo, in ogni fessura,
persino in bagno (“Camarada! Trabaja y Lucha por la Revoluciòn!”).
Tutto attorno a te, piedi che schiacciano plutocrati russi, mani giganti che
abbattono le classi sfruttatrici tedesche, mentre sei invitato a votare “Spartacus”
nel 1919.
Il primo libro di Mike Davis su Los Angeles, City of Quartz, è diventato
presto un bestseller e lo ha proiettato sul palcoscenico come il più
innovativo degli esperti di teoria urbana. Da allora, Davis ha scritto su tutto:
dalla distruzione letteraria di Los Angeles, agli olocausti vittoriani del XIX
secolo, fino al potenziale pandemico dell’influenza aviaria. Più
di recente ha rivolto il suo inesauribile cervello verso la “città
globale” e ne ha parlato in un libro, Planet of Slums, le cui conclusioni
sono così sorprendenti che ho ritenuto dovessero essere le basi per la
nostra conversazione.
Ci siamo sistemati temporaneamente in salotto, coi registratori tra me e lui,
e abbiamo cominciato. Davis porta con sé qualcosa della vecchia, quasi
smarrita tradizione americana dell’autodidatta. In un mondo tribale, egli
sarebbe stato certamente il cantastorie. A metà della nostra intervista
– in realtà, un ispirato monologo – siamo stati improvvisamente
interrotti da un pianto. Casey si era svegliata di pessimo umore dal suo sonnellino.
Davis si è scusato ed è tornato un momento dopo, con un’assonnata
bimba dai capelli scuri, in tutina rosa, che tirava su col naso. Con l’aiuto
del papà lei si sistema, poi si siede, poi inizia a parlare, appena meno
fluentemente di suo padre (nonché meno comprensibilmente). Quando Casey
sgattaiola via, una ventina di minuti più tardi, Davis torna da me e,
prima che io possa dare il la all’intervista (avevo appena controllato
le sue ultime parole prima dell’interruzione), riprende dal punto esatto
la frase che aveva lasciato a metà, e prosegue come se niente fosse.
Tom Engelhardt: Speravo volesse iniziare raccontandomi in che modo è
giunto a studiare le città.
Mike Davis: Giunsi alle città passando per la via più impervia,
ovvero attraverso lo studio di Los Angeles; e giunsi a Los Angeles perché,
essendo stato un new leftist negli anni sessanta e avendo investito molto tempo
a studiare il marxismo, ero convinto che le teorie sociali più radicali
avrebbero potuto spiegare praticamente ogni cosa. Ma mi colpì assai il
fatto che il test supremo sarebbe stato comprendere Los Angeles.
Forse non dovrei dirlo, ma quasi ogni cosa che ho scritto a proposito di altre
città ha le sue radici, almeno in parte, nel mio progetto su Los Angeles.
Per esempio, investigare la tendenza verso la militarizzazione degli spazi urbani
e la distruzione degli spazi pubblici a Los Angeles mi ha portato a esplorare
trend similari come fenomeno globale. L’interesse verso la Los Angeles
suburbana mi ha condotto a considerare il destino di altri più vecchi
suburbi in ogni parte del paese, e poi le emergenti politiche verso le edge
cities. E così, lungo questa via impervia, il mondo è come se
fosse emerso da Los Angeles, che nel mio progetto originario era un mosaico
di 450 singoli pezzi.
Mi spiego. Negli anni Cinquanta, quando le agenzie sanitarie della contea erano
preoccupate poiché i veterani di guerra che si trasferivano nei nuovi
sobborghi erano privi del senso dello spazio, venne fatto questo studio imponente
su quanti reali micro-mondi ci fossero nella Grande Los Angeles: si giunse alla
conclusione che le persone vivevano in circa 350 comunità – cittadine,
quartieri, sobborghi. (Ora ce ne sono circa 500). Dietro il mio progetto c’era
l’idea che ognuno di questi pezzi costituenti aveva una storia interamente
locale e totalmente eccentrica da raccontare; ma che, inoltre, rifletteva in
sé qualche importante caratteristica dell’insieme più grande
di cui faceva parte. Io sono letteralmente convinto che potrei spendere molte
vite per raccontare una storia di Los Angeles in ognuno di questi posti; e questa
fu la metodologia che scelsi. Suppongo che nel frattempo ero diventato un urbanista
solo perché la gente cominciò a definirmi tale. In realtà
non ho mai pensato a me stesso come a uno storico, un sociologo, un economista
politico e neppure come a un teorico urbano.
T.E.: E come si definirebbe allora?
M.D.: Come altri sopravvissuti della New Left, mi definisco un organizzatore,
dal momento che mi dedico ad analisi sulla struttura del potere o sulla politica
in generale. Quasi tutto quello che ho scritto o pensato corrisponde, in qualche
insana maniera, a quello che a un certo punto nella mia mente sembra essere
imperativo, da un punto di vista tattico-strategico – come se ancora ne
dovessi rispondere davanti al consiglio nazionale del SDS (Students for a Democratic
Society, organizzazione della New Left americana, NdT) o all’ufficio di
Chicago durante la prima guerra mondiale.
E questo faceva parte del puzzle strategico di cui ho parlato in City of Quartz.
Los Angeles si trovava in un punto critico della sua storia. La globalizzazione
aveva riorganizzato la sua economia in modi persino drammatici, e molte persone
erano rimaste indietro. Eppure la città aveva (e ha) questo incredibile,
multiforme potenziale di miglioramento, di progressismo politico, di sorprendente
attivismo. All’epoca, avevo intenzione di scrivere un libro che fosse utilizzabile
da una nuova generazione di attivisti, mentre tentavo di immaginarmi in che
modo guardare a un posto come Los Angeles, la cui fantasia stessa si era incarnata
fisicamente nella sua struttura. È una città che vive nelle sue
immagini.
T.E.: E poi scoppiarono i disordini del 1992, no?
M.D.: …e io provai a interpretarle come una diretta conseguenza del
processo di globalizzazione. C’erano vincitori e vinti. Era anche vero
che la globalizzazione era infine giunta nell’America centro-meridionale
sotto forma di un’industria transnazionale della droga. Quella era l’unico
tipo di globalizzazione che avrebbe mai fatto circolare denaro in quelle strade.
