Iran, la guerra prima della guerra
L’ondata di proteste che nelle ultime settimane sta attraversando l’Iran rappresenta forse la minaccia più grave per la tenuta del sistema uscito dalla rivoluzione del 1979, perché avviene – tutt’altro che casualmente – nel pieno dei preparativi di Israele e Stati Uniti per un nuovo attacco militare contro la Repubblica Islamica. Ci sono pochi dubbi, come ha ammesso lo stesso governo, circa la legittimità del malcontento espresso per lo più pacificamente dagli iraniani. Crisi economica, inflazione in costante crescita e corruzione endemica sono fattori che pesano sulla popolazione, ancorché, in particolare i primi due, causati in larga misura da decenni di sanzioni occidentali. La situazione venutasi a creare è però nuovamente e pesantemente influenzata da “elementi esterni”, in primo luogo CIA e Mossad, che spingono per un intervento diretto o un cambio di regime dall’interno. Com’è facile immaginare, nessuna soluzione indotta dall’esterno rappresenterebbe un miglioramento per gli iraniani, ma, al contrario, getterebbe il paese nel caos più totale e lo trasformerebbe in poco più di una colonia americana, rimescolando oltretutto gli equilibri strategici regionali a tutto favore dello stato ebraico.
Lunedì si sono tenute contro-manifestazioni in varie città iraniane, inclusa la capitale, a sostegno del governo o, più precisamente, del sistema che ha al vertice la guida suprema, Ali Khamenei. A questi cortei è stata data prevedibilmente parecchia visibilità dai media ufficiali, ma è abbastanza evidente che una parte degli iraniani, per non dire la maggior parte, abbia deciso di scendere in strada per condannare in maniera spontanea proteste sfociate talvolta in gravi violenze e, ancora di più, le ingerenze americane e israeliane. Le notizie che arrivano dall’Iran sono ad ogni modo difficili da verificare, soprattutto perché puntualmente distorte a fini di propaganda dai media “mainstream” occidentali, parte essi stessi dell’operazione orchestrata dai servizi di intelligence di Washington e Tel Aviv e dalle finte ONG dei rispettivi paesi.
Va comunque evidenziato che le proteste erano partite dalla classe di mercanti e negozianti che, nelle parole delle massime autorità dello stato, rappresenta uno dei pilastri del regime. Lavoratori e classi più disagiate, a differenza delle proteste avvenute a fine 2017 e degli scioperi dei mesi scorsi, sono state in parte coinvolte solo in un secondo momento. Anche questo carattere delle manifestazioni facilita la penetrazione di istanze esterne, essendo gli ambienti della borghesia iraniana maggiormente ricettivi alle sirene occidentali.
Il governo ha in ogni caso parlato di oltre cento vittime fin qui tra le forze di sicurezza. Un numero che, se corrispondente al vero, testimonia della natura violenta delle proteste, peraltro in varie occasioni registrate da immagini difficilmente equivocabili. È inevitabile di conseguenza che il governo sia passato alle maniere forti, agitando anche l’ipotesi della pena di morte per i sabotatori diretti da forze straniere. In parallelo, il presidente Pezeshkian ha assicurato in diretta televisiva che le richieste dei manifestanti saranno prese in considerazione e che verrà fatto quanto possibile per migliorare le condizioni economiche della popolazione.
I mezzi a disposizione sono tuttavia limitati, viste le difficoltà economiche e finanziarie del paese sotto l’offensiva sanzionatoria dell’amministrazione Trump. Il dilemma è perciò sempre lo stesso. Un’intensificazione della repressione rischia di delegittimare il sistema e dare l’occasione ai nemici dell’Iran di aumentare le pressioni e intervenire anche militarmente. Mandare invece segnali di debolezza potrebbe favorire il dilagare delle proteste e incoraggiare ulteriori interventi dall’estero a sostegno di queste ultime. Su un piano più generale, resta quasi impossibile nelle condizioni attuali risolvere le problematiche economiche alla base delle frustrazioni degli iraniani, così che, se anche questa fase dovesse essere superata senza eccessive scosse, potranno facilmente esplodere altri focolai di protesta nel prossimo futuro.
In linea con il totale disinteresse per il diritto internazionale e anche solo le formalità democratiche, Stati Uniti e Israele stanno facendo poco o nulla per nascondere le loro mire predatorie nei confronti dell’Iran. Trump, dopo l’incontro alla Casa Bianca del 29 dicembre con Netanyahu, aveva citato il solito programma nucleare iraniano come pretesto per una possibile aggressione militare. Con il persistere delle proteste, però, lo stesso presidente americano ha minacciato un’iniziativa di questo genere se le forze di sicurezza della Repubblica Islamica avessero ucciso i manifestanti. Il passaggio dall’uno all’altro argomento conferma appunto che la vera ragione di un nuovo attacco non sarebbe da ricondurre a nessuno dei due, ma alla volontà pura e semplice di rovesciare il regime di Teheran.
