GB: il dissenso è terrorismo
Mentre Israele, nonostante il cessate il fuoco formalmente in vigore, continua a massacrare civili a Gaza, in Gran Bretagna almeno tre attivisti pro-Palestina rischiano di morire in carcere, dove sono detenuti da oltre un anno per avere violato le leggi ultra-repressive sull’anti-terrorismo del governo di Londra. La vicenda è legata alla designazione come entità terroristica di Palestine Action nel luglio 2025. Una decisione senza nessun fondamento né logica, oltretutto presa da un governo pienamente complice del genocidio palestinese, che ha reso però un crimine anche la sola espressione di solidarietà con l’organizzazione britannica. I tre detenuti sono da settimane in sciopero della fame per chiedere la fine della persecuzione legale nei loro confronti, ma il premier laburista Starmer e i membri del suo gabinetto continuano a rifiutarsi anche solo di incontrare gli attivisti e i loro famigliari.
Heba Muraisi e Kamran Ahmed rifiutano cibo rispettivamente da 72 e 63 giorni. La loro salute risulta fortemente deteriorata, con i medici che avvertono del pericolo di danni irreversibili o addirittura del decesso in qualsiasi momento. Un altro attivista, Lewie Chiaramello, è inoltre in sciopero della fame “intermittente”, dal momento che soffre di diabete di tipo 1. Il 22enne Umar Khalid aveva invece interrotto recentemente la protesta, ma ha iniziato nuovamente lo sciopero a inizio anno. L’arresto di Ahmed risale al 19 novembre 2024 e da allora è in custodia cautelare nonostante la pratica legale britannica preveda di solito un periodo non superiore ai sei mesi per questo genere di provvedimenti preventivi. Il suo processo non inizierà inoltre prima del prossimo giugno.
Heba Muraisi è finita in carcere lo stesso giorno di Ahmed dopo che entrambi avevano preso parte a una protesta i cui partecipanti si erano introdotti nel sito che ospita l’appaltatore militare israeliano Elbit Systems a Bristol, causando, secondo la procura di Sua Maestà, almeno due milioni di dollari di danni. Questa compagnia produce circa l’85% dei droni in dotazione alle forze armate del regime sionista, utilizzati negli ultimi due anni per massacrare civili in quello che anche le Nazioni Unite hanno definito un “genocidio”. In totale, sono 29 i detenuti in Gran Bretagna per avere partecipato ad “azioni dirette” a sostegno del popolo palestinese. Oltre a quella contro Elbit, la giustizia d’oltremanica ha usato il pugno di ferro anche per punire i partecipanti a un altro tentativo di irruzione, questa volta nella base della RAF nell’Oxfordshire lo scorso mese di giugno.
Lo sciopero della fame dei detenuti in questione è entrato in una “fase critica” per la loro salute e solo negli ultimi giorni alcuni media “mainstream” britannici sembrano essersi accorti della storia. In linea generale, le notizie riportate vengono ricondotte però a un’emergenza umanitaria, mentre le questioni più ampie relative alle gravissime responsabilità del governo di Londra, sia nell’imporre misure giudiziarie puramente punitive sia nel favorire il genocidio e reprimere chi a esso si oppone, sono passate in larga misura sotto silenzio. Tutto ciò avviene nonostante quello in corso sia il più importante sciopero della fame registrato nelle carceri britanniche dal 1981, quando morì in seguito a una lunga protesta il membro dell’IRA, Bobby Sands, assieme ad altri nove detenuti.
Come accennato all’inizio, in base a una legge anti-democratica del 2000, il governo Starmer aveva messo Palestine Action sulla lista delle organizzazioni terroristiche lo scorso luglio, non perché fosse realmente tale ma per mandare un messaggio inequivocabile della volontà di Londra di mettere a tacere e punire nella maniera più dura possibile chiunque intendesse criticare il regime di Netanyahu e denunciare il genocidio palestinese. Da allora, la rete britannica di “azione diretta” filo-palestinese è equiparata allo Stato Islamico o ad Al-Qaeda. Di conseguenza, nei mesi scorsi si è assistito all’arresto di manifestanti pacifici la cui unica colpa era esporre manifesti o inneggiare slogan a sostegno di Palestine Action. La vicenda di quest’ultima organizzazione viene utilizzata dal governo anche per testare i limiti legali e di resistenza del pubblico all’implementazione di misure da stato di polizia, in concomitanza proprio con l’aperta partecipazione dello stato ad atti di terrorismo, come appunto il genocidio in corso a Gaza.
I detenuti che protestano con il prolungato sciopero della fame hanno fatto richieste ben precise al governo Starmer. Oltre alla possibilità di essere rilasciati su cauzione, un giusto processo e la fine delle restrizioni imposte alle loro comunicazioni in carcere, sulla lista c’è anche l’annullamento della decisione di dichiarare Palestine Action un’organizzazione terroristica e la chiusura degli impianti di Elbit Systems in Gran Bretagna. Queste ultime due misure rendono la protesta in corso uno snodo decisivo contro la deriva autoritaria dello stato e proprio a queste implicazioni ha fatto riferimento la lettera aperta in difesa degli attivisti in carcere indirizzata recentemente al primo ministro Starmer da una ventina di ex prigionieri politici, molti dei quali già detenuti nel lager americano di Guantánamo.
Nel documento si chiede di lasciar cadere le accuse, formulate precisamente per “criminalizzare il dissenso”. I firmatari scrivono che “la decisione di ricorrere alla categoria di ‘terrorismo’, per implementare la repressione sistematica di coloro che rifiutano di piegarsi”, lascia questi ultimi “senza alternative per vedere riconosciuti i diritti che spettano loro secondo quanto previsto dalla legge”. Riconoscendo che l’applicazione della legge sul terrorismo per criminalizzare i manifestanti pro-Palestina fa parte di una prassi consolidata, la lettera aperta ricorda che “l’uso della parola ‘terrore’ serve da tempo per generare paura,” rendere tossico il clima generale e “giustificare la violazione continua dei più fondamentali diritti umani”. Una volta attribuita questa etichetta, prosegue la dichiarazione, “i diritti perdono il loro carattere assoluto, la libertà diventa oggetto di scambio e la presunzione di innocenza svanisce”.
Mentre dunque il governo laburista di Keir Starmer chiude gli spazi del dissenso e resta indifferente alle drammatiche proteste dei detenuti politici pro-Palestina, anche se rischiano seriamente di morire in carcere, non muove un dito per fermare o protestare contro il regime di terrore che Israele continua a imporre a Gaza e in Cisgiordania. Nemmeno una dichiarazione proforma è arrivata ad esempio da Londra dopo l’ultimo rapporto UNICEF che questa settimana ha fissato ad almeno 100 il numero dei bambini palestinesi massacrati dalle forze di occupazione a Gaza a partire dall’entrata in vigore del cessate il fuoco a inizio ottobre. Identico silenzio ha accompagnato anche l’avanzamento martedì nel parlamento israeliano (“Knesset”) di una legge che introduce la pena di morte per impiccagione dei palestinesi detenuti dal regime sionista.

