OBAMA VOLA. MA LA CORSA ALLA CASA BIANCA E’ DAVVERO CHIUSA ?
di Michele Paris
Ultimata apparentemente senza scosse la serie dei tre dibattiti tra i due candidati alla Casa Bianca, ad una manciata di giorni dall’Election Day le campagne elettorali democratica e repubblicana si apprestano a darsi battaglia in una serie di stati che risulteranno decisivi nell’elezione del 44esimo presidente degli Stati Uniti. Se però la maggior parte delle più recenti elezioni presidenziali si era giocata su una serie di stati tradizionalmente considerati in bilico tra le due parti, i sondaggi quest’anno sembrano suggerire discrete possibilità per Barack Obama di competere in alcune roccaforti repubblicane. Il senatore afroamericano dell’Illinois, puntando sui temi economici che lo hanno lanciato nell’ultimo mese verso quella che appare come una sempre più probabile storica elezione, sta preparando un vero e proprio tour degli “Stati Rossi”, quegli stati prevalentemente del sud che come Missouri, North Carolina e Virginia sono spesso risultati off-limits per i democratici in passato.
L’offensiva messa in campo da Obama si regge soprattutto su un’ineguagliabile disponibilità finanziaria, ma è anche legata alla massiccia presenza di elettori di colore soprattutto nel sud degli USA e ai cambiamenti demografici che da qualche anno a questa parte hanno cambiato il volto di alcuni stati – in particolare Virginia e North Carolina – dove si sono trasferiti moltissimi giovani professionisti e laureati, generalmente vicini a posizioni liberal. La fiducia che sta pervadendo lo staff di Obama in questo frangente è tale che non appare del tutto escluso un ulteriore allargamento della sua mappa elettorale. I responsabili della campagna del candidato democratico starebbero pensando infatti di riattivare le loro strutture organizzative in Georgia e in North Dakota, messe invece in stand-by durante l’estate per la riconosciuta impossibilità di competere con John McCain, ma possibilmente anche in quegli stati della zona dei Monti Appalachi – West Virginia e Kentucky – dove i repubblicani da tempo raccolgono un vastissimo consenso.
Il senatore dell’Arizona dal canto suo si trova in una situazione di grande difficoltà, almeno secondo le più recenti rilevazioni statistiche, praticamente in tutti gli stati considerati favorevoli ai democratici (“Blue States”) e che nelle elezioni del 2004 vennero conquistati da John Kerry. Svanito l’effetto Palin e l’entusiasmo seguito alla convention di St.Paul-Minneapolis, con l’aggravarsi della crisi di Wall Street McCain ha visto allo stesso modo scomparire l’esiguo vantaggio che gli veniva accreditato in stati fondamentali come l’Ohio e la Florida. Pressati dall’offensiva di Obama sul proprio terreno, i repubblicani si sono visti così costretti a ridurre le proprie spese in stati che speravano inizialmente di strappare ai democratici – in Michigan e Wisconsin, ad esempio, McCain ha recentemente sospeso ogni operazione – per dirottare le rimanenti risorse verso altri dove il loro successo appariva invece garantito.
Lo spostamento del baricentro della base elettorale del Partito Repubblicano negli ultimi anni verso gli stati del sud degli Stati Uniti ha inoltre contribuito a modificare i rapporti di forza in molti stati occidentali compresi nella regione attraversata dalle Rocky Mountains. Stati come il Colorado, il Nevada e il Nuovo Messico, da qualche tempo fanno registrare un sensibile aumento degli elettori registrati per il Partito Democratico, i cui dirigenti locali hanno sempre più spesso puntato su politici attestati su posizioni decisamente più moderate rispetto allo stereotipo dell’intellettuale prodotto dei prestigiosi college di orientamento liberal della California o del New England. Gli sforzi che hanno premiato i democratici con la conquista di governatori e numerosi seggi al Congresso in questi stati potrebbero ora concretizzarsi anche nella conquista dei rispettivi collegi elettorali nelle presidenziali di novembre.
Le critiche che Obama si era tirato addosso all’indomani delle primarie, per aver rinunciato al finanziamento pubblico predisposto per la campagna elettorale delle presidenziali, appaiono allora a questo punto come il male minore. Venendo meno ad una promessa fatta nel corso del 2007, potendo contare su una formidabile rete di finanziatori in buona parte reclutati on-line, il senatore democratico aveva infatti deciso di non servirsi dei circa 84 milioni di dollari garantiti dalle casse federali. Una scelta rischiosa ma che era stata dettata anche e soprattutto dalla necessità di evitare il rischio di lasciare senza risposta i prevedibili attacchi repubblicani che già avevano danneggiato in maniera irreparabile John Kerry quattro anni fa. Bersaglio di accuse e colpi bassi da parte di George W. Bush e di svariate associazioni nominalmente indipendenti, il senatore del Massachusetts si era ritrovato infatti a dover fare i conti con limitate risorse finanziare, vedendo così vanire il proprio vantaggio sull’avversario proprio nella fase finale della corsa alla Casa Bianca.
Nonostante il consistente margine di vantaggio su cui sembra poter contare Barack Obama in un momento nel quale generalmente gli elettori iniziano a prendere una decisione definitiva sul candidato da votare nelle presidenziali, la strategia sfoderata da McCain nell’ultimo faccia a faccia andato in scena qualche giorno fa presso la Hofstra University di Hempstead, nello stato di New York, potrebbe però far segnare una relativa inversione di tendenza nella dinamica della corsa nei prossimi giorni. Il fattore determinante potrebbe essere stato il riferimento del senatore repubblicano all’ormai celebre “Joe the Plumber”, l’idraulico dell’Ohio che aveva manifestato i propri timori nei confronti di Obama per la possibilità che il suo progetto di mettersi in proprio potrebbe essere penalizzato da un aumento del carico fiscale in caso di successo di quest’ultimo.
Più ancora degli attacchi diretti a Obama circa le sue frequentazioni con l’ex terrorista di Chicago Bill Ayers o ai legami con l’organizzazione ACORN, della quale alcuni suoi membri sono implicati in un’indagine su irregolarità nella registrazione degli elettori, potrebbe essere l’aver portato al centro del dibattito la questione delle tasse – una strategia peraltro già adottata da George Bush senior e dal suo vice Dan Quayle nel 1992 contro Clinton, sia pure senza successo – a sollevare qualche dubbio sulle conseguenze di un’amministrazione Obama per la middle-class americana. La svolta populista di McCain potrebbe tuttavia essere giunta troppo tardi e, assicurano i collaboratori del 47enne senatore dell’Illinois, le preoccupazioni degli americani invischiati in una recessione sempre più probabile dovrebbero alla fine premiare il candidato in possesso del piano economico che sembra garantire maggiori certezze per l’immediato futuro.
Restano tuttavia profonde incognite sulle effettive chances di una vittoria di Obama, o quanto meno su una sua affermazione a valanga, come in parecchi stanno suggerendo dall’altra parte dell’Oceano. La ancora relativamente scarsa conoscenza di un candidato apparso sulla scena politica statunitense solo da pochi anni e l’enigma della reale incidenza che avrà la questione razziale nel segreto della cabina elettorale potrebbero piuttosto condurre le presidenziali del 2008 verso un epilogo molto più incerto di quanto indicano i sondaggi in questo momento. Se si ripensa poi a quanto accadde ad Al Gore nel 2000, il quale era accreditato di un vantaggio in doppia cifra nei confronti di George W. Bush durante il mese di ottobre di quell’anno, sarà necessario forse attendere ancora prima di mettere la parola fine sulla corsa alla Casa Bianca.

