Israele, sangue sulla verità
Oltre a condurre impunemente il crimine di genocidio, Israele detiene anche il poco invidiabile primato di essere l’entità statale che ha ucciso più giornalisti e operatori nel settore dei media negli ultimi tre anni. È quanto ha dimostrato il rapporto annuale pubblicato questa settimana dal Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ), che dal 1992 documenta abusi e violenze commesse in tutto il mondo contro questa categoria. Il fatto che non ci siano altre forze armate in nessun altro paese responsabili di un numero più alto di assassini di giornalisti è tutt’altro che casuale. Tel Aviv uccide infatti deliberatamente chi intende documentare i suoi crimini che, a loro volta e almeno a partire dall’ottobre 2023, risultano essere tra i più gravi commessi a livello globale negli ultimi due decenni.
Il CPJ ha potuto dimostrare l’uccisione di 129 giornalisti nel 2025, ovvero il numero più alto in trent’anni, e, di questi, i due terzi (86) sono morti per mano di Israele, con una proporzione identica a quella registrata l’anno precedente. Già nel 2024 il bilancio era stato il peggiore mai documentato, ma nel 2025 si è andati oltre e tutto ciò, si legge nel rapporto, “principalmente a causa delle azioni di un unico governo”: quello di Israele.
L’indagine ha stabilito che 47 giornalisti uccisi nel 2025 su 129 totali sono stati vittime di attacchi mirati, ovvero assassini. Oltre l’80% di questi sono stati ancora una volta opera di Israele. Il numero indicato, per quanto riguarda Gaza, è con ogni probabilità sottostimato, ma, se anche fosse attendibile, va ricordato che gli altri giornalisti uccisi dalle forze di occupazione, verosimilmente come “danni collaterali”, lo sono stati in conseguenza di operazioni militari che hanno preso di mira in modo deliberato obiettivi civili.
In realtà, avverte il CPJ, è il numero complessivo dei giornalisti e operatori della stampa massacrati da Israele a essere sottostimato, perché il regime del premier/criminale di guerra Netanyahu continua a limitare l’accesso alla striscia di media e team incaricati di indagare sugli assassini commessi. Le vittime della spietatezza sionista non sono tuttavia solo palestinesi. A settembre 2025 un bombardamento su un edificio che ospitava le redazioni di due giornali a Sana’a, nello Yemen governato da Ansarallah (“Houthis”), aveva provocato la morte di 31 tra giornalisti e operatori dei media, in quello che era apparso subito come uno degli attacchi più letali contro la stampa della storia recente.
Le autorità militari e di governo in Israele hanno in varie circostanze ammesso di avere ucciso giornalisti, ma in tutti i casi si sono giustificati sostenendo che le vittime erano affiliati a Hamas o ad altri gruppi della resistenza palestinese. Con lo stesso criterio, Tel Aviv proprio nei giorni scorsi ha impresso un nuovo giro di vite alla libertà di stampa, con la decisione di designare come “organizzazioni terroristiche” cinque testate giornalistiche che operano a Gerusalemme Est, accusate di appoggiare Hamas o di avere legami con il movimento islamista.
Nessuna prova viene evidentemente mai presentata a supporto di queste affermazioni. Se anche però i rapporti fossero reali, la caratterizzazione di Hamas come “organizzazione terroristica” è a dir poco discutibile, soprattutto in relazione alle attività del movimento di liberazione palestinese negli ultimi due decenni. Anche accettando questa classificazione, oggettivamente le azioni “terroristiche” di Hamas sono per numero e brutalità ben poca cosa rispetto a quelle commesse da Israele.
Alla luce della situazione, non sorprende che il CPJ ricordi come la giustizia israeliana o le autorità militari abbiano lanciato “pochissime indagini in maniera trasparente” sull’assassinio di giornalisti, così come non ci sia stato un solo militare a essere stato condannato. Un assaggio dell’impunità garantita ai militari israeliani si è avuto con la notizia di questi giorni del proscioglimento in appello dell’ufficiale Yitzhak Sofer, ripreso in un filmato nel dicembre 2023 mentre aggrediva e pestava il fotogiornalista palestinese Mustafa Alkharouf dell’agenzia di stampa turca Anadolu a Gerusalemme Est.
Il giudice ha ribaltato la sentenza di primo grado poiché l’imputato soffre di Disturbo da Stress Post-Traumatico per via del servizio prestato durante l’operazione “Diluvio di Al-Aqsa” lanciata da Hamas il 7 ottobre 2023. In altri termini, con questa giustificazione i militari israeliani hanno facoltà di commettere qualsiasi crimine contro tutti i palestinesi senza timore di conseguenze legali, come sta appunto avvenendo da oltre due anni.
Un altro aspetto del genocidio messo in luce dal CPJ, che conferma la natura mirata degli assassini, è l’uccisione di membri della stampa attraverso attacchi con velivoli senza pilota (droni). In tutto il mondo, il numero di questi casi documentati è passato da 2 nel 2023 a 39 nel 2025. Con ben poca sorpresa, anche qui la “performance migliore” è quella di Israele (28).
In un precedente rapporto, il CPJ aveva anche descritto gli “abusi sistematici” che subiscono i giornalisti palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane, inclusi stupri, torture, privazione di cibo e di cure mediche. Su 59 testimonianze raccolte tra giornalisti palestinesi con esperienze in carcere nello stato ebraico, soltanto uno ha riferito di non avere subito qualche forma di violenza. Le dimensioni del fenomeno, spiegava il rapporto, “indica l’esistenza di qualcosa che va al di là di casi isolati”. I giornalisti detenuti da Israele a partire dall’ottobre 2023 sono stati almeno 94, la maggior parte dei quali a tempo indefinito e senza nessun capo di imputazione. Si tratta, secondo il CPJ, di una “strategia deliberata per intimidire e mettere a tacere i giornalisti”.
Oltre all’organizzazione con sede a New York, ci sono state altre ONG negli ultimi due anni ad avere raccolto informazioni sulla guerra di Israele contro i giornalisti palestinesi. In un rapporto dello scorso dicembre, Reporter Senza Frontiere (RSF) aveva definito il regime di Netanyahu il “peggior nemico” della stampa, perché responsabile, secondo il conteggio proposto in questo caso, del 43% dei 67 giornalisti assassinati tra il primo dicembre del 2024 e la stessa data del 2025. Probabilmente più vicino ai numeri reali è il sito Shireen.ps, citato recentemente da Al Jazeera, secondo il quale i giornalisti uccisi dalle operazioni militari israeliane dall’inizio dell’aggressione nella striscia sarebbero quasi 300. Il nome di questo sito si riferisce alla giornalista americano-palestinese Shireen Abu Akleh, vittima di un omicidio mirato dei militari israeliani in Cisgiordania nel 2022.
Come accennato all’inizio, la brutalità dei militari delle forze di occupazione nei confronti – ma ovviamente non solo – degli operatori della stampa non è un fattore accidentale, ma scaturisce in primo luogo dalla necessità per lo stato ebraico di proteggere una narrazione fittizia: agire fuori dalla legalità internazionale fingendosi vittima richiede il sistematico annientamento dei testimoni oculari. In questo contesto, il massacro dei giornalisti non è un effetto collaterale, ma uno strumento indispensabile per eliminare chi rivela la menzogna, documentando la realtà dei crimini commessi quotidianamente contro la popolazione palestinese.

