PAKISTAN: LAVORI IN CORSO PER IL CAMBIO DI REGIME
di mazzetta

Il prossimo due luglio potrebbe segnare un data importante nella storia del
Pakistan. I due leader dei maggiori partiti si sono incontrati a Londra e hanno
firmato una "Carta della Democrazia", accolta benevolmente anche dagli
altri partiti pachistani, che chiede la fine del governo di Musharraf entro
il 2 luglio e l’istituzione di un governo civile che conduca il paese alle elezioni.
Benazir Bhutto (PPP) e Nawaz Sharif (PML) hanno sottoscritto un impegno che
prevede il ritorno alla Costituzione del 1973, l’uscita dei militari dalla politica
e la loro sottomissione al comando civile, l’abolizione del Consiglio Nazionale
di Sicurezza ( Il Consiglio è composto di militari e storicamente ha
sempre ingerito pesantemente nella politica pachistana) e altri passi volti
a terminare la dittatura militare.
L’evento ovviamente dovrà essere realizzato nella pratica, ma il fatto
che i due leader – ciascuno destituito a suo tempo a causa di accuse di corruzione
dell’altro – si siano mossi proprio in questo momento, deriva da un cambio della
politica di Washington e da una reale debolezza del regime militare, con tutti
gli osservatori concordi nel riconoscere una parabola discendente del potere
di Musharraff.
Nelle ultime settimane sono state frenetiche le consultazioni tra i maggiorenti
pachistani, sauditi e di altri paesi asiatici e musulmani accorsi al capezzale
del regime pachistano in odore di crollo.
Il regime si trova ora nella spiacevole situazione di essersi alienato l’appoggio
reale degli Usa, che hanno promosso l’accordo tra la Bhutto e Sharif, ora alleati
sotto la tutela americana. Allo stesso tempo il regime militare si trova contro
anche la grande maggioranza delle formazioni islamiche, un tempo divise tra
sostenitori della giunta, impegnata in un perenne doppio gioco con gli islamismi
e la Cia, ma anche sostenitrice del confronto armato con l’induismo.
Con l’arrivo della primavera i movimenti irredentisti islamici in Kashmir hanno
deciso di trascurare l’India per rivolgersi contro chi ormai considerano un
nemico dell’Islam. Organizzazioni formalmente vietate, ma spesso complici in
funzione anti-indiana come i Laskhar-i-Toiba e la Jaish-i-Mohamed, si sono in
qualche maniera legate alla rivolta wazira. La rivolta è scoppiata anche
al Sud, dove si è ribellata la provincia del Balochistan, e alla frontiera
afgana, dove è stato dichiarato l’emirato indipendente del Waziristan.
Nonostante l’invio di oltre 80.000 uomini in Waziristan l’esercito pachistano
sta avendo la peggio. In Waziristan (zona ad autonomia tribale) il panorama
politico negli ultimi 3 anni è cambiato radicalmente. Centinaia di capi
tribù sono stati destituiti o uccisi e, grazie anche a una nuova legge
elettorale voluta da Islamabad, giovani chierici hanno fatto man bassa delle
cariche elettive. Per secoli in Waziristan due delle tre tribù si sono
combattute in una faida perenne, ora la situazione vede la riunione delle tre
tribù sotto la guida della terza che una volta rappresentava quella meno
incline al guerreggiare; unione esplicitamente contro Musharraf.
Negli ultimi due anni è montata anche la pressione nel Sud dell’Afghanistan,
dove le forze pashtun riunite sotto il comando di Jalaluddin Haqqani hanno dato
il via quest’anno alla prima estesa offensiva contro i reparti ISAF e contro
l’ANA, il malridotto esercito afgano,..