Il volume successivo a City of Quartz stava per diventare una storia delle rivolte
successive al pestaggio di Rodney King, raccontata quartiere per quartiere:
ovvero, l’unica strategia narrativa che avrebbe avuto la possibilità
di afferrare la complessità degli eventi. Quasi per caso, avevo accesso
ad alcuni dei personaggi-chiave della vicenda. Conoscevo, per esempio, la madre
di quel ragazzo che finì in galera per aver quasi ucciso un camionista.
Ero anche amico della famiglia di Dewayne Holmes, il principale fautore della
tregua tra le gang a Watts.
Speravo di intrecciare queste storie insieme alle altre storie di quartiere,
per spiegare una sollevazione che fu, simultaneamente, una giustificabile esplosione
di rabbia contro la polizia, una sommossa del pane post-moderna e un pogrom
contro i negozianti asiatici. Ma la mia ambizione andò in crisi su due
fronti. Non ho mai trovato il coraggio sufficiente per saccheggiare le vite
altrui per i miei scopi narrativi, né per arrogarmi il diritto di raccontare
le loro storie. Allo stesso tempo, trovai che il progetto era troppo straziante,
dal punto di vista emozionale. Le vite dei miei amici e conoscenti erano riempite
con così tanti guai e dolori, così tanta tristezza e frustrazione.
Vivere queste cose insieme a loro – e quello era un periodo in cui avevo
molti lavori ed ero prossimo a diventare un genitore single – non era quello
che potevo fare. Ero certo di avere in mente un progetto letterario eccezionale,
ma non avevo né la coscienza né l’energia per scriverlo.
Fortunatamente, al mio progetto furono aggiunti i disastri naturali: e così
il libro sulle rivolte diventò Ecology of Fear, uno studio sul feticismo
del disastro nella California meridionale, dove la natura viene vista in termini
sociali (coi coyote e i puma paragonati alle gang), mentre i problemi sociali
(come le gang) vengono visti come eventi naturali (“gioventù feroce
e selvaggia”). Ecology of Fear parlava dell’incapacità della
civiltà anglo-americana di comprendere totalmente il metabolismo del
mondo mediterraneo che ci vive dentro. Un’incomprensione che costituisce
l’essenza più autentica della California meridionale.
In sostanza, mi sono ritirato dalla scienza e, dalla micro-scala delle biografie,
sono passato alla grande scalea della tettonica a zolle e del Nino. La scienza
è stata il mio primo amore e io completai quel libro più nella
biblioteca di geologia al Cal Tech (California Institute of Technology, NdT)
che nei salotti delle persone che conoscevo a Los Angeles.
T.E.: Se facciamo un salto di 15 anni fino alla sua ultima fatica, Planet
of Slums, con i suoi vasti affreschi urbani, possiamo immaginare che lei stia
prendendo ordini da qualche comitato centrale? E può traghettarci sul
pianeta in degradazione di cui parla nel libro?
M.D.: Credo sia piuttosto curioso come la sociologia classica, che sia
Marx, Weber o perfino la teoria della modernità, non abbia previsto quello
che è successo alla città negli ultimi 30 o 40 anni. Non ha previsto
l’emergere di un’enorme classe sociale, principalmente composta da
giovani, che vivono in città, senza avere alcuna connessione formale
con l’economia mondiale e senza speranza di averla in futuro. Questa classe
operaia informale non è il lumpenproletariat (sottoproletariato, NdT)
di Karl Marx e non è neppure lo slum-of-hope come ce lo si era immaginati
20 o 30 anni fa, cioè pieno di gente in grado di raggiungere successivamente
il mondo economico formale. Gettata nelle periferie delle città, solitamente
con accesso limitato alla tradizionale cultura cittadina, questa informale quanto
globale classe operaia rappresenta uno sviluppo senza precedenti, e non previsto
dalla teoria.
T.E.: Ci dia qualche dato a proposito della "ghettizzazione"
[lett. "slumificazione", NdT] del pianeta.
M.D.: Solo da pochi anni a questa parte è stato possibile osservare
chiaramente il fenomeno dell’urbanizzazione su scala globale. In precedenza
i dati erano poco affidabili, ma l’Onu-Habitat ha compiuto uno sforzo ammirevole:
ha incluso nuove basi statistiche, sondaggi domestici e studi per stabilire
un appoggio affidabile per il dibattito sul nostro futuro urbano. Il rapporto
che ha rilasciato 3 anni fa, The Challenges of Slums, ha avuto una funzione
tanto pionieristica quanto quella ricoperta dalle grandi esplorazioni della
povertà urbana condotte, nel XIX secolo, da Engels, Mayhew, Charles Booth
o, negli Stati Uniti, da Jacob Riis.
Secondo le sue stime più prudenti, un miliardo di persone vivono attualmente
negli slum (ghetto, quartiere degradato, NdT) e più di un miliardo non
ha un lavoro fisso e lotta per la sopravvivenza. Si va dai venditori di strada
ai lavoratori, dal caporalato alle badanti, dalle prostitute a quei poveracci
che sono costretti a vendere i propri organi. Sono cifre sbalorditive, e lo
sono ancora di più se pensiamo a cosa si troveranno di fronte i nostri
figli e nipoti. Verso il 2050 o il 2060, la popolazione umana registrerà
la sua massima crescita, probabilmente attorno ai 10-10,5 miliardi di persone.
Nulla di simile alle prime, apocalittiche previsioni, ma un buon 95% di tale
crescita interesserà le città del sud del mondo.
T.E.: In pratica, negli slum…
M.D.: Tutta la futura crescita della popolazione avverrà nelle
città; la quasi totalità, nelle città più povere;
e buona parte di essa, appunto, negli slum.