A questa realtà si può collegare il fatto che voci dentro i due governi o a essi collegate ostentano liberamente il ruolo dei rispettivi servizi segreti nel fomentare la “rivolta”. Ad esempio, l’ex segretario di Stato ed ex direttore della CIA nella prima amministrazione Trump, il super-falco “neocon” Mike Pompeo, aveva inviato tramite un post su X a inizio anno i propri auguri agli iraniani impegnati a manifestare “nelle strade” e, allo stesso tempo, ad “ogni agente del Mossad che cammina al loro fianco”.
La retorica come sempre ultra-aggressiva vomitata da USA e Israele non comporta necessariamente un intervento militare immediato. Ci sono anzi svariati segnali che indicano quanto meno il rinvio di una decisione in questo senso da parte americana. Il quotidiano britannico The Telegraph ha scritto, citando fonti di Washington, che i vertici militari degli Stati Uniti hanno avvertito la Casa Bianca della necessità di altro tempo prima di passare a un attacco militare. Alle forze USA in Medio Oriente servirebbe un consolidamento delle posizioni militari nella regione e maggiori preparativi per rafforzare le difese contro l’inevitabile ritorsione iraniana.
Martedì Trump ospiterà un vertice con, tra gli altri, il segretario di Stato Rubio, quello della Guerra Hegseth e il capo di Stato Maggiore, generale Dan Caine, durante il quale dovrebbero venirgli sottoposte alcune opzioni in merito ai prossimi passi da intraprendere nella crisi iraniana. In agenda potrebbe esserci un’intensificazione del sostegno alle proteste e delle cyber operazioni per mettere ancora più in difficoltà il governo di Teheran. È probabile che a Washington si stia discutendo delle recenti dichiarazioni delle autorità iraniane che hanno promesso non solo una risposta militare massiccia a un attacco di USA e Israele, ma anche operazioni militari preventive contro le basi militari americane in Medio Oriente e contro obiettivi dello stato ebraico.
Dietro all’ostentazione di forza potrebbe esserci insomma il timore di subire pesanti “danni collaterali”, verosimilmente più gravi di quelli registrati in Israele dopo la guerra dei 12 giorni dello scorso giugno, visto che l’Iran in questa occasione non sarebbe oltretutto preso di sorpresa ma arriverebbe allo scontro con un diverso livello di preparazione. Un’altra questione che Trump sta valutando forse attentamente è l’ipotesi concreta della chiusura dello stretto di Hormuz da parte iraniana e lo stop di una parte più che consistente dei traffici di greggio da e per il Medio Oriente. Questo fatto provocherebbe una repentina impennata delle quotazioni del petrolio, andando a moltiplicare i problemi domestici di un’amministrazione repubblicana che si appresta a entrare in campagna elettorale per il tradizionale voto di metà mandato.
Aggiungendo altra confusione a uno scenario già complesso, la stampa USA ha riportato nel fine settimana la notizia, diffusa dalla Casa Bianca, di un’iniziativa da parte del governo iraniano che si sarebbe messo in contatto con quello americano per discutere del programma nucleare. Per Trump, Teheran vorrebbe insomma “negoziare” ed egli stesso si è detto disponibile addirittura a incontrare a questo scopo i rappresentanti della Repubblica Islamica.
Al di là di questi improbabili sviluppi, un ulteriore problema per Trump e Netanyahu è che, dietro le apparenze e la propaganda, il sostegno al movimento di protesta in Iran sia molto più debole di quanto si voglia far credere. Ci sono rapporti che arrivano dall’interno del paese che smentiscono la versione che prevale in Occidente circa la crisi in atto. Da ciò deriva il fatto che una mossa sproporzionata da parte di USA e Israele potrebbe compattare la popolazione iraniana attorno al governo e alla guida suprema, sulla linea di quanto era accaduto lo scorso giugno.
La vicenda iraniana e le minacce di Washington e Tel Aviv hanno implicazioni ad ogni modo di vasta portata. Il sostegno in apparenza per le aspirazioni democratiche degli iraniani nasconde il desiderio di installare a Teheran un regime che avalli un sistema di controllo neo-coloniale su un paese ricchissimo di risorse e che è il centro nevralgico della Resistenza in Medio Oriente. Raggiungere questo obiettivo, per Trump e Netanyahu significherebbe perciò cambiare totalmente l’equazione strategica regionale, con riflessi determinanti sul fronte della competizione globale contro Russia e Cina, non a caso strettissimi alleati della Repubblica Islamica.
In gioco c’è quindi anche l’eventuale reazione di questi due paesi a una seconda aggressione militare contro l’Iran. Dopo il clamoroso intervento in Venezuela, Mosca e Pechino sarebbero esposte a pressioni enormi per fare qualcosa di concreto in risposta a un attacco contro un paese cruciale nel quadro delle dinamiche multipolari in atto. Per la Cina, poi, l’Iran è uno dei principali fornitori di petrolio ed entrambi hanno in essere accordi di partenariato decennali con Teheran che abbracciano vari ambiti. La “perdita” della Repubblica Islamica potrebbe essere perciò ritenuta un colpo letale alle loro aspirazioni, anche perché darebbe ulteriore fiducia a un impero in declino, convincendo l’inquilino della Casa Bianca ad agire con ancora meno freni per inseguire il miraggio della riaffermazione dell’egemonia a stelle strisce sull’intero pianeta.

