Siria, Trump scarica i curdi
Le illusioni del nazionalismo curdo in Siria di avanzare la propria causa attraverso la partnership militare ultradecennale con gli Stati Uniti sono prevedibilmente crollate questa settimana sull’onda dell’avanzata del regime qaedista di Damasco nel nord-est del paese con il pieno appoggio dell’amministrazione Trump. Il processo di riassetto strategico che Washington sta cercando di imporre in Medio Oriente, principalmente contro l’Iran e l’intero asse della Resistenza, ha spinto la Casa Bianca a muoversi per stabilizzare e unificare la Siria sotto il controllo del presidente di fatto, Ahmed al-Sharaa, scaricando senza il minimo scrupolo gli alleati delle cosiddette Forze Democratiche Siriane (SDF) e, con esse, le velleità di indipendenza o autonomia curde.
Le relazioni tra il nuovo regime di Damasco e l’amministrazione autonoma curda (DAANES) sono state problematiche fin dal rovesciamento del governo di Assad nel dicembre 2024. Scontri armati e tentativi di distensione tramite piani di integrazione delle milizie curde nelle forze di sicurezza “regolari” sono stati frequenti negli ultimi mesi. Queste ultime, poi, a inizio gennaio avevano lanciato un’offensiva su vasta scala nelle aree di Aleppo a maggioranza curda. Offensiva che è stata seguita da un rapido avanzamento fino alla riconquista delle province di Deir Ezzor e Raqqa, assieme ai giacimenti petroliferi che questi territori ospitano. Uno dei fattori decisivi per il successo della campagna anti-curda di al-Sharaa è stato il supporto ottenuto dalle tribù arabe locali, da tempo inquiete sotto l’amministrazione curda. L’altro fattore è invece ovviamente il via libera ottenuto dagli Stati Uniti, con il contingente militare americano in Siria che non ha mosso un dito per assistere gli alleati curdi.
Domenica scorsa era circolata la notizia di un accordo per un cessate il fuoco, che è però subito naufragato dopo le denunce curde dell’avanzata delle forze di al-Sharaa. Damasco chiedeva anche la sottomissione incondizionata delle autorità curde, lo scioglimento delle SDF, l’incorporazione dei suoi membri nelle forze armate, senza la possibilità di mantenere l’identità curda, e la liquidazione degli organi civili di autogoverno. La situazione si è ulteriormente aggravata quando, in seguito all’arretramento delle forze curde, il regime e le milizie alleate hanno assaltato centri di detenzione di ex combattenti dello Stato Islamico (ISIS), prendendone il controllo o, più precisamente, rimettendo in libertà i prigionieri. Numerosi episodi di violenze, inclusi stupri e decapitazioni, sono stati inoltre segnalati ai danni della minoranza curda, esattamente come era accaduto in varie occasioni nei mesi scorsi nelle regioni a prevalenza alauita e drusa.
Con il rischio concreto dell’esplosione di una guerra civile, martedì sera l’intervento americano ha favorito una nuova tregua, questa volta della durata di quattro giorni, al termine dei quali i curdi siriani dovranno accettare definitivamente le condizioni dettate da Damasco. Il regime di al-Sharaa si è tuttavia impegnato a non occupare i villaggi a maggioranza curda nel nord-est, né le città di Hasakah e Qamishli, dove le SDF hanno i loro quartier generali. I vertici curdi non hanno alla fine avuto altra scelta che accettare l’ultimatum di Damasco, visto che gli Stati Uniti erano totalmente allineati al governo siriano di fatto.
A certificare la fine dell’alleanza decennale tra Washington e SDF è stato l’inviato speciale di Trump in Medio Oriente, Tom Barrack, il quale ha annunciato senza mezzi termini che la partnership americana con i curdi siriani è “praticamente scaduta”. In un post su X, Barrack ha spiegato che “lo scopo originario delle SDF era il fatto di essere la principale forza anti-ISIS sul campo”. Questo ruolo sarebbe stato ora assunto dal nuovo regime di Damasco, lo stesso che ha appena scarcerato i detenuti dell’ISIS sotto custodia curda, così che gli Stati Uniti considereranno quest’ultimo, e non più i nazionalisti curdi, come il loro riferimento in Siria. In termini più espliciti, Washington ha usato le SDF come “proxy” fino a che ciò risultava funzionale alla guerra contro il governo di Assad. Una volta completata l’operazione di cambio di regime, la Casa Bianca ha dirottato il proprio sostegno sulle nuove autorità centrali, liquidando senza complimenti i curdi e la loro causa.
