Gaza, tregua e sospetti
L’accordo sul cessate il fuoco tra Israele e Hamas annunciato giovedì è soltanto un primo e fragilissimo passo verso la fine del genocidio che il regime sionista sta conducendo nella striscia di Gaza da due anni a questa parte. Già la tenuta di questa prima fase preliminare è altamente incerta, vista la totale libertà d’azione garantita a Netanyahu, ma i veri problemi inizieranno dopo l’avvenuto scambio di prigionieri e l’eventuale implementazione delle altre condizioni previste nei prossimi giorni. Quello scritto nella proposta presentata da Trump il 29 settembre scorso, se non dovessero esserci modifiche in seguito a ulteriori trattative, assicura infatti solo due esiti: la ripresa dell’aggressione israeliana o la sconfitta storica della resistenza palestinese e la fine delle aspirazioni alla creazione di un’entità statale pienamente sovrana.
Ciò su cui le due parti si sono accordate sono più che altro parametri per la liberazione degli “ostaggi” ancora nelle mani di Hamas e quelli palestinesi nelle carceri israeliane. Una prima discordanza è emersa circa il momento da cui dovrebbero scattare le 72 ore entro le quali tutti e 20 i prigionieri israeliani ancora in vita verranno liberati. Per Hamas e il governo egiziano, che ha ospitato le trattative nei giorni scorsi, sono partite dalla firma