Iran: i generali avvertono Trump
Rivelazioni circolate sulla stampa americana nella giornata di lunedì hanno fatto emergere pubblicamente divisioni e ansie ai vertici politici e militari del governo di Washington attorno all’opzione militare che Donald Trump starebbe valutando nei confronti dell’Iran. Il sito Axios, il Washington Post, il New York Times e il Wall Street Journal hanno in particolare riportato un avvertimento del capo di Stato Maggiore, generale Dan Caine, circa i rischi di un attacco che, quasi certamente, sfocerebbe in una lunga guerra di attrito. Le preoccupazioni manifestate all’inquilino della Casa Bianca non riguardano comunque la natura criminale dell’eventuale aggressione, quanto i possibili punti deboli in ambito militare che, dietro all’ostentazione di forza di Trump, potrebbero risultare determinanti nel prendere una decisione che praticamente tutto il mondo sta attendendo.
Al centro della discussione ci sarebbe la richiesta del presidente repubblicano di portare a termine un’operazione rapida di “decapitazione” della leadership iraniana, senza perdite per le forze americane coinvolte o di stanza in Medio Oriente. Il modello dei desiderata di Trump è il blitz in Venezuela, concluso in tempi brevi con il rapimento del presidente Maduro. Questa fantasia di Trump è stata distrutta dai generali americani, i quali gli hanno verosimilmente spiegato che un’operazione contro la Repubblica Islamica richiederebbe una massiccia e prolungata campagna di bombardamenti, senza oltretutto la garanzia di raggiungere gli obiettivi prefissati e con perdite pesanti in termini di materiale, ma forse anche di uomini, da mettere in preventivo.
Caine non è evidentemente l’unico tra gli uomini coinvolti nella pianificazione dell’attacco ad avere espresso serie riserve. Da tempo la stampa d’oltreoceano scrive dei dubbi almeno anche del vice-presidente Vance. Il già citato Axios ha rivelato inoltre che i due rappresentanti americani nei negoziati in corso con l’Iran, Steve Witkoff e Jared Kushner, avrebbero chiesto a Trump di concedere altro tempo alla diplomazia per esplorare la possibilità di estrarre le maggiori concessioni possibili dai propri interlocutori prima di passare all’opzione militare.
I vertici militari USA temono in primo luogo l’impatto sulle scorte di missili e di altri armamenti che avrebbe una guerra ad alta intensità con l’Iran. Una buona parte dei missili intercettori in dotazione delle forze armate americane era stata già esaurita nella guerra di aggressione scatenata sempre contro l’Iran con Israele lo scorso mese di giugno. La risposta di Teheran aveva saturato i sistemi di difesa dei due alleati, favorendo la penetrazione in territorio israeliano e, appunto, l’esaurimento degli stock missilistici americani.
Se le riserve sono state in parte reintegrate in questi mesi, è possibile che ci sia tuttora una certa carenza, soprattutto alla luce dello sforzo enorme che richiederebbe una guerra che si annuncia tutt’altro che breve. Analisi di vari osservatori nei giorni scorsi hanno evidenziato che la quantità di “asset” militari americani posizionati nella regione consentirebbe di condurre bombardamenti in una situazione di superiorità per due settimane o poco più. Se le strutture dello stato iraniano dovessero reggere fino a quel punto, nella migliore delle ipotesi gli Stati Uniti si troverebbero a dover sostenere una complicata guerra di attrito con la necessità di rifornire in fretta il proprio arsenale.
Le rivelazioni sugli avvertimenti del capo di Stato Maggiore USA sono state subito smentite da Trump con i soliti post sul suo social Truth. Le assurde parole del presidente hanno rappresentato piuttosto la conferma delle perplessità che in molti dentro l’apparato di potere americano nutrono per un’avventura dalle conseguenze difficilmente calcolabili. È probabile anzi che le parole di Caine riportate dai media siano state rese pubbliche deliberatamente da chi si oppone ai piani di guerra, anche per togliere responsabilità ai militari in caso di fallimento dell’operazione. Trump, da parte sua, ha ridicolmente scritto invece che il generale Caine condivide l’opinione che, se una guerra verrà scatenata, sarà “vinta facilmente”.
Al di là dell’ovvio tentativo di minimizzare la diversità di vedute sull’attacco contro l’Iran, in Trump e nei suoi più stretti collaboratori emerge una chiara incapacità di comprendere la complessità della situazione nella quale si trovano ad operare. Di questa realtà si è avuta una conferma quasi sbalorditiva con le parole dell’inviato Witkoff in un’intervista rilasciata lo scorso fine settimana a Fox News. Witkoff ha spiegato come il presidente sia sorpreso dal fatto che l’Iran non abbia ancora “capitolato” davanti alle pressioni americane. Trump non si capacita in sostanza del fatto che il governo di Teheran, dopo la mobilitazione militare USA più massiccia in Medio Oriente dal 2003, non abbia bussato alla porta di Washington per accettare le condizioni imposte dalla Casa Bianca per sottoscrivere un accordo.
Questo atteggiamento del presidente americano rivela una totale ignoranza delle dinamiche politiche e strategiche che operano nella Repubblica Islamica. Se mai, l’escalation di questi mesi ha convinto ancora di più la leadership di questo paese a rimanere su una posizione di fermezza, nonché a intensificare i preparativi per rispondere a un’aggressione militare.
Trump si è messo ad ogni modo da solo in una posizione virtualmente senza possibilità di uscita. Le richieste massimaliste per arrivare a un accordo diplomatico rendono difficili passi indietro, così come l’eventuale accettazione di un accordo sulla linea di quello di Vienna del 2015 (JCPOA) che egli stesso aveva fatto naufragare solo tre anni più tardi. La logica dietro alla mobilitazione di “asset” militari in preparazione di una guerra di vasta portata rende allo stesso modo improbabile una de-escalation. Attacchi mirati nel quadro di un’operazione limitata appaiono infine pericolosi, perché l’Iran ha fatto sapere che risponderebbe comunque senza restrizioni.
Il dito di Trump è quindi sul grilletto e, al di là dei piani studiati a Washington, l’innesco della miccia del conflitto rischia di sfociare rapidamente in una conflagrazione che potrebbe infiammare a lungo l’intero Medio Oriente e avere conseguenze rovinose sull’economia di praticamente l’intero pianeta.

