Sudan, la nuova frontiera della guerra
La caduta della città di El-Fasher segna la fine della governance centralizzata del Sudan e l’ascesa di un’economia politica militarizzata, alimentata da oro, corridoi regionali e interessi stranieri.
La caduta di El-Fasher, capitale del Darfur settentrionale, ad opera delle Forze di Supporto Rapido (RSF) segna una rottura decisiva nella guerra in Sudan, esplosa nell’aprile 2023. Non più una semplice lotta per il potere tra il capo delle Forze Armate Sudanesi e del Consiglio Sovrano, generale Abdel Fattah al-Burhan, e il suo ex vice e comandante delle RSF, Mohammed Hamdan Dagalo (Hemedti), il conflitto si è trasformato in una battaglia complessa per la geografia, l’economia, le strutture sociali e l’influenza regionale.
El-Fasher è stata per oltre un secolo il centro simbolico e amministrativo dello Stato sudanese nel Darfur. La conquista della città da parte delle RSF rappresenta perciò il crollo dell’ultima roccaforte di Khartoum nella regione e l’inizio di quella che potrebbe essere definita “decentralizzazione forzata” ovvero una frammentazione dell’autorità da cui emergono centri di potere paralleli, al di fuori dei confini dello Stato tradizionale.
Situata in un’area di passaggio naturale verso le rotte commerciali e di contrabbando del deserto che si estendono in Libia, Ciad e Niger, El-Fasher collega il Darfur all’Africa occidentale più di quanto non lo faccia con Khartoum o Port Sudan. Questi corridoi, un tempo rotte commerciali, sono ora linee vitali per l’economia di guerra delle RSF, facilitando i rifornimenti di armi, merci di contrabbando, combattenti e carburante.
Un rapporto dell’aprile 2025 – ‘Il commercio a lunga distanza del Darfur: impatto della guerra e dell’embargo commerciale delle RSF’ – evidenzia come le rotte trans-darfuriane siano ora arterie economiche che alimentano le ambizioni militari delle RSF. Mentre questa forza armata blocca l’accesso ai rivali e monopolizza il commercio, le regioni di confine una volta considerate periferia del Sudan sono diventate uno snodo geopolitico vitale, dove convergono contrabbando di oro, potere delle milizie e accordi con elementi stranieri.
La fine del dominio di Khartoum e l’ascesa di un governo militarizzato
Con le RSF radicate nel Darfur e l’esercito aggrappato alle regioni orientali e centrali del Sudan, il paese si è di fatto spaccato. Due autorità rivali governano ora in parallelo: l’esercito sudanese, come custode nominale della legittimità statale, e le RSF, come potere autodichiarato che governa attraverso le armi e il commercio.
Questa biforcazione riflette anche una realtà strutturale più profonda, ovvero l’assenza storica dello Stato nelle regioni occidentali del Sudan. Khartoum ha a lungo trattato il Darfur come un’area da cui estrarre risorse, ma privata di investimenti in infrastrutture o servizi pubblici. Quel modello è ora crollato.
La vittoria delle RSF a El-Fasher pone simbolicamente fine al modello di governance centralizzata del Sudan post-indipendenza. Tuttavia, questa divisione in Sudan non è certamente nuova. Nel 2011, il Sud Sudan si separò per formare uno stato indipendente dopo decenni di guerra civile e marginalizzazione. Ciò che si sta svolgendo ora in Darfur riecheggia quella frattura, non attraverso una secessione formale, ma attraverso la creazione di economie politiche parallele che operano completamente al di fuori dell’autorità di Khartoum.
Il ricercatore Osman Ali Osman al-Makki nota che quando le comunità periferiche acquisiscono il controllo delle risorse, generano forme alternative di autorità locale che “spesso sfidano la capacità dello Stato di gestire efficacemente le risorse naturali”.
Decenni di emarginazione strutturale hanno reso il Darfur vulnerabile a questa trasformazione. Nel suo studio del 2022 – ‘Il conflitto in Darfur, Sudan: Contesto e panoramica’ – Alex de Waal sottolinea che “non solo il Darfur era la regione più povera del Sudan settentrionale, ma i principali esperti di economia del governo sostenevano che la strategia ufficiale doveva essere quella di concentrarsi sull’asse centrale tra Dongola (nord), Sennar (Nilo Azzurro) e al-Obaid (Kordofan), il cosiddetto ‘Triangolo di Hamdi’.”