Per chiarire ancora di più il concetto, Barrack ha spiegato agli ex partner curdi che questa finestra di quattro giorni è un’occasione “unica” per integrarsi nel nuovo stato siriano, che, a suo dire, garantirà protezione e riconoscimento della lingua e della cultura di questa minoranza, nonché la loro partecipazione alla governance del paese. Il progetto che li attende va “molto al di là della semi-autonomia” di cui le SDF hanno goduto durante la guerra civile. Per tutte queste ragioni, ha concluso il braccio destro di Trump, gli Stati Uniti intendono “favorire attivamente” l’estensione dell’autorità di Damasco al nord-est della Siria, chiudendo quindi a qualsiasi ipotesi “separatista o federalista”.
Le promesse americane e del presidente siriano ad interim sono state accolte comprensibilmente con molta diffidenza da leader e popolazione curda. I già citati esempi delle stragi tra la minoranza alauita e drusa, oltre che di presunti elementi appartenenti al precedente regime, prospettano probabili scontri e massacri anche contro i curdi. Eventualità peraltro già documentata in questi giorni con l’avanzamento a nord-est delle forze di Damasco. Non è da escludere quindi che, come minimo, episodi di resistenza all’integrazione nel nuovo stato emergano già nei prossimi giorni. Le recriminazioni e le accuse rivolte dai leader curdi all’amministrazione Trump per il “tradimento” che si sarebbe consumato nei loro confronti servono in ogni caso solo a confondere le acque.
Che quello stretto con gli americani fosse un abbraccio mortale destinato prima o poi a stritolare le ambizioni autonomiste curde non era difficile da prevedere. Pensare di realizzare le aspirazioni del popolo curdo attraverso un’alleanza con Washington era una mera illusione, alla luce sia della storia della politica estera USA sia dei precedenti che riguardano la stessa minoranza curda, non da ultimi quelli registrati nel corso della “guerra civile” siriana. Basti citare, a questo proposito, le campagne militari turche nel Kurdistan siriano (Rojava) degli anni scorsi contro le milizie che Ankara ritiene essere assimilate al PKK, avvenute puntualmente con l’avallo degli Stati Uniti nonostante la partnership sul campo con le SDF.
Proprio la Turchia deve avere avuto un ruolo primario negli eventi di questi giorni. Alcuni esponenti della classe dirigente curda siriana hanno accusato apertamente Erdogan di avere boicottato i negoziati tra SDF e Damasco, al preciso scopo di incoraggiare l’offensiva militare siriana per distruggere l’autonomia curda. La possibile emarginazione o uscita di scena delle SDF in Siria rimuove anche uno dei fattori che hanno causato a volte aspre tensioni tra Ankara e Washington in questi anni. Questa nuova realtà potrebbe avere riflessi non indifferenti sulle dinamiche regionali, dall’Iran alla Palestina, proprio mentre USA e Israele preparano nuove iniziative su entrambi i fronti.
Uno scenario, quello venutosi a creare nel Rojava, che ha spinto gli osservatori a interrogarsi sulle posizioni di Israele, notoriamente favorevole alla creazione di un’entità separata nel nord-est. L’obiettivo dello stato ebraico è d’altra parte di alimentare caos e divisioni, in modo che la Siria resti debole e spaccata, oltre che per limitare l’influenza su Damasco della Turchia. A spiegare il silenzio di Tel Aviv potrebbe essere l’accordo su un “meccanismo di sicurezza” che il regime genocida di Netanyahu aveva sottoscritto con al-Sharaa a inizio gennaio durante colloqui mediati dalla Casa Bianca a Parigi.
Significativamente, poco dopo questo evento, le forze di Damasco avevano avviato l’offensiva militare nelle province controllate dai curdi. I fatti recenti fanno in definitiva sospettare una qualche intesa tra Washington, Ankara e Tel Aviv sulla pelle dei curdi siriani. Resta però il fatto che voci tradizionalmente allineate alle posizioni sioniste negli USA hanno espresso forti critiche verso la campagna militare della Siria. Il senatore repubblicano Lindsey Graham, nel corso di una visita in Israele, ha ad esempio tuonato contro il regime di al-Sharaa fino a minacciare la reimposizione delle sanzioni che l’amministrazione Trump ha recentemente sospeso e che erano state applicate per favorire la caduta di Assad.
La situazione sul campo appare comunque ancora fluida e quello che accadrà nei prossimi giorni potrà probabilmente dare ulteriori indicazioni sulle posizioni delle potenze regionali circa i fatti siriani e le strategie che intendono perseguire. Quel che è certo è che l’obiettivo americano nel cambiamento di alleanze in Siria sembra beneficiare tutti gli attori che oggi controllano di fatto le decisioni del regime di Damasco (USA, Turchia, Israele). Questo obiettivo è, come accennato all’inizio, la stabilizzazione dell’ex leader qaedista al-Sharaa per consolidare il suo potere nella nuova Siria e farne un elemento centrale nella guerra contro la Resistenza, ovvero l’Iran. A farne le spese è invece la causa e, soprattutto, il popolo curdo, illuso ancora una volta dai suoi leader della praticabilità di un progetto di emancipazione sotto l’ala protettrice dell’impero o, ancora peggio, del regime sionista.