L’urbanizzazione classica, secondo il modello di Manchester, Chicago,
Berlino e San Pietroburgo, è tuttora in atto in Cina e in pochi altri
posti. È importante notare, comunque, che la rivoluzione urbano-industriale
cinese impedisce che questa si ripeta altrove. Essa, infatti, assorbe tutta
la capacità di manufatti leggeri – e, in misura crescente, di tutto
il resto. Ma in Cina e in qualche economia adiacente si può ancora vedere
una città svilupparsi grazie a un motore industriale. Da ogni altra parte,
invece, succede perlopiù senza che vi sia sviluppo industriale; o, ancora
più scioccante, senza che vi sia alcun tipo di sviluppo. Inoltre, quelle
che storicamente rappresentavano le grandi metropoli industriali del sud –
Johannesburg, San Paolo, Mumbai, Belo Horizonte, Buenos Aires – hanno tutte
conosciuto nell’ultimo ventennio una massiccia de-industrializzazione,
con un declino del 20-40% della manodopera industriale.
I mega-slum di oggi sorsero perlopiù negli anni Settanta e Ottanta.
Prima del 1960, la domanda era: perché le città del Terzo Mondo
crescono così lentamente? All’epoca, di fatto, c’erano enormi
ostacoli istituzionali all’industrializzazione rapida. Gli imperi coloniali
limitavano l’accesso alle città, mentre in Cina e in altre nazioni
staliniste un sistema di passaporti domestici controllava i diritti sociali
e dunque la migrazione interna. Fu negli anni Sessanta, parallelamente al processo
di decolonizzazione, che si verificò il grande boom urbano. Ma allora,
almeno, gli stati nazionalisti rivoluzionari urlavano a gran voce che avrebbero
provveduto a garantire alloggi e infrastrutture. Negli anni Settanta, lo stato
cominciò a tirarsi indietro; e con gli anni Ottanta, l’era della
regolazione strutturale, si ebbe il decennio del regresso, in America Latina
e ancora di più in Africa. Si ebbero così città sub-sahariane
che crescevano a ritmi più elevati di quelli delle industriali città
vittoriane nella loro epoca d’oro – al contempo sbarazzandosi, tuttavia,
del lavoro regolare.
Come possono le città sostenere una tale crescita demografica senza
uno sviluppo economico, nel vero senso della parola? O, per dirla altrimenti:
come fanno la città del Terzo Mondo a non esplodere, davanti a queste
contraddizioni? Be’, effettivamente lo fanno, in una certa misura. A cavallo
degli anni Ottanta e Novanta, in tutto il mondo abbiamo avuto disordini contro
il FMI, sull’onda de “cancellate il debito”.
T.E.: E i disordini di Los Angeles del 1992 furono parte di questo?
M.D.: Dal momento che Los Angeles combina elementi di città del
Terzo Mondo con quelli di città del Primo, rientra nel modello globale
del malcontento. Ciò che era invisibile ai politici cittadini del tempo,
ma che era ovvio per le strade, era l’impatto della più grave recessione
occorsa nella California meridionale dal 1938 – la cui vittima principale
non fu l’industria aerospaziale (nonostante all’epoca si fosse scritto
molto a proposito), ma i quartieri poveri e quelli abitati perlopiù da
immigrati. Nel giro di un anno, in cui io vissi in centro città, una
collina popolata da una manciata di senzatetto di colore e di mezza età,
all’improvviso divenne l’accampamento di 100-150 giovani latinos.
Fino a sei mesi prima, erano lavoratori giornalieri o lavapiatti.
Se la scintilla che ha innescato la bomba fu l’atrocità del caso
Rodney King – e il substrato di frustrazioni accumulato dalla gioventù
nera in una comunità dove l’occupazione globale significa spaccio
di crack – divenne ben presto un evento su grande scala, molto più
complesso, a causa dei saccheggi di massa nei quartieri ispanici, dove la gente
viveva ai limiti della sussistenza e spesso senza una casa.
T.E.: Come venne globalmente interpretato dai politici quello che stava
accadendo nelle città?
M.D.: Negli anni Ottanta la Banca Mondiale, gli economisti dello sviluppo
e le grandi ONG si resero conto che, nonostante la quasi totale abdicazione
del ruolo dello stato nella pianificazione e nell’approvvigionamento di
case per gli abitanti poveri delle città, la gente in qualche modo continuava
a occupare edifici, trovare un tetto, sopravvivere. E ciò portò
a un’improvvisata scuola di urbanizzazione. Date alla povera gente i mezzi
per farlo e loro si costruiranno le loro case e organizzeranno i loro quartieri.
Questa fu, in parte, una celebrazione interamente giustificabile dell’urbanismo
“dal basso”. Ma nelle mani della Banca Mondiale esso divenne un paradigma
totalmente nuovo: lo stato è finito; non preoccupatevi dello stato; i
poveri possono improvvisare una città; hanno solo bisogno di piccoli
prestiti…
T.E.: Ovvero, piccoli prestiti a tassi di interesse alti…
M.D.: Esatto. E così i poveri avrebbero potuto miracolosamente
crearsi i propri mondi urbani e i propri lavori.
Planet of Slums intende seguire Challenge, il rapporto delle Nazioni Unite
che ci ha avvertito che la crisi globale di disoccupazione urbana non era meno
insidiosa dei cambiamenti climatici, come minaccia al nostro futuro. Si tratta
dichiaratamente di un viaggio in poltrona nelle città dei poveri, e costituisce
un tentativo di sintetizzare in un unico volume la vasta letteratura specialistica
sulla povertà urbana e gli insediamenti precari. Sono emerse due conclusioni
fondamentali.
Innanzitutto, la disponibilità di terra libera per lo squatting (occupazione
abusiva di un edificio o di un terreno, NdT) è finita, in alcuni casi
da lungo tempo. Ora, l’unico modo che hai per costruirti una capanna su
un terreno libero è quello di sceglierti un posto così rischioso
da non avere praticamente alcun valore di mercato. Fare squatting, ormai, è
come scherzare con il fuoco. E così, per esempio, se io ti portassi poche
miglia più a sud, oltre il confine, fino a Tijuana, tu vedresti quasi
subito che la terra che una volta era occupata da quartieri di squatter ora
è in vendita, talvolta perfino suddivisa e sviluppata. Gli strati più
poveri della popolazione di Tijuana si dedicano allo squatting vecchia maniera
soltanto ai bordi dei precipizi o nei letti dei fiumi, dove le loro case collasseranno
entro un paio d’anni. E questo succede in ogni parte del Terzo Mondo.
