IL VENEZUELA, IL GENERALE E IL FALCO
di Fabrizio Casari

Il generale James Hill, Comandante del Comando Sud delle forze armate degli Stati
Uniti, quello cioè che ha come teatro di operazioni l’America latina, non
ha affatto le stimmate del diplomatico. In una recente dichiarazione a proposito
della situazione dell’area, ha ritenuto di dover precisare che "il Venezuela
e la Bolivia rappresentano una minaccia emergente in America latina, in quanto
al narcotraffico e alle guerriglie si unisce ora il populismo radicale".
Il generale ha dunque aggiunto che la minaccia rappresentata da questo insieme
di elementi è espressamente rivolta agli "interessi degli Stati Uniti".
Si potrebbe obiettare che il generale Hill non è un diplomatico ed addebitare
a questo la carenza di prudenza e tatto nel linguaggio. Cosa avrebbe detto un
diplomatico o un politico al suo posto? E come avrebbero preso le sue parole,
certo imprudenti, i suoi vertici politici?
A riassettare pensieri e parole del generale è dunque intervenuto il
suo capo, il Segretario di Stato alla Difesa, Donald Rumsfield, che invece di
smentire il suo generale ha equiparato il Presidente del Venezuela Hugo Chavez
ad Hitler. Così, anche per sfoggiare i suoi studi e l’alto livello raggiunto
in storia. Del resto basta ascoltare una delle sue conferenze stampa per capire
la ricchezza delle argomentazioni e la finezza espositiva. Ma in questo caso
la chiarezza emerge con forza: l’uomo di Abu Ghraib e del fosforo di Falluja,
quando parla di Hitler, sa perfettamente di cosa sta parlando. Dunque l’alto
militare statunitense ha espresso in concetti quello che il vertice politico
statunitense esprime in grugniti.
Da parte sua, il Generale James Hill è, per l’appunto, un generale e
non un diplomatico, si può dunque pensare che, nell’affanno di tenere
sotto controllo quello che non riesce a controllare, possa spingersi ad identificarlo
quale nemico. A West Point non insegnano il rispetto per chi la pensa diversamente,
semmai come schiacciarlo. E la fulgida carriera di questo man of war si
è giovata di un intenso quanto istruttivo passaggio alla "Escuela
de las Americas", in apparenza scuola militare Usa a Panama, in realtà
una palestra per torturatori dove i militari statunitensi insegnavano alle loro
truppe e ad i loro amici latinoamericani, le tecniche di ogni tempo per la tortura,
l’assassinio e il terrore.
Mica una casa chiusa di perversi stranamore: solo un efficace quanto barbaro
laboratorio di sperimentazione e formazione. In quella scuola si formarono due
generazioni di assassini; militari con aspirazioni da politici e presunti politici
con disposizione d’animo militare.
Ma le esternazioni di Hill e i grugniti di Rumsfield non hanno nulla di estemporaneo,
Né sono il frutto di una verbosità incontinente messa a dura prova
da microfoni insistenti. Si va disegnando così, la futura aggressione
alla "minaccia emergente"? Se per quanto riguarda il nuovo governo
boliviano è ancora presto per implementare una strategia sovversiva,
per quanto riguarda il Venezuela, che gli Stati Uniti stiano tentando con ogni
mezzo di rovesciare il legittimo governo di Caracas è ormai un dato che
trova conferme quotidiane: da ultima quella della settimana scorsa in ordine
alle rivelazioni di fonte statunitense che informano sulla presenza d’incursori
della marina militare Usa in alcune zone del Venezuela: militari clandestini
con l’incarico di procedere ad azioni clandestine contro uomini ed installazioni
chaviste.
L’espulsione di un diplomatico statunitense dal Venezuela, decisa da Chavez
pochi giorni or sono, mirava esattamente ad avvisare Washington e Langley: le
covert action statunitensi sono già state abbondantemente scoperte.
Non è difficile immaginare quali siano i compiti di queste pattuglie
nascoste nella selva amazzonica o in qualche altro pertugio confindustriale
dall’animo avventuroso. Quello che invece è ancora da stabilire è
se la strategia statunitense prevede l’innesco di un conflitto interno al Venezuela
attraverso una serie di atti terroristici, magari utili a forzare la mano al
governo in termini di controllo poliziesco nel paese. Oppure se si tratta di
una strategia destinata ad innalzare lo scontro politico-diplomatico con annessa
escalation di minacce militari. E’ realistico ipotizzare che le due strade possano
unirsi in un’unica performance: se è difficile prevedere nell’immediato
un’azione militare diretta da parte di Washington, si può certamente
intuire il tentativo di creare un clima di ostilità su tutta la regione
che preluda ad un isolamento venezuelano, elemento indispensabile per qualunque
azione di forza eventualmente eseguibile.
In questo senso, le prossime elezioni in Colombia ed il conseguente dispiegarsi
militare a garantire la rielezione di Uribe con la scusa di garantire la sicurezza
delle operazioni di voto, trasformeranno la frontiera in un teatro particolarmente
delicato, dove potrebbero trovare spazio provocazioni ad arte costruite. Si
tratta di vedere se Caracas vorrà farsi sorprendere.

