La Siria divide ancora USA e Turchia
Le relazioni tra Stati Uniti e Turchia sono sempre più vicine al punto di rottura dopo l’ultima iniziativa annunciata da Washington in relazione al conflitto in Siria. A giudicare dalle dichiarazioni del presidente Erdogan, il rischio di uno scontro armato tra i due alleati NATO, o quanto meno tra le forze di Ankara e quelle dell’opposizione siriana appoggiate dagli USA, appare infatti concreto e imminente oltre il confine meridionale turco.
Le parole di Erdogan nel fine settimana hanno dato l’idea del precipitare dei rapporti con gli Stati Uniti. Il presidente turco ha accusato gli USA di volere creare un “esercito del terrore” in Siria, rispondendo alle dichiarazioni di un portavoce della coalizione anti-ISIS, secondo il quale sarebbero già stati avviati i piani per addestrare una forza curda composta da circa 30 mila uomini.
Questo vero e proprio esercito dovrebbe assumere il controllo della frontiera tra Turchia, Siria e Iraq, ufficialmente per “impedire la libertà di movimento e il trasporto di materiale illecito” da parte degli uomini dell’ISIS. Per gli USA, questa forza militare servirebbe anche a consentire al popolo siriano di stabilire una “governance locale efficiente” e di riconquistare territori ancora in mano a formazioni estremiste. Il primo gruppo di queste “guardie di frontiera” curde in fase di addestramento consiste in un totale di 230 uomini.
Coerentemente con la linea ufficiale americana in Siria, i piani USA coinvolgono le cosiddette Forze Democratiche Siriane (SDF) multi-settarie, ma in realtà in esse prevale nettamente la componente curda, inquadrata nelle Unità di Protezione Popolare (YPG), già protagoniste di vari successi militari contro lo Stato Islamico.
La decisione di Washington ha irritato perciò prevedibilmente il governo turco. Erdogan ritiene che la creazione di una milizia di confine curda, armata dagli Stati Uniti, possa facilmente operare in territorio turco in collaborazione con il PKK. Il piano americano darebbe anche un impulso importante alle rivendicazioni autonomiste curde nel nord della Siria.
Quest’ultimo obiettivo curdo è visto con orrore da Ankara e nel 2016 aveva in sostanza rappresentato il motivo principale dell’intervento militare turco in Siria. Per la Turchia, qualsiasi premio alle ambizioni della minoranza curda in territorio siriano rischia di alimentare pericolosamente quelle dei curdi che vivono entro i propri confini e, soprattutto, di dare maggiori spazi di manovra al PKK, tuttora considerato un’organizzazione terroristica.
Erdogan ha così ordinato il rafforzamento del contingente militare turco in Siria, precisamente nel distretto settentrionale di Afrin, in previsione di un’offensiva contro le forze curde. Il presidente turco ha minacciato di “soffocare sul nascere questo esercito del terrore”, con un’operazione che potrebbe iniziare “in qualsiasi momento”, visto che “tutti i preparativi sono stati ultimati”.
L’agenzia di stampa ufficiale Anadolu ha scritto che già nella giornata di domenica alcune unità turche hanno bombardato postazioni curde nei pressi di Afrin, dopo che nei giorni precedenti erano stati inviati militari e mezzi blindati. Una decisione definitiva sulla nuova iniziativa bellica in Siria potrebbe arrivare al termine della riunione del Consiglio per la Sicurezza Nazionale turco, prevista per mercoledì.
La rabbia di Erdogan di questi giorni è spiegata anche dal fatto che la decisione annunciata domenica rappresenta una nuova mancata promessa americana. Lo scorso novembre, il governo turco aveva dato ampio risalto all’impegno, presumibilmente preso da Trump nel corso di una visita di Erdogan a Washington, di interrompere le forniture di armi ai curdi in Siria.
La notizia era stata diffusa dal ministero degli Esteri turco e, sulle prime non aveva trovato conferme a Washington. In seguito, la Casa Bianca l’aveva però confermata, sia pure evitando di fornire ulteriori dettagli su modalità e tempi dell’iniziativa.
Nonostante la nota imprevedibilità di Trump, il governo di Ankara si è evidentemente risentito di quello che ha percepito come l’ennesimo voltafaccia americano. Un cambiamento di rotta particolarmente sgradito a Erdogan anche perché registrato a breve distanza dalla risoluzione di un’altra vicenda che ha avvelenato i rapporti tra i due alleati.
A inizio anno era stato infatti condannato negli Stati Uniti un banchiere turco per avere violato le sanzioni economiche imposte all’Iran nel quadro di un caso che aveva messo in evidenza la corruzione endemica all’interno del governo di Erdogan.
Il rinnovato appoggio americano alle forze curde nel nord della Siria conferma in sostanza come Washington, nonostante la sostanziale sconfitta dell’ISIS, non intenda fare passi indietro in un paese dove ha investito non poco. A livello ufficiale, gli USA impiegano oggi senza alcuna giustificazione legale circa duemila soldati nel paese in guerra.
Il piano di creare un esercito curdo da 30 mila uomini è la dimostrazione che, attraverso una forza indigena, gli Stati Uniti hanno tutte le intenzioni di portare avanti i progetti di cambio di regime a Damasco o, visti gli equilibri militari odierni, di contrastare l’influenza russa e iraniana nel paese di Assad.
Prevedibilmente, la notizia proveniente da Washington nel fine settimana è stata accolta tutt’altro che positivamente dai governi di Russia e Siria. In una conferenza stampa a Mosca, il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha denunciato il piano “unilaterale” degli USA, destinato a ostacolare la normalizzazione dell’area attorno ad Afrin e, in prospettiva più ampia, a mettere a rischio l’integrità territoriale della Siria.
Anche a Damasco la mossa americana è stata correttamente giudicata come il tentativo di dividere il paese per indebolire il regime, mentre si è tornati a chiedere l’evacuazione dei soldati USA, presenti illegalmente in Siria. Una presenza, quella dei militari americani, considerata invece necessaria a Washington sia per impedire il ritorno dell’ISIS sia per assicurare un esito dei moribondi negoziati di pace di Ginevra, patrocinati dall’ONU, che risponda agli obiettivi americani.
La recentissima decisione degli Stati Uniti prospetta anche, e con ogni probabilità non casualmente, un ulteriore aumento delle tensioni tra il regime di Assad e i curdi siriani. Dopo i tentativi di evitare uno scontro diretto nel corso del conflitto e le ipotesi avanzate nelle scorse settimane per un qualche accordo sulla base di una certa autonomia curda, le tensioni tra le due parti sono tornate a salire, in primo luogo proprio a causa dell’atteggiamento americano.
A sette anni dallo scoppio della guerra, dunque, la Siria è ancora lontana dall’intravedere pace e stabilità. L’uscita di scena quasi definitiva dello Stato Islamico sta portando alla luce tutte le contraddizioni delle potenze coinvolte nel conflitto, i cui interessi nel paese mediorientale rischiano di scontrarsi fino a minacciare una pericolosa riesplosione del conflitto.