Lo squatting è stato privatizzato. In America Latina, viene definito
“urbanizzazione pirata”. In quei luoghi in cui, vent’anni fa,
la gente avrebbe occupato terreni senza padroni, resistendo agli sfratti e magari
venendo alfine riconosciuti dallo stato come proprietari, ora paga altissimi
prezzi per piccole porzioni di terra; o, se non possono permetterselo, le affittano
da altri poveracci. In alcuni slum, la maggior parte degli abitanti non sono
squatter ma affittuari. Se ti recassi a Soweto (a Johannesburg, in Sudafrica),
noteresti che le persone riempiono i loro cortili con baracche che poi affittano.
La principale strategia di sopravvivenza di milioni di persone povere rimaste
in città abbastanza a lungo da aver ottenuto un po’ di terra, è
quella di dividere la loro proprietà e diventare locatori di gente più
povera di loro; la quale, talvolta, suddivide ulteriormente la sua porzione
di terra e l’affitta ad altri. E così una fondamentale valvola di
sicurezza, questa assai romanticizzata frontiera di libera terra urbana, appartiene
perlopiù al passato.
La seconda importante conclusione riguarda la cosiddetta “economia informale”
– l’abilità della povera gente di improvvisare mezzi di sussistenza
attraverso attività economiche non registrate – come il commercio
ambulante, il lavoro giornaliero, i servizi domestici, o perfino il crimine
di sussistenza. Se non altro, l’economia informale è stata romanticizzata
più dello squatting, con numerosi richiami al fatto che questa sorta
di micro-imprenditorialità fosse in grado di strappare la gente alla
povertà. Eppure, una grande quantità di studi in ogni parte del
mondo mostrano un numero sempre maggiore di persone schiacciate all’interno
di nicchie di sopravvivenza: troppi rickshaw-wallah (conducenti di risciò,
NdT), troppi venditori ambulanti, troppe donne africane che trasformano le loro
catapecchie in shabeen (sorta di bar/distilleria, NdT) per vendervi liquori,
troppa gente che rammenda i vestiti, troppa gente in coda sui posti di lavoro.
T.E.: In un certo senso, lei dice che il Terzo Mondo sta trasformandosi
in qualcosa come il Trecentesimo Mondo.
M.D.: Io dico che una volta c’erano due principali meccanismi per
dare un alloggio ai poveri nelle città in cui lo stato ha da lungi cessato
di investire; e che questi hanno raggiunto il loro limite massimo proprio nel
momento in cui le città povere conosceranno due generazioni di rapida
e continua crescita demografica. Ora la domanda, ovvia quanto sinistra, è:
cosa si nasconde oltre quella frontiera?
T.E.: Riporto una citazione da Planet of Slums: “Con una Grande
Muraglia – nel vero senso del termine – di frontiere high-tech che
bloccano le migrazioni di grande scala verso le nazioni ricche, gli slum rimangono
l’unica esclusiva soluzione al problema dell’immagazzinamento del
surplus di umanità di questo secolo.
M.D.: Le due maggiori città povere dell’Europa ottocentesca
che rientrano nel nostro modello erano Napoli e Dublino, ma nessuno le vide
come il futuro; e il motivo per cui non c’erano altre Dublino o Napoli
era che esisteva la valvola di sfogo della migrazione atlantica. Oggi, alla
maggior parte del sud del mondo è di fatto impedito di migrare. Non esistono
precedenti, per esempio, per quel tipo di confini che l’Australia e l’Europa
occidentale hanno costruito, essenzialmente per la totale esclusione (eccetto
per un flusso limitato di manodopera altamente specializzata). Storicamente,
il confine tra Messico e Stati Uniti è di tipo differente: agisce infatti
come una diga per regolare la domanda di manodopera, non per tagliarla fuori
completamente. Ma, più in generale, per le popolazioni che abitano le
nazioni povere non ci sono tutte quelle opzioni di cui, in passato, hanno goduto
gli europei poveri.
Forze inesorabili stanno espellendo le persone dalle campagne e questa parte
di popolazione, resa “surplus” dall’economia globalizzata, si
ammassa negli slum, nelle periferie che non sono più campagna e non ancora
città, e delle quali la teoria urbanista non si è ancora fatta
un’idea chiara.
Negli Stati Uniti, li chiameremmo exburbia, ma le periferie residenziali dalle
nostre parti sono un’altra cosa. Se si guarda alle città statunitensi,
la cosa che colpisce di più sono proprio questo tipo di insediamenti
– le persone che fanno avanti e indietro dalle edge cities alle ex zone
rurali ora vivono nelle cosiddette McMansions con le loro SUV parcheggiate di
fronte. Si stanno trasformando in un tipico quartiere di Levittown degli anni
cinquanta, con le proprie casette tutte uguali tra loro e i propri piccoli consumi
domestici, in apparenza efficienti dal punto di vista del rispetto ambientale.
In sostanza, dal momento che le classi medie si sono dislocate, il loro "footmark
ambientale" è cresciuto a dismisura.
Un altro aspetto di ciò è che la povera gente si è accalcata
negli spazi più pericolosi, sui pendii delle colline a rischio di frana,
vicino a discariche di rifiuti tossici, nei pressi di aree acquitrinose, ogni
giorno rischiando sempre più di rimanere coinvolti in disastri naturali.
T.E.: Lei lo ha chiamato "un ground zero esistenziale".
M.D.: Sì, perchè si tratta di una urbanizzazione senza
urbanità. Un esempio è quello del gruppo islamista radicale che
qualche anno fa attaccò Casablanca – quindici o venti giovani cresciuti
nella città senza mai esserne stati parte integrante. Una vita, la loro,
sempre sul filo del rasoio, non nei tradizionali gruppi working-class o nelle
comunità dei quartieri poveri che sostengono un Islam fondamentalista
e nemmeno una realtà nichilista. Sono persone espulse dalle zone rurali
ma allo stesso tempo mai pienamente integrate nelle campagne. Nel loro mondo
di slums, il solo ordine sociale esistente era quello previsto dalle moschee
e dalle organizzazioni islamiche.
Secondo alcune opinioni, quando questi giovani attaccarono Casablanca alcuni
di essi non erano mai stati in città. Io credo che ciò rappresenti
la metafora di ciò che accade in giro per il mondo: la condizione di
una generazione abbandonata nelle discariche urbane – non necessariamente
le più povere, ma le più violente.
