Pomezia: la Masterclass del Torvicello e quella farina che sa di storia
Esiste un momento esatto, quasi magico, in cui la farina e l’acqua smettono di essere ingredienti separati per diventare memoria collettiva. Non è un passaggio che si può codificare in un algoritmo, né una procedura che si impara semplicemente leggendo un manuale tecnico. È una questione di calore, di pressione, di quella strana intesa che si crea tra il palmo della mano e la resistenza del farro. A Pomezia, la recente Masterclass dedicata al Torvicello, nata dalla sinergia tra il Comune di Pomezia e l’ARSIAL, non è stata la solita passerella promozionale. È stata, piuttosto, un’operazione di recupero viscerale, una necessità per una comunità che ha bisogno di rispecchiarsi nei propri simboli più autentici per capire verso dove camminare.
Il Torvicello non è una pasta gentile. Chi cerca la perfezione levigata e la docilità della produzione industriale qui rimane deluso. La sua anima risiede in un mix di farine che profuma di terra cruda, di polvere e di bonifica. Il farro, cereale povero per eccellenza, era il
compagno di viaggio dei contadini che arrivarono in questo territorio quando Pomezia era ancora un’idea sulla carta e una sfida quotidiana contro la palude. Unire quel farro alla farina integrale e alla 00 significa compiere un atto di fedeltà verso le proprie origini, un gesto che oggi definiremmo di vera resistenza culturale.
Durante le giornate di lavoro della Masterclass, è emerso con forza come questo impasto non ammetta scorciatoie. Il Torvicello richiede tempo, un lusso che la nostra epoca frenetica sembra aver bandito, ma che questa pasta rivendica con una sorta di orgoglio contadino. La tecnica non è standardizzabile perché, molto banalmente, ogni Torvicello nasce diverso dall’altro. La bellezza sta proprio in questa imperfezione programmata, nel valore dell’unicità che nasce da un sapere artigianale tramandato non attraverso i bit, ma attraverso l’osservazione del gesto e il silenzio dell’ascolto.
Il coinvolgimento degli istituti alberghieri di Anzio, Marino e Castelfusano (Ostia) ha rappresentato il primo, fondamentale tassello di questo percorso umano. Vedere ragazzi giovanissimi, abituati alla velocità del digitale e alla virtualità dei social, fermarsi per ore davanti a un mucchio di farina è stato l’esperimento sociale più interessante dell’intera iniziativa. Per loro non si è trattato di imparare una ricetta da inserire in un curriculum, ma di imparare l’ascolto della materia prima.
Sotto la guida degli esperti, i tempi di lavorazione e la cura dell’impasto sono stati raccontati come parti di un sapere che non può essere replicato meccanicamente. Gli studenti hanno dovuto capire, quasi per illuminazione fisica, che la cucina è prima di tutto un mestiere di pazienza. La cura del dettaglio e la lentezza della lavorazione sono diventate lezioni di vita prima ancora che di gastronomia. Ogni ragazzo che ha dato forma a un Torvicello ha, in qualche modo, stretto la mano ai pionieri che hanno costruito Pomezia, comprendendo che il valore di un territorio passa per la fatica di chi lo lavora ogni giorno.
Tuttavia, un prodotto identitario non può restare prigioniero di una nostalgia polverosa se vuole continuare a parlare alle persone. Deve avere il coraggio di sporcarsi con il presente, di lasciarsi contaminare senza perdere la bussola. La seconda fase della Masterclass ha visto chef, giornalisti di settore e content creator condividere lo stesso tavolo, mettendo a confronto la tradizione più rigida con le interpretazioni della modernità. È qui che è avvenuto il miracolo della traduzione gastronomica.
Sono nate varianti che hanno saputo interpretare la duplice anima di Pomezia: quella città che guarda allo scoglio e all’orizzonte del litorale, ma che tiene i piedi ben piantati nel solco della terra. Le ricette ispirate al mare e quelle radicate nei profumi della campagna hanno dimostrato che il Torvicello è un linguaggio universale, capace di parlare ai palati contemporanei senza tradire la sua matrice popolare.
A sottolineare questo legame profondo tra prodotto e territorio è stato il Sindaco di Pomezia, Veronica Felici, che ha dichiarato con forza: «Il Torvicello nasce da un impasto che racconta la nostra storia, fatto di farina di farro, farina integrale e farina 00. Ingredienti semplici e popolari che parlano di lavoro, di terra e di comunità. È un prodotto di cui andare orgogliosi, perché racchiude l’identità di Pomezia e il percorso di chi questo territorio lo ha costruito.»
La presenza attiva del Sindaco e degli assessori Cristiano Davoli (Promozione del Territorio e Comunicazione) e Irene Mura (Attività Produttive e Politiche Agricole) ha dato a questo confronto una dignità istituzionale necessaria. Il Torvicello è stato riconosciuto ufficialmente come un vanto per la città, un motore economico che racchiude in sé il percorso di una comunità intera che ha deciso di non farsi omologare.
Per capire veramente il senso profondo di questa pasta, però, bisogna uscire dalle cucine e camminare tra le sale del Museo del ’900. La visita guidata dalla Dottoressa Claudia Montano ha rappresentato il punto di contatto indispensabile tra il cibo e la memoria storica. Attraverso fotografie d’epoca, documenti e supporti multimediali, i partecipanti hanno potuto dare un volto a quegli ingredienti semplici. Il Torvicello era la sussistenza, era il pasto che riuniva le famiglie dopo giornate massacranti di lavoro nei campi, era il simbolo di una Pomezia agli albori che cercava di darsi una forma. Vedere la ricetta tradizionale dialogare con le visioni contemporanee nate durante la masterclass ha mostrato che la storia non è un nastro che si ferma, ma una spirale che evolve costantemente. Una stessa radice può generare espressioni diverse, ma l’essenza rimane la stessa se il cuore è sincero. La profondità di questo progetto risiede proprio nella capacità di aver trasformato una farina povera in un racconto corale appassionato.
In un momento storico in cui la cucina italiana viene celebrata a livello globale come patrimonio immateriale dell’umanità, sono proprio queste piccole storie locali a dare profondità e verità al racconto nazionale. Il Torvicello ci insegna che le tradizioni non si salvano chiudendole in una teca o limitandosi a fotografarle per un archivio. Le tradizioni vivono solo se continuano a passare di mano in mano, se vengono rimesse fisicamente nel circolo della vita quotidiana.
La Masterclass del Torvicello lascia in eredità la consapevolezza che una comunità si riconosce nei suoi gesti più autentici. Pomezia ha scelto di ripartire dalle sue farine e dai suoi giovani, dimostrando che per guardare al futuro non bisogna avere paura di tenere i piedi nel solco della propria terra. Perché, in fondo, il Torvicello non è solo una pasta. È il modo in cui un territorio continua a raccontarsi al mondo, fiero di essere esattamente ciò che è.

