La Corte Suprema affonda i dazi di Trump
La decisione odierna della Corte Suprema che boccia i dazi d’emergenza imposti unilateralmente da Trump nell’ultimo anno rappresenta una sconfitta giuridica molto pesante per la Casa Bianca su uno dei pilastri della sua strategia economica e geopolitica. La sentenza stabilisce che l’uso dei poteri emergenziali per imporre tariffe globali senza un mandato esplicito del Congresso viola l’architettura costituzionale americana. Allo stesso tempo, il verdetto segnala una frattura crescente dentro la classe dirigente statunitense, dove settori dell’establishment iniziano a temere le conseguenze sistemiche di un uso così aggressivo e imprevedibile della leva commerciale. Preoccupazioni, queste ultime, che sono evidenti dal fatto che il verdetto arriva da una Corte nel suo complesso in larga misura favorevole all’agenda trumpiana.
La spaccatura all’interno della Corte Suprema degli Stati Uniti si è materializzata in un voto 6-3 che ha visto convergere una parte della maggioranza conservatrice con i giudici “liberal” di minoranza. Il parere di maggioranza, firmato dal presidente della Corte John Roberts, stabilisce che il potere rivendicato dalla Casa Bianca – imporre dazi globali senza limiti di entità, durata e portata – richiedeva una chiara autorizzazione del Congresso che nel caso specifico non esiste. Roberts ha ribadito che, quando il Congresso delega poteri tariffari, lo fa con vincoli precisi e verificabili.
Le udienze sul caso dei mesi scorsi davanti alla Corte Suprema avevano già fatto emergere la direzione in cui sarebbe potuta andare la sentenza. I tribunali inferiori avevano messo in dubbio a loro volta l’uso dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) come base per applicare dazi generalizzati, evidenziando come l’emergenza economica invocata non rientrasse nei criteri di “minaccia straordinaria” richiesti dalla legge e come la misura configurasse di fatto un esercizio di potere legislativo da parte dell’esecutivo. È su questo terreno che la strategia tariffaria di Donald Trump è stata considerata incostituzionale: l’IEEPA consente di regolare importazioni in emergenza, ma non contiene alcuna autorizzazione esplicita all’imposizione di dazi. In sostanza, la Corte ha ritenuto che l’uso dei dazi come strumento negoziale globale travalicasse i limiti costituzionali della separazione dei poteri.
Per la Casa Bianca si tratta di una sconfitta politica decisamente pesante. Trump aveva avvertito esplicitamente i giudici che una bocciatura dei suoi dazi avrebbe avuto effetti “disastrosi” per l’economia americana, soprattutto per l’eventualità di dover restituire i circa 134 miliardi di dollari già incassati dall’amministrazione grazie ai dazi finora imposti. Eppure la Corte non si è pronunciata su questo punto cruciale, lasciando ai tribunali inferiori il compito di districare la questione dei rimborsi. Nella sua opinione di minoranza, il giudice Brett Kavanaugh ha sottolineato che la maggioranza “non dice nulla” su come e se il governo dovrà restituire le somme raccolte, avvertendo che il processo potrebbe trasformarsi in un “pasticcio” amministrativo e finanziario. Un’incertezza che pesa come una spada di Damocle sui conti pubblici e che rende la sconfitta per la Casa Bianca ancora più rilevante.
La vicenda nasce dai cosiddetti dazi del “Liberation Day”, con cui Trump aveva lanciato una nuova offensiva protezionista attraverso l’imposizione di tariffe doganali “reciproche” fino al 50% ad esempio su partner strategici come India e Brasile e spingendo quelle contro la Cina fino al 145% nel 2025. Misure che andavano ad aggiungersi ai dazi sulle importazioni da Messico e Canada e che erano state giustificate come strumenti negoziali e di riequilibrio commerciale. In realtà, la strategia puntava a ridefinire unilateralmente le regole del commercio globale, trasformando la leva tariffaria in un’arma permanente di pressione geopolitica. La sentenza della Corte Suprema riapre ora l’intero dossier e rimette in discussione non solo la legittimità giuridica di quei provvedimenti, ma anche la sostenibilità economica e politica di una guerra commerciale condotta a colpi di decreti d’emergenza.
