L’INEVITABILE SCONFITTA AMERICANA IN IRAQ
di Daniele John Angrisani

Negli ultimi mesi c’è una specie di tabù di cui si fa a meno di
parlare sui media occidentali, a meno di avvenimenti eccezionali (come ad esempio
attacchi contro le truppe italiane), di Iraq se ne parla sempre di meno. Eppure
nella sola giornata di martedi a Khan Bani Saad, nella zona sciita, sono morte
7 persone, altre 6 in diverse zone dell’Iraq per via degli attacchi della guerriglia
e nel quartiere di Mansour a Baghad altre 5 persone sono morte per lo scoppio
di una autobomba. Come mai nessuno ne ha fatto cenno? E’ senza dubbio vero che
queste notizie ormai non fanno più audience, visto che questo
bagno di sangue continua ininterrotto ogni giorno, ma ciò non toglie
che questo velo di silenzio assurdo che sembra calato sull’Iraq lasci decisamente
perplessi. Diciamocelo francamente: che gli Stati Uniti abbiano ormai perso
la guerra in Iraq è un segreto di Pulcinella. In un rapporto segreto
reso noto pochi giorni fa dal Washington Post, persino gli stessi alti
comandi dei marines della provincia di Anbar definiscono la situazione come
"senza ritorno" ed affermano che "gli Stati Uniti non hanno più
alcuna prospettiva di vincere politicamente in Iraq".
Il rapporto afferma specificamente che "non esiste alcuna istituzione
governativa irachena funzionante nella provincia di Anbar" e che il vuoto
di potere è stato "riempito dalla presenza dei gruppi guerriglieri
legati ad al-Qaeda in Iraq, che sono diventati la principale e più significativa
forza politica della provincia". Anbar è una provincia chiave dell’Iraq.
Di questa provincia fanno parte le città di Ramadi e Fallujah, nonchè
l’intero Triangolo Sunnita fino ai confini con Giordania e Siria, terre di manovalanza
e di propaganda per la guerriglia antiamericana. La mancanza di controllo di
questa provincia, definita "senza legge", significa, de facto,
l’impossibilità di controllare l’Iraq da parte degli americani.
La situazione è infatti talmente disastrata che lo stesso Zbigniew Brzezinski,
ex potentissimo collaboratore di diversi presidenti americani e fino a poco
tempo fa dichiarato sostenitore della dottrina Bush, in una intervista rilasciata
allo Spiegel ha dichiarato che la possibilità di vittoria in Iraq
è ormai talmente remota da poter essere paragonata alla probabilità
"dell’esistenza della fata Morgana". Ha quindi chiesto all’Amministrazione
americana di intavolare al più presto delle trattative con gli iracheni
per stabilire un piano chiaro per il ritiro delle truppe americane dall’Iraq,
con l’aiuto degli altri Paesi arabi della zona che potrebbero inviare truppe
per stabilizzare la situazione una volta che gli americani dovessero abbandonare
il Paese. E se persino Brzezinski la pensa in questo modo, significa che anche
all’interno delle elite dominanti americane si è insinuato il dubbio
che questa guerra sia davvero persa.
Non è finita qui. Quando la settimana scorsa la Commissione Intelligence
del Senato ha rilasciato la versione declassificata del suo rapporto sull’Iraq,
il presidente repubblicano della Commissione medesima, Pat Roberts, aveva definito
tale rapporto una "semplice rivisitazione di accuse partigiane senza alcun
fondamento". Eppure il 5 febbraio 2003, l’allora Segretario di Stato, Colin
Powell, era stato fin troppo chiaro nel collegare l’Iraq agli attacchi terroristici
contro gli Stati Uniti dell’11 settembre 2001: "L’Iraq di Saddam Hussein
protegge un network terrorista comandato da Abu Musab al-Zarqawi, un collaboratore
di Osama Bin Laden e dei suoi luogotenenti di al Qaeda". Ma dopo due anni
di indagini, la Commissione Intelligence ha reso noto che questa dichiarazione,
come tante altre sull’Iraq, era completamente falsa e che Saddam Hussein non
ha avuto contatti di alcun tipo con al Qaeda prima della guerra. Il senatore
democratico John Rockfeller ha affermato a questo proposito che "si è
trattato di una manipolazione assolutamente cinica" per convincere il popolo
americano ad andare in guerra. Ed é andato anche oltre, affermando che
"il mondo sarebbe assolutamente migliore oggi se gli Stati Uniti non avessero
deciso di invadere l’Iraq, anche se questo avrebbe significato Saddam Hussein
ancora al comando del Paese".
Tutte queste dichiarazioni hanno decisamente senso se si pensa che a distanza
di quasi 3 anni e mezzo dall’inizio della guerra il risultato finale di questa
avventura militare è il seguente: un Paese che prima della guerra non
aveva alcuna intenzione di attaccare gli Stati Uniti e non proteggeva nessun
terrorista, come affermato dalla Commissione Intelligence, adesso è diventato
una minaccia per tutti i Paesi della regione e non solo, nonché il Paese
dove i terroristi fanno il buono ed il cattivo tempo senza nessuno che li possa
fermare. Di sicuro si tratta del peggior incubo mai vissuto dagli americani
dai tempi della guerra in Vietnam. Un risultato degno di nota per quella che
ormai tutti definiscono come la peggiore Amministrazione americana del dopo
guerra fredda. Peccato che, a novembre, quando gli americani se ne renderanno
conto e mostreranno con il loro voto cosa pensano adesso di questa Amministrazione
fallimentare, sia ormai troppo tardi per cercare di cambiare le cose.
Esiste anche la possibilità, paventata a dire il vero soprattutto da
ambienti vicini alla Casa Bianca, che un eventuale Congresso in mano democratica,
dopo le elezioni di mid term di novembre, possa decidere di intraprendere
le necessarie misure per riprendere in mano la situazione degenerata, aprendo
una procedura di indagine sull’Amministrazione Bush che possa portare eventualmente
all’impeachment del presidente e del suo staff per aver mentito dinanzi
al popolo americano. Quello che sembra comunque sicuro è che in ogni
caso i danni compiuti da questa Amministrazione peseranno ancora per molto sull’immagine
internazionale degli Stati Uniti d’America e che, questi ultimi, dovranno imparare
a convivere in un mondo del quale non sono più i padroni assoluti, ma
dei semplici attori come gli altri, anche se ancora potentissimi. In ogni caso,
qualsiasi cosa possa accadere, la Cina, erede predestinato della superpotenza
americana, ringrazia sentitamente e si prepara sempre di più a riempire
il vuoto di potere che viene lasciato dal declino americano.