Consideriamo Hyderabad, la vetrina high-tech dell’India, una città di
60.000 programmatori di software e ingegneri dove la gente ha fatto proprio
il modello sociale californiano dei quartieri della Santa Clara Valley zeppi
di caffè Starbucks. Bene, Hyderabad è circondata da ghetti immensi,
dove vivono milioni di persone. Dove ci sono più raccoglitori di stracci
che informatici. Alcuni di questi disperati costretti a raccogliere i brandelli
della new economy sono stati espulsi dagli slums situati nelle zone più
centrali, abbattuti per far spazio alle stanze dei nuovi parchi di ricerca delle
classi medie.
La città imperiale e la bidonville – Il Pentagono vs le periferie
degradate
Tom Engelhardt: Mi viene in mente che a Baghdad l’amministrazione Bush
è riuscita a creare una versione bizzarra del mondo urbano che lei hai
descritto in Planet of Slums. C’è l’imperiale Green Zone (Zona
Verde), barricata nel centro della città con i suoi caffè Starbucks
e fuori la capitale disintegrata e il grande quartiere povero di Sadr City.
L’unico scambio fra le due parti è il passaggio in una direzione
degli elicotteri armati di missili e le autobomba che vanno dalla parte opposta,
è vero?
Mike Davis: Proprio così. Baghdad è diventata un esempio di crollo
dello spazio pubblico con sempre meno terreno fra le due estremità. I
quartieri dei Sunniti e degli Sciiti integrati si stanno rapidamente esaurendo
non soltanto per le azioni degli americani, ma per il terrorismo di setta.
Sadr City (il quartiere orientale di Baghdad), chiamata anche la città
di Saddam, è cresciuta fino a raggiungere dimensioni grottesche; vi abitano
due milioni di poveri soprattutto Sciiti. Ed è ancora in crescita, come
del resto i bassifondi sunniti, questa volta non grazie a Saddam, ma alle disastrose
politiche americane per l’agricoltura, nella cui ricostruzione gli Stati Uniti
non hanno investito denaro. Vaste campagne sono state trasformate in deserti,
mentre tutta l’attenzione è stata rivolta, senza successo, nel ripristino
dell’industria petrolifera. La cosa migliore sarebbe stata quella di preservare
un equilibrio fra la campagna e la città, mentre le politiche americane
hanno solo accellerato la fuga dalle terre. Ovviamente le Green Zones sono comunità
fortificate, simili alle cittadelle medievali dentro alla roccaforte e questo
lo si può vedere un po’ in tutto il mondo.
Nel mio libro, ho paragonato questo fenomeno alla crescita delle bidonville
nella periferia, la classe media che abbandona la sua cultura tradizionale con
la città centrale, per ritirarsi in mondi spenti con stili di vita californiani
a tema. Alcuni di questi sono incredibilmente attenti alla sicurezza, delle
vere fortezze. Altri invece sono quartieri in stile tipico americano, ma tutti
sono organizzati intorno alla comune ossessione di una fantasia americana, ed
in particolare di quella Californiana universalmente diffusa dalla tv. Quindi
i “nuovi ricchi” a Pechino possono andare a lavorare, attraverso un’autostrada,
in ripartizioni chiuse con nomi quali Orange County, Beverly Hills… esiste
una Beverly Hills anche al Cairo e un intero quartiere a tema Walt Disney. A
Jakarta avviene la stessa cosa, ci sono aree chiuse in cui le persone vivono
in Americhe immaginarie. La diffusione di questi fenomeni ha enfatizzato come
la nuova classe media del mondo sia senza radici e sia ossessionata dal possesso
delle cose che vede in televisione. È per questo che ci sono architetti
di Orange County, che progettano delle “orange county” a Pechino e
riproducono così con terribile fedeltà le cose che la classe media
vede in tv o nei film.
T.E.: Saltando ad un altro progetto urbanistico di Bush, una cosa simile
sta accadendo a New Orleans, vero?
M.D.: Esatto. Sfortunatamente la maggior parte dell’alta società
bianca della città preferirebbe vivere in una versione fasulla, in stile
parco di divertimenti della storica New Orleans piuttosto che affrontare il
vero obiettivo di ricostruzione o convivere con una maggioranza afro-americana.
Le aspettative di autenticità della gente hanno da tempo perso qualsiasi
riferimento con la realtà. Nel mio libro The Ecology of Fear ho messo
in rilievo come gli Universal Studios abbiano estratto da Los Angeles le sue
icone, le abbiano miniaturizzate e chiuse in un luogo sicuro chiamato City Walk.
E così un tour di questo luogo, o dell’equivalente Las Vegas, può
sostituire una visita vera della città. Si va al parco a tema, che non
è altro se non un centro commerciale. Se ci fosse anche un casinò,
l’esperienza sarebbe completa.
In questo processo i poveri sono sempre più tagliati fuori dall’accesso
agli spazi culturali e pubblici della città, mentre i ricchi volontariamente
vi rinunciano per ritirarsi in ciò che è oggi un luogo generico
universale che poco cambia di paese in paese. Gli spazi comuni stanno scomparendo.
Tuttavia le differenze fra gli spazi culturali e i continenti sono ancora molto
grandi: in America Latina ciò che più spaventa è il grado
di polarizzazione politica che vi si trova, la ferocia della resistenza della
classe media alle richieste dei poveri. Chavez deve ingaggiare medici cubani,
perché riesce a trovare solo un piccolissimo numero di dottori venezuelani
disposti a lavorare nei quartieri poveri.
Il Medio Oriente invece è differente: al Cairo, ad esempio, dove lo
stato si è ritirato o è troppo corrotto per fornire i servizi
di base, sono i professionisti musulmani a soddisfare questi bisogni. La fratellanza
musulmana ha preso il controllo delle associazioni di dottori e di ingegneri.
A differenza della classe media latino-americana, che si mobilita solo per preservare
i propri privilegi, questa è organizzata per fornire dei servizi, è
una sorta di società civile parallela per i poveri. In parte deriva dall’obbligo
del Corano di aiutare gli altri, ma costituisce una sorprendente differenza
con importanti effetti sulla vita della città.