La nomina di Jalaluddin Haqqani a capo delle operazioni militari in Afghanistan,
è rivelatrice dei cambiamenti incorsi dal tempo dell’invasione USA nel
2001. Haqquani è un leggendario liberatore dell’Afghanistan la cui storia
politica e militare inizia nella resistenza antisovietica. Ha sempre tenuto
una certa distanza dal movimento talebano, anche se non gli è mai stato
ostile, ed è stimato per aver rifiutato nel 2001 l’offerta della presidenza
afgana (Offertagli dall’ISI a condizione che rompesse i legami con Omar e desse
vita a una fazione talebana "moderata"), poi consegnata a Karzai.
Il suo riconoscimento come comandate da parte del Mullah Omar, unito all’adesione
alla Jirga contro gli stranieri di personaggi come Saifullah Masoor, Nasrullah
Mansoor e Gulbuddin Hekmatyar, lo pone al comando di una forza capace di riunire
signori della guerra insoddisfatti del governo USA-Karzai che ricorda per la
sua estensione quello che cacciò i sovietici negli anni ’90. Un comando
che non è alle dipendenze del mullah talebano, ma da questo riconosciuto
con le ovvie conseguenze politiche.
L’apparizione di Haqqani ha fatto sì che Karzai accusasse per la prima
volta esplicitamente Musharraff di voler destabilizzare l’Afghanistan. L’uscita
di Karzai è un’altra spia del cambio di atteggiamento (anche se non ancora
a livello ufficiale) dell’amministrazione USA verso la dittatura militare pachistana.
I militari pachistani hanno perso ( se mai l’hanno avuta) la fiducia del Dipartimento
di Stato, che sta procedendo veloce sulla strada per un cambio di regime a Islamabad.
I segnali sono evidenti, dall’accordo con il nucleare con l’India, alla riesumazione
e sponsorizzazione della Bhutto e di Sharif, tutto sembra indicare che Washington
è pronta a scaricare Musharraff.
Pur continuando a elogiare ufficialmente il dittatore, gli USA hanno messo
sul piatto una serie di iniziative che dimostrano chiaramente la decisione di
cambiare "cavallo" pachistano, l’inefficacia di Musharraff in funzione
anti-fondamentalista ed il suo doppio gioco, anche con la fornitura del nucleare
all’Iran e con il rifiuto di collaborare a fare chiarezza sul conseguente scandalo,
hanno definitivamente convinto una buona fetta di analisti neoconservatori della
necessità della sua rimozione.
Il frenetico alternarsi di visite dei diplomatici dei paesi musulmani e della
Lega Araba in Pakistan, spacciate da alcuni come colloqui sulla situazione dell’Iran,
sta dando vita in realtà ad un balletto, tra il Pakistan, Dubai e Londra,
che vede molti attori sondare il campo e fare pressioni per una veloce transizione
del potere in mani civili, dopo anni di promesse non mantenute in questo senso.
Il paese è vicino ad una vera e propria implosione ed è finito
nono nella classifica dei paesi "falliti"; ironia della sorte l’Afghanistan
è decimo. Musharraff, che come unico successo può vantare la stabilità
del prezzo della benzina, grazie alla generosità saudita, non può
fare molto di più, e grossi vantaggi non gli verranno neanche dalle recenti
aperture all’India e dall’interessata ostentazione di amicizia e dai buoni rapporti
con l’Iran.
Poca impressione ha destato anche l’apertura di Musharraff ai cinesi, così
come non ha sollevato preoccupazioni o reprimende un ordine di aerei da caccia
molto più numeroso di quello per gli F-16 americani; difficilmente il
dittatore rimarrà in sella fino alla loro consegna.
Ora che gli Stati Uniti hanno diminuito la loro dipendenza dal greggio saudita,
non sembrano esserci obiezioni alla demolizione di quello che a buona ragione
si può ritenere il braccio armato del pan-wahabismo, una demolizione
che comunque, stante il possesso da parte dei pachistani di un discreto arsenale
atomico, non passerà per un’invasione, ma per un attacco obliquo all’attuale
assetto del potere pachistano.

