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Le possibilità di un qualche significativo progresso diplomatico nella crisi russo-ucraina continuano a dipendere dalle decisioni del regime di Zelensky e dei suoi sponsor europei, più impegnati a cercare di sabotare le trattative tra Russia e Stati Uniti che a impegnarsi per creare un clima favorevole alla cessazione delle ostilità. Kiev insiste nel condurre inutili operazioni militari contro obiettivi civili o, in diretta violazione dei termini della tregua negoziata dall’amministrazione Trump, prendendo di mira “infrastrutture energetiche” russe. L’Europa, da parte sua, con in testa il presidente francese Macron e il premier britannico Starmer, discute invece attorno a un impraticabile progetto di intervento militare a sostegno dell’Ucraina, mentre si rifiuta anche solo di considerare l’alleggerimento di alcune sanzioni imposte alla Russia, che potrebbe sbloccare l’accordo sulla libera navigazione commerciale nel Mar Nero, sottoscritto in linea di principio settimana scorsa a Riyadh tra Mosca e Washington.

Stanno emergendo una serie di segnali preoccupanti che indicano come Trump si stia facendo a poco a poco coinvolgere in un meccanismo che rischia di mettere la sua amministrazione interamente dalla parte dell’Ucraina, così da perdere quella credibilità di negoziatore “neutrale” per far cessare una guerra che non è sua. Le recenti uscite che lo hanno visto esprimere insofferenza nei confronti di Putin per il mancato sblocco degli accordi presi in Arabia Saudita, assieme alla minaccia di imporre altre sanzioni contro la Russia, sono una di queste indicazioni. Com’è accaduto fin dall’inizio del suo mandato, con il lancio del dialogo con Mosca, gli ostacoli che sta incontrando Trump dipendono in ultima analisi dalla incapacità o dal rifiuto di prendere atto della realtà sul campo, modellata da oltre tre anni di guerra.

In questa prospettiva, la diplomazia non avanzerà di molto se la Casa Bianca non comprenderà che gli obiettivi fondamentali della Russia non cambieranno di una virgola per quante pressioni o minacce arriveranno da Washington. Gli uomini di Trump avevano nelle scorse settimane evidenziato una certa accettazione degli imperativi strategici russi nel quadro delle trattative. Le azioni americane, quanto meno a livello pubblico, non hanno però fatto altrettanto e quello che caratterizza ora la situazione generale è sostanzialmente lo stallo.

Pressioni o iniziative concrete per portare alla ragione Ucraina ed Europa sarebbero quindi fortemente consigliate per ottenere qualche risultato, dal momento che, a differenza di quanto si sostiene sulla stampa ufficiale in Occidente, la palla non è più nel campo di una Russia che continua ad avanzare militarmente più o meno lungo tutto il fronte di guerra. Per ora senza troppe pressioni sul fronte interno per mettere fine al conflitto, Putin sembra disposto a concedere ancora qualche spazio di manovra a Trump, sia pure lanciando talvolta messaggi per chiarire che la pazienza non è illimitata.

Una visione sostanzialmente pessimistica dei negoziati sembra essere comunque alla base del pensiero del Cremlino. Ciò è apparso evidente qualche giorno fa, quando Putin, parlando dell’andamento della guerra, ha spiegato che sarà forse necessario “eliminare completamente” le forze ucraine. Resta comunque il fatto che per il momento Mosca accetterà probabilmente di continuare ad assecondare gli sforzi diplomatici americani, proseguendo nel contempo l’offensiva militare sul campo.

Negli ultimi giorni, Trump si è anche lamentato del fatto che Putin non sembra essere disposto a valutare una trattativa diplomatica ed eventualmente la firma di un qualche accordo con Zelensky. Il presidente americano, che a sua volta aveva definito l’ex comico televisivo come “dittatore”, ha spiegato che Putin dovrà alla fine mettere da parte le riserve e parlare con Zelensky. Alla base del rifiuto russo c’è però una questione legale che la Casa Bianca farebbe bene a prendere seriamente in considerazione, ovvero l’illegittimità di Zelensky, il cui mandato da presidente si era concluso a maggio dello scorso anno.

Quest’ultimo e i suoi sostenitori affermano che, essendo la legge marziale in vigore, la Costituzione ucraina non permette di tenere elezioni presidenziali, ma questa condizione si applica in realtà al solo Parlamento e non alla carica di presidente. Se dovesse essere stipulato un accordo di pace firmato da Zelensky, è chiaro che la sua validità potrebbe essere inficiata e anche per questo Putin ha proposto, sempre qualche giorno fa, l’istituzione di un’amministrazione transitoria per l’Ucraina a guida ONU, in grado di negoziare e firmare un accordo di pace. C’è inoltre tuttora in vigore un decreto, firmato dallo stesso Zelensky nell’ottobre del 2022, che vieta qualsiasi trattativa con la Russia finché il presidente sarà Vladimir Putin.