T.E.: Vorrei discostarmi un attimo dal discorso: il suo penultimo libro
è The Monster at our Door (Influenza aviaria – Scienza e storia
di una possibile emergenza, Nuovi Mondi Media, 2006, NdT), sull’influenza
aviaria. Mi rendo conto proprio mentre stiamo parlando che è tematicamente
collegato al suo ultimo Planet of Slums perché anch’esso parla di
una sorta di degradazione del pianeta, questa volta in riferimento all’agricoltura.
M.D.: Ho creato un mondo dickensiano di povertà vittoriana, ma
su una scala che avrebbe sbalordito i vittoriani stessi. Per cui naturalmente
ci si chiede se la preoccupazione del ceto medio vittoriano circa le malattie
dei poveri non stia ricomparendo ora. La loro prima reazione alle epidemie era
stata quella di trasferirsi ad Hampstead, di fuggire dalla città, di
cercare di allontanarsi dai poveri. Soltanto quando si seppe per certo che il
colera si spostava comunque molto rapidamente dai bassifondi verso le aree della
borghesia, si investì denaro per ottenere minime misure igieniche e delle
infrastrutture per la sanità pubblica. L’illusione di oggi, proprio
come nel diciannovesimo secolo, è che possiamo in qualche modo allontanarci,
alzare un muro, o volare via dai problemi dei poveri, ma non credo che la maggior
parte delle persone conosca l’immensa ed esplosiva concentrazione di potenziali
malattie esistente.
Più di vent’anni fa, i principali ricercatori scientifici ci hanno
messi in guardia in una serie di volumi circa le malattie nuove e quelle riemergenti.
La globalizzazione, hanno osservato, stava causando una grande instabilità
ambientale sul pianeta e un forte cambiamento ecologico probabilmente in grado
di sbilanciare l’equilibrio fra gli esseri umani e i microbi, in maniera
tale da portare nuove piaghe. Ci hanno anche avvisato del fallimento del tentativo
di creare infrastrutture di monitoraggio delle malattie e di sanità pubblica
globali.
Nel mio libro, ho osservato la relazione fra i proliferanti bassifondi globali,
ovunque associati a disastri sanitari, e le classiche condizioni che favoriscono
la rapida diffusione di una malattia fra le popolazioni; dall’altra parte, mi
sono concentrato su come il cambiamento nella produzione del bestiame stesse
creando nuove condizioni favorevoli alla comparsa di malattie fra gli animali
e alla loro trasmissione all’uomo.
L’influenza è un importante esempio di malattia infettiva. Il suo
antico bacino sta esclusivamente nel sistema produttivo agricolo della Cina
del sud con il suo profondo e storico abbinamento ecologico di uccelli selvatici,
domestici, maiali e esseri umani. E per quanto riguarda l’influenza aviaria,
da una parte sono state create le condizioni ottimali nel mondo moderno perché
si diffondesse, mentre dall’altra la crescita delle città povere
ha aumentato la richiesta di proteine per l’alimentazione delle popolazioni.
Questa richiesta, che non può più essere soddisfatta dalle tradizionali
risorse di proteine, viene quindi affrontata dalla produzione industrializzata
di bestiame.
In poche parole si tratta di urbanizzazione del bestiame. Anziché tenere
quindici o venti polli nel cortile e un paio di maiali nella fattoria, stiamo
parlando di un’area, a Bangkok ad esempio, dedicata alla crescita dei polli
delle dimensioni di quelle dell’Arkansas o del nord ovest della Georgia:
milioni di polli che vivono in magazzini o in allevamenti industriali. Densità
simili di volatili non sono mai esistite in natura e secondo gli esperti di
epidemiologia con cui ho parlato, favoriscono un’altissima virulenza e
l’evoluzione accelerata delle malattie.
Contemporaneamente, le terre paludose presenti sulla terra sono state degradate
e le acque deviate, di solito per irrigare i campi coltivati, spingendo così
gli uccelli migratori selvatici verso terre irrigate, risaie, fattorie. Tutti
questi fattori (la rivoluzione del bestiame, la maggiore richiesta nelle città
soprattutto della carne di pollo che costituisce oggi la seconda proteina della
carne sul pianeta, l’aumento dei quartieri poveri e la scomparsa delle
paludi) si sono verificati con una particolare velocità negli ultimi
dieci quindici anni. Tuttavia circa una generazione fa eravamo stati messi in
guardia dagli esperti in malattie infettive. Quello che sta avendo luogo è
un disordine ecologico molto radicale che ha mutato l’ecologia dell’influenza
e le condizioni in base alle quali la malattia si trasmette dagli animali agli
esseri umani. Inoltre tutto ciò è avvenuto in un’epoca in
cui la sanità pubblica nella maggior parte delle città del Terzo
Mondo è scomparsa. Una delle conseguenze della modifica strutturale degli
anni ’80 è stata di forzare centinaia di migliaia di dottori, infermiere,
e lavoratori della sanità pubblica ad emigrare, lasciando il Kenya o
le Filippine per lavorare in Inghilterra o in Italia.
Questa è la formula per un disastro biologico e l’influenza aviaria
è la seconda pandemia della globalizzazione. Oggi risulta chiaro che
il virus dell’HIV o AIDS sia emerso almeno in parte attraverso il commercio
del bushmeat [la carne di animali selvatici, come scimmie, antilopi, o rettoli,
catturati nel loro ambiente naturale, NdT]. Le navi industriali europee, svuotando
il Golfo della Guinea di tutti i pesci, fonte principale di proteine dell’alimentazione
urbana, hanno infatti costretto le popolazioni dell’Africa occidentale
a rivolgersi verso questo tipo di carne. È stata anche avanzata l’ipotesi,
con svariate prove circostanziali, che l’HIV abbia raggiunto la città
di Kinshasha in Congo; questo caso costituisce il più importante ed attuale
esempio di ciò che accade quando uno stato crolla o si ritira.
Ecco dunque l’HIV, l’influenza aviaria e la SARS, altra malattia
emersa dal commercio del bushmeat nelle città della Cina del sud e diffusa
nel mondo con spaventosa velocità. Questo è il futuro delle malattie…
T.E.: …e della crescita delle bidonville.