Tuttavia, gli effetti della guerra in corso hanno superato i confini del campo di battaglia e della politica, colpendo la società stessa in profondità. L’economia di guerra – basata su oro, contrabbando, armi e dominio dei corridoi – ha cambiato la forma della vita quotidiana in Darfur, spostando gli equilibri di potere all’interno di villaggi e tribù.
Gli anziani delle tribù non arbitrano più le dispute, poiché le milizie si sono imposte come una nuova autorità, sostenute da denaro e armi. Con il disintegrarsi di questo ordine sociale, i massacri sono diventati parte della logica del conflitto stesso, non una conseguenza accidentale o una causa di esso. Ciò perché l’obiettivo non è più solo il controllo militare, ma piuttosto lo smantellamento delle vecchie strutture sociali e l’imposizione di un nuovo tipo di lealtà e della forza.
Uno studio del giugno 2025 della Konrad Adenauer Foundation dal titolo ‘Le Forze di Supporto Rapido e la guerra delle visioni del Sudan’ sostiene che il conflitto sudanese ha superato le sue radici etniche: “Il conflitto identitario in Sudan non è meramente etnico, è transazionale, plasmato da contratti sociali infranti in relazione all’accesso alle risorse, alla dignità politica e all’abbandono istituzionale.”
Giochi di potere regionali: oro, corridoi e impronte straniere
La trasformazione del Darfur in un hub economico militarizzato ha attirato attori regionali e internazionali, intenzionati a sfruttare i corridoi strategici e la ricchezza di risorse del Sudan. Le strade desertiche che collegano il Sudan al Mar Rosso e all’Africa occidentale sono diventate corridoi di passaggio per armi, combattenti e oro di contrabbando, alimentando la competizione geopolitica nel cuore dell’Africa.
Gli Emirati Arabi Uniti, attraverso società con sede a Dubai, svolgono un ruolo centrale in questa economia ombra. Secondo alcune fonti, questo paese riceve fino al 90% delle esportazioni di oro sudanese, principalmente attraverso rotte non regolamentate, e in cambio fornisce alle RSF armi, logistica e finanziamenti. Secondo uno studio del 2025 di Chatham House, il modello “oro in cambio di influenza” ha reso l’oro sudanese una valuta del potere regionale.
Attraverso i rapporti con le RSF, Abu Dhabi cerca di rafforzare la sua influenza regionale nel quadro di un piano per dominare i porti nella regione dell’Asia occidentale in generale, e il Mar Rosso e il Mare Arabico in particolare, e per assicurarsi beni strategici come oro e altri minerali, rafforzando la sua posizione nella lotta regionale per le risorse.
Il Cairo, nel frattempo, considera il controllo delle RSF sul Sudan occidentale una minaccia per la sua sicurezza sul fronte meridionale e la tenuta degli accordi sulle acque del Nilo. L’Egitto ha dato il suo sostegno all’esercito sudanese, vedendo l’ascesa delle RSF come un rischio esistenziale per la coesione nazionale e le politiche idriche della regione. In questo quadro, il Cairo assicura sostegno politico e militare all’esercito sudanese in base a un imperativo di più ampio respiro: prevenire che il collasso del Sudan getti il suo confine meridionale nel caos.
L’approccio della Russia è invece di natura pragmatica. Tra il 2020 e il 2023, Mosca – tramite il Gruppo Wagner – aveva sviluppato una partnership mineraria con le RSF. Ma dopo il crollo di Wagner, la Russia ha optato per relazioni ufficiali con il governo di Burhan. Nell’aprile 2024, una visita voluta dal Cremlino a Port Sudan ha fruttato concessioni minerarie e un accordo per la fornitura di armi basato sul rublo, rafforzando così l’appoggio istituzionale russo alle forze di Khartoum.
Mosca cerca anche di mantenere aperti i negoziati per un accordo con l’esercito sudanese che dovrebbe portare all’ottenimento di una base navale proprio a Port Sudan, così da assicurare la presenza russa nel Mar Rosso.