Altri ostacoli sono rappresentanti dall’Europa, i cui leader in larga misura continuano a coltivare l’illusione di potere incidere sulle decisioni russe o di costituire un deterrente per la Russia, se solo dovessero riuscire a creare un fronte compatto. Le velleità europee si intrecciano alle scosse causate nel vecchio continente dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, che prospettano una marginalizzazione del ruolo dell’UE non solo in relazione all’Ucraina, ma anche sul piano globale, con oltretutto un possibile sfaldamento e l’implosione della NATO. A questi fattori va ricondotto il rifiuto da parte dell’Europa di considerare la sospensione di alcune sanzioni anti-russe per reintegrare le banche di Mosca nel circuito SWIFT, in modo da sbloccare l’accordo sui traffici commerciali nel Mar Nero.

I “segreti” della guerra secondo il New York Times

Sulle vicende russo-ucraine si è intanto abbattuto il ciclone delle “rivelazioni” del New York Times circa il reale livello di coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra con Mosca. Il lunghissimo articolo pubblicato nel fine settimana spiega in sostanza come il Pentagono e la CIA, quindi l’amministrazione Biden, abbiano avuto un ruolo decisivo e diretto nella conduzione di praticamente ogni aspetto del conflitto. Dalla fornitura di armi all’individuazione degli obiettivi russi da colpire, dalla presenza sul campo di personale militare USA alla pianificazione stessa della disastrosa “controffensiva” iniziata a metà del 2023, la guerra russo-ucraina è di fatto una guerra che Washington ha combattuto e continua a combattere in prima linea.

Nonostante il livello di dettaglio delle informazioni offerte dal Times e il dibattito che l’articolo ha innescato, tutti gli osservatori più seri al di fuori dei circuiti “mainstream” sostengono da tempo che la guerra in corso è di fatto una guerra tra la Russia e gli Stati Uniti e la NATO. Di certo le informazioni non sono una novità per il Cremlino, da dove la tesi della regia americana dietro al conflitto – ratificata dalla realtà dei fatti – viene affermata pubblicamente da tempo.

Il pezzo del Times sembra piuttosto un tentativo di assolvere l’amministrazione Biden dalle responsabilità del fallimento epocale dell’avventura ucraina, scatenata in maniera deliberata per infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia e risoltasi invece nella totale devastazione e mutilazione del paese dell’ex Unione Sovietica. Un’analisi devastante dell’articolo apparsa sul blog dell’ex analista della CIA e blogger indipendente, Larry Johnson, ha rilevato come al centro di esso sembra esserci la seguente tesi: “L’Ucraina avrebbe potuto distruggere la debole e incompetente Russia se solo i generali ucraini avessero seguito le indicazioni dei militari americani”.

I piani strategici USA, in altre parole, sono stati impeccabili in questi tre anni e avrebbero condotto il regime di Zelensky alla vittoria se i vertici politici e militari ucraini non si fossero persi in scontri interni o avessero seguito fino in fondo le direttive di Washington. La Russia, secondo questa versione, era sul punto di crollare e ciò che è mancato è stato il colpo di grazia e lo stesso cambiamento di rotta di Trump ha finito per complicare le cose. Nell’articolo, coerentemente con questa favola, si parla di perdite russe astronomiche senza nessun fondamento nella realtà. Le “vittorie” ucraine, tutt’al più di limitata natura tattica, vengono poi celebrate, mentre nulla si dice di quelle russe, che hanno portato agli equilibri attuali pesantemente sbilanciati a favore di Mosca.

Allo stesso modo, a proposito della “controffensiva”, secondo l’autore dell’articolo il flop non sarebbe in nessun modo da collegare alla decisione dei generali americani di programmare quella che era apparsa fin dall’inizio come un’operazione suicida. Basti pensare agli avvertimenti di molti analisti che da subito avevano messo in guardia, tra l’altro, dall’impossibilità di successo dell’Ucraina in assenza di una copertura aerea per le forze di terra. Il prevedibile risultato è stato che i militari ucraini mandati allo sbaraglio non hanno nemmeno raggiunto la prima linea difensiva russa e le perdite sono state nell’ordine delle centinaia di migliaia.

Se la “rivelazione” del New York Times aggiunge poco al quadro generale della guerra, resta l’interrogativo sulle ragioni della sua pubblicazione in un momento in cui i negoziati di pace stanno facendo i primi faticosi passi. Il punto è forse di rimarcare come la guerra ucraina sia a tutti gli effetti una guerra americana e, di conseguenza, non sarà così semplice per l’amministrazione Trump svincolarsi da essa o agire da intermediario, senza prestare interesse per la sorte del regime di Zelensky. Oppure l’obiettivo è di contribuire a far saltare i negoziati tra Trump e Putin attraverso una “esclusiva” che ripercorre nei minimi particolari le azioni degli Stati Uniti, parte integrante della “catena di morte” e, quindi, con responsabilità troppo grandi nell’infliggere perdite alla Russia per consentire oggi una trattativa diplomatica seria.

Qualunque sia l’impatto dell’articolo, se impatto dovesse avere, la sorte della guerra resta comunque legata all’eventuale decisione di Trump di sganciarsi definitivamente da Kiev, dall’Europa e dai falchi “neo-con” in America, imponendo la linea del negoziato senza pregiudizi, pre-condizioni, ambiguità o vuoti avvertimenti a una Russia che, per quante minacce le verranno rivolte, non intende scendere a compromessi sulle proprie priorità strategiche.