M.D.: Si, certo, la malattia nel mondo dei poveri. Che qualcosa di simile
all’influenza aviaria si diffondesse nell’umanità era forse
inevitabile, data la combinazione di quartieri degradati e cambiamenti di ampio
raggio nell’ecologia dell’uomo e degli animali. Tuttavia, ciò
che preoccupa più della mera minaccia di una simile epidemia, è
la reazione che ne segue: un immediato accaparramento di vaccini e medicine
antivirali, un’esclusiva attenzione alla salvaguardia della salute di chi
vive in una manciata di paesi ricchi, che fra l’altro monopolizzano la
produzione di queste medicine di salvataggio. In altre parole, si tratta di
un abbandono quasi riflessivo dei poveri senza nemmeno pensarci due volte. Se
l’influenza aviaria si diffondesse fra cinque anni e non ora, la differenza
sarebbe nel grado di protezione degli Stati Uniti, Germania e Inghilterra. I
poveri sarebbero sempre nella stessa posizione, in particolare gli africani
che sono più a rischio perchè la strage che sta facendo l’HIV
rende la popolazione più sensibile alle altre infezioni.
T.E.: Quindi questo è un esempio di potenziale scambio fra la
città imperiale e la bidonville. L’altro è lo scambio di
violenza, le guerre al terrorismo, le droghe, e altro ancora. Voglio dire che
se pensi al Vietnam o all’Iraq la jungla negli annali della guerra moderna
corrisponde quasi letteralmente ai quartieri poveri.
M.D.: Senza voler minimizzare le esplosive contraddizioni sociali ancora
presenti nella campagna, è chiaro che il futuro delle strategie dei guerriglieri
si trovi ora nelle città, verso un’insurrezione contro il sistema.
Nessuno se ne è accorto con maggior chiarezza del Pentagono, o ha provato
con più vigore a lottare contro le sue conseguenze empiriche. I suoi
strateghi sono molto più avanti rispetto ai geopolitici o ai tradizionali
tipi di relazioni estere nel capire il significato di un mondo di bassifondi…
T.E.: …e di riscaldamento globale.
M.D.: Certo, perchè loro si rendono conto della potenziale instabilità
che ciò creerà e forse immaginano anche i cambiamenti vantaggiosi
nell’equilibrio del potere che ciò porterà con sè.
Ciò che gli Stati Uniti hanno dimostrato negli ultimi anni è
una straordinaria abilità nell’eliminare l’organizzazione gerarchica
della città moderna, attaccare le sue cruciali infrastrutture e nodi,
ingrandire le stazioni televisive e distruggere condotti e ponti. Le bombe intelligenti
possono fare queste cose, ma nello stesso tempo il Pentagono si è reso
conto che questa tecnologia non è applicabile ai quartieri periferici,
alle labirintiche e ignote parti della città assenti sulle mappe, dove
mancano la gerarchia, le infrastrutture centralizzate, gli edifici alti. Esiste
ormai una straordinaria documentazione militare che cerca di occuparsi di ciò
che il Pentagono vede come il terreno più nuovo di questo secolo, di
cui alcuni esempi sono i quartieri poveri di Karachi, Porta au Prince e Baghdad.
Questo riporta indietro all’esperienza nel 1993 di Mogadiscio che è
stata un vero shock per gli Stati Uniti e ha mostrato come i metodi tradizionali
della guerra urbana non funzionino se applicati ai bassifondi.
T.E.: Nonostante nessuno vi faccia riferimento, mentre un piccolo numero
di soldati americani restava ucciso a Mogadiscio con il nostro sgomento, un
imprecisato ma grande numero di somali, almeno centinaia, perdeva la vita.
M.D.: Infatti si può commettere una strage su larga scala, si
possono uccidere migliaia di persone. Ciò che manca è l’abilità
di rimuovere chirurgicamente i nodi cruciali perchè raramente ve ne sono
nei bassifondi; perchè non hai a che fare con un sistema spaziale gerarchico,
né con organizzazioni gerarchiche in generale. Non sono sicuro che il
Consiglio per la Sicurezza Nazionale lo capisca, ma sicuramente lo hanno compreso
molti teorici militari. Se leggi degli studi fatti dall’Army War College, ad
esempio, scoprirai una geopolitica differente rispetto a quella adottata dall’amministrazione
Bush. Coloro che pianificano la guerra non enfatizzano le linee delle cospirazioni
maligne o a volta, ma insistono sul terreno (i tentacolari quartieri periferici
e le opportunità che offrono in una mescolanza di avversari fra cui i
signori della droga, al-Qaeda, le organizzazioni rivoluzionarie, i culti religiosi)
per ricavarsi una sfera d’influenza. Il risultato è che gli esperti
del Pentagono stanno studiando architettura e teoria della pianificazione urbana:
utilizzano le tecnologie GIS (il sistema informativo geografico) e i satelliti
per coprire le lacune che lo Stato ha nella conoscenza della periferia.
Il problema della violenza fra gli slums e la città imperiale è
strettamente legato ad una questione più profonda, cioè la mediazione.
Come farà questa larga minoranza dell’umanità, che ora vive
in città, ma che è esclusa dall’economia del mondo ad avere
un futuro? Qual è la sua capacità di mediazione storica? La tradizionale
classe operaia, come ha messo in luce Marx ne Il Manifesto del Partito Comunista,
era una classe rivoluzionaria per due ragioni: perchè non partecipava
all’ordine esistente, ma anche perchè era centralizzata dal processo
di produzione industriale moderna. Aveva però un enorme e potenziale
potere sociale, poteva scioperare, fermare la produzione o prendere il controllo
della fabbrica.
Ed ecco invece una classe operaia informale senza alcuna posizione strategica
nella produzione, nell’economia, che ha nonostante ciò scoperto
un nuovo potere sociale: il potere di disturbare la città, di attaccarla
che va dalla nonviolenza creativa della gente di El Alto, la vasta bidonville
di La Paz in Bolivia, dove gli abitanti regolarmente barricano la strada per
l’aeroporto o interrompono i trasporti per fare valere le loro richieste,
fino all’uso ormai universale delle autobomba dei nazionalisti e delle
sette che vogliono attaccare i quartieri della classe media, quelli finanziari
e persino quelli alti. Penso che ci sia una grande sperimentazione a carattere
globale che cerca di trovare il modo migliore per usare il potere della disgregazione.