Trump ha sostenuto che il ricorso all’IEEPA fosse giustificato perché i dazi rientravano nella sfera della politica estera, ambito in cui storicamente i tribunali tendono a riconoscere ampia discrezionalità al potere esecutivo. In questa logica, Trump ha argomentato che la gestione delle relazioni economiche con l’estero non può essere separata dalla sicurezza nazionale e dalla strategia diplomatica. Tuttavia il presidente dispone anche di altri strumenti giuridici più consolidati per imporre dazi senza passare dal Congresso, come peraltro in alcune situazioni ha già fatto, così che, in questi casi, i provvedimenti non saranno interessati dalla decisione di oggi della Corte. Questi altri dispositivi legali sono però molto più vincolanti. Ad esempio, una norma consente aumenti tariffari solo fino al 15% e per un massimo di 150 giorni; un’altra autorizza dazi più elevati per ragioni di sicurezza nazionale, ma solo su settori specifici e dopo un’indagine formale del Dipartimento del Commercio. Questi limiti renderebbero più difficile una strategia negoziale flessibile basata su aumenti e riduzioni rapide delle barriere commerciali.
Sul piano giudiziario, tutti i tribunali inferiori che avevano esaminato i dazi emergenziali li hanno ritenuti contrari alla legge federale, seppur con motivazioni differenti. In un caso promosso dall’importatore di vini newyorkese V.O.S. Selections, la “US Court of International Trade” aveva stabilito che l’IEEPA non autorizza l’imposizione dei dazi, decisione poi confermata dalla Corte d’Appello del circuito di Washington. In un procedimento separato, la società di giocattoli educativi dell’Illinois Learning Resources aveva ottenuto una sentenza analoga in un tribunale federale sempre della capitale. Il caso è alla fine arrivato direttamente alla Corte Suprema, saltando il passaggio ordinario in appello. In entrambe le vicende, i tribunali avevano comunque sospeso temporaneamente l’implementazione dei verdetti, così da consentire all’amministrazione di continuare a riscuotere i dazi mentre il contenzioso proseguiva nei gradi superiori di giudizio.
Come accennato all’inizio, la sentenza di oggi rivela profonde divisioni interne alla classe dirigente degli Stati Uniti. Una parte consistente degli ambienti economici, industriali e finanziari teme che un uso così ampio e imprevedibile dei dazi possa destabilizzare il commercio internazionale, incrinare i rapporti con partner storici – inclusi paesi alleati – e generare effetti a catena negativi anche sulle stesse imprese americane, fortemente integrate nelle catene globali del valore. Il timore non riguarda solo il breve periodo, molti analisti vedono il rischio di un indebolimento strutturale della credibilità economica e finanziaria degli Stati Uniti, con possibili ripercussioni sul ruolo centrale che il paese ha storicamente mantenuto nei flussi finanziari globali.
In questo contesto, la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti – che in passato aveva spesso dato ragione alla Casa Bianca su dossier costituzionalmente controversi – è un chiaro segnale di attenzione verso le preoccupazioni espresse da settori influenti dell’economia e della finanza e come un tentativo di porre un limite istituzionale a un uso estremamente estensivo dei poteri esecutivi in materia commerciale da parte della Casa Bianca. Resta ora forte l’incertezza sulle possibili reazioni politiche. Privato di uno strumento negoziale che aveva utilizzato ampiamente per esercitare pressione sui partner internazionali e tentare di ridefinire gli equilibri commerciali globali, Trump potrebbe cercare nuove strade – legali o politiche – per perseguire lo stesso obiettivo strategico. In definitiva, la sentenza apre una fase di ulteriore instabilità e ridefinizione degli equilibri tra potere esecutivo, sistema giudiziario e strategia economica internazionale americana.