La Turchia ha rafforzato a sua volta l’alleanza con Burhan, ritenuto un “partner strategico”, trattando il Sudan come porta di accesso per l’influenza di Ankara nel Mar Rosso e sui mercati africani. Secondo un rapporto dell’Istituto francese per le relazioni internazionali (IFRI) dal titolo ‘Il Sudan nella geopolitica africana della Turchia: un’esperienza sottovoce in una regione ambita’, Ankara vede il Sudan come una piattaforma per aumentare la presenza economica e politica in tutto il continente, con investimenti in settori strategici come quelli dell’agricoltura e delle infrastrutture.
Come altre forze esterne, la Turchia cerca anche di rafforzare le relazioni con il Sudan per accrescere la sua influenza nel Mar Rosso e su rotte marittime vitali. Un fattore, quest’ultimo, che contribuisce al raggiungimento degli obiettivi geopolitici regionali turchi.
Documenti pubblicati nel 2025 dal Washington Post rivelano come la società turca Baykar abbia consegnato droni all’esercito sudanese alla fine del 2023, presumibilmente in cambio dell’accesso a miniere d’oro e porti strategici.
Oro e corridoi: i veri motori della guerra
La guerra in Sudan, pubblicamente descritta come una lotta per il potere, è essenzialmente una battaglia per il controllo delle risorse. Per le RSF, le miniere d’oro nel Darfur e nel Kordofan rappresentano sia autonomia che leva: carburante per la guerra e valuta per le alleanze.
Contrabbandato attraverso Libia, Ciad e Niger per raggiungere mercati come Dubai, il potenziale dell’oro sudanese risiede non solo nelle esportazioni ma anche come strumento di influenza. Unitamente al controllo delle rotte commerciali desertiche, le RSF operano ora una rete economica transfrontaliera al di là della portata dello Stato centrale.
La guerra non è più solo una lotta per Khartoum o per le istituzioni statali, ma una lotta per la terra e le risorse. Il controllo dell’oro e di altri minerali, delle terre agricole e delle rotte commerciali transfrontaliere significa controllo sulla direzione e il futuro dello Stato – sia a livello interno sia per quanto riguarda l’influenza esterna – poiché l’economia transfrontaliera è diventata il principale motore del conflitto.
Cosa riserva il futuro? Tre scenari per il Sudan
La guerra in Sudan è entrata in una fase decisiva, plasmata dal collasso interno e dai progetti di sfruttamento di forze esterne. La cattura di El-Fasher da parte delle RSF e il dominio sulle rotte commerciali e della ricchezza mineraria non riflettono semplicemente un cambiamento nelle linee del fronte militare, ma segnano piuttosto una ridistribuzione di fatto del potere e della ricchezza all’interno e all’esterno del paese. In questa prospettiva possono essere ipotizzati tre scenari per il futuro del Sudan.
Un possibile esito è una divisione di fatto, in cui il Sudan si frattura in zone rivali controllate dalle RSF e dall’esercito, ciascuna delle quali gestisce le proprie risorse, economia e relazioni esterne. Un Sudan unificato sopravviverebbe quindi solo di nome.
Un’altra traiettoria possibile è rappresentata dall’escalation della guerra. Le RSF potrebbero spingersi a est per impadronirsi di altre aree ricche di risorse o addirittura tentare un nuovo assalto a Khartoum. Ciò rischierebbe di attirare altre potenze regionali, intensificando la guerra per procura.
Una terza possibilità è una frammentazione gestita. Un accordo mediato a livello regionale potrebbe consolidare lo status quo, distribuendo potere e risorse tra le fazioni in guerra senza risolvere il conflitto.
In tutti i casi, ad alimentare gli eventi saranno sempre gli stessi elementi: oro, rotte commerciali e contesa per l’influenza regionale. Il futuro del Sudan potrebbe così non essere più deciso a Khartoum, ma nei deserti del Darfur, sui sentieri del contrabbando e nelle capitali straniere che scommettono sulla prossima forza dominante nel cuore fratturato dell’Africa.
di Abbas al-Zein
fonte: The Cradle