T.E.: Le dico, secondo me il più grande potere disturbatore è
quello di interrompere il flusso dell’energia globale. I poveri che hanno
una minima tecnologia sono in gradi di farlo nelle migliaia di chilometri di
tubature non sorvegliate che ci sono sul pianeta.
M.D.: In tal senso tu vedi già gli elementi di un’emergente
campagna. Soltanto nell’ultimo mese, c’è stato un attentato
con un’autobomba contro il più grande stabilimento di petrolio dell’Arabia
Saudita e il primo attentato sempre con un’autobomba sul delta del fiume
Niger in Nigeria. Non ci sono state vittime, ma ha alzato la posta.
T.E.: Ha concluso Planet of Slums con questa nota: “Se l’impero
può spiegare tecnologie di repressione orwelliane, gli emarginati hanno
gli dei del caos dalla loro parte”.
M.D.: E il caos non è sempre una forza negativa. Il peggiore
scenario possibile si ha quando le persone vengono messe a tacere. Il loro esilio
allora diventa permanente e si ha un implicito raggruppamento dell’umanità.
Le persone sono destinate a morire e a dimenticarlo nella stesso modo in cui
dimenticano la strage dell’AIDS o diventano immuni agli appelli contro
la fame.
Il resto del mondo ha bisogno di essere svegliato e i quartieri poveri stanno
sperimentando un’immensa varietà di ideologie, piattaforme e mezzi
per creare disordine, da attacchi quasi apocalittici alla modernità stessa
fino ai tentativi all’avanguardia per inventare nuove modernità,
nuovi tipi di movimenti sociali. Tuttavia uno dei problemi fondamentali è
che quando ci sono così tante persone che lottano per avere un lavoro
e uno spazio, il modo più ovvio per controllarle è attraverso
l’uso di padrini, capi clan, leader etnici, che operano sui principi di
esclusione etnica, religiosa o razziale. Questo fenomeno tende a creare delle
guerre fra poveri che si perpetuano quasi all’infinito. Per cui nella stessa
bidonville, si trovano una molteplicità di tendenze contraddittorie:
gente che abbraccia la fede nello Spirito Santo, o si unisce a gang di strada,
o si arruola in organizzazioni sociali radicali, o ancora diventa membro di
una setta o un politico populista.
T.E.: Permetta un’ultima osservazione: viene spesso visto come
uno scrittore apocalittico, un profeta di disastrosi e catastrofici destini,
ma quasi tutto quello che scrive riguarda in realtà il contributo umano
alla catastrofe, il modo in cui noi rifiutiamo di venire alle prese con le realtà
del nostro mondo. Per questo nella mia mente il suo lavoro ha sempre un qualche
elemento di utilità e di speranza in sé. Dopo tutto, se si tratta
di un contributo umano è ovvio che noi potremmo umanamente evitare o
trattare la situazione in maniera diversa, vero?
M.D.: Beh, il mio dovere è quello di cercare di essere il più
perspicace e onesto possibile verso le mie convinzioni e le idee che le ricerche
e osservazioni – ma anche le mie limitate esperienze di vita – mi
portano ad avere. Non sento di doverle per forza addolcire con un pizzico di
cosiddetto ottimismo. Una volta qualcuno ha accusato Ecology of Fear di un quasi
erotico piacere apocalittico: ciò mi ha fatto pensare che dovesse essere
stato scritto o interpretato male. Ad esempio, in un capitolo sulla letteratura
dell’apocalisse a Los Angeles, io chiarisco che il piacere dell’apocalisse
di solito tende ad essere una specie di voyeurismo razzista.
Tuttavia, alla fine è importante ricordare il vero significato dell’apocalisse
nelle religioni di Abramo, che è in definitiva, alla fine del tempo,
alla fine della storia, la rivelazione del vero testo della storia, la vera
narrativa, non quella scritta dalle classi dominanti, dagli scribi del potere.
E’ la storia scritta dal basso. Ecco perché ho sempre avuto un forte
interesse per le religioni degli oppressi, ecco perché ho prestato attenzione,
alcuni pensano in modo acritico, ai fenomeni come la Pentecoste.
T.E.: Per cui secondo lei il nostro futuro collettivo non è altro
che una corsa in discesa verso la distruzione?
M.D.: La città è la nostra arca sulla quale potremmo sopravvivere
al tumulto ambientale del prossimo secolo.
Veramente le città sono le forme più efficienti di convivenza
con la natura che noi possediamo, perché esse possono sostituire il lusso
pubblico al consumo privato o delle famiglie. Possono far quadrare il cerchio
fra la sostenibilità ambientale e uno standard di vita decente. Voglio
dire, per quanto fornita possa essere la vostra biblioteca o grande la vostra
piscina, non sarà mai come la Biblioteca Pubblica di New York o come
una piscina pubblica. Nessuna villa, nessun San Simeon sarà mai equivalente
a Central Park o Broadway.
Tuttavia, uno dei principali problemi è che stiamo costruendo delle
città di bassa qualità dal punto di vista urbano. Le bidonville,
in particolare, consumano le aree naturali e gli spartiacque che sono fondamentali
per il loro funzionamento in quanto sistemi ambientali e per la loro sostenibilità
ecologica. Li stanno consumando o per speculazioni distruttive private, o semplicemente
perché la povertà si diffonde in ogni luogo. In tutto il mondo,
gli spartiacque e le aree verdi, che le città necessitano per funzionare
ecologicamente e essere veramente delle città, vengono urabanizzate dalla
povertà e dallo sviluppo speculativo privato. Il risultato è che
le bidonville stanno diventando sempre più sensibili ai disastri, alle
pandemie, e alle catastrofiche mancanze di risorse, in particolare di acqua.
Al contrario, il passo più importante per far fronte al cambiamento
ambientale globale è quello di investire, in maniera massiccia, nelle
strutture sociali e fisiche delle nostre città, e così impiegare
decine di milioni di poveri giovani. Ci dovrebbe tormentare il fatto che Jane
Jakobs, che aveva visto così chiaramente che il benessere delle nazioni
è creato dalle città e non dalle nazioni stesse, abbia dedicato
il suo ultimo visionario libro allo spettro di una futura epoca buia.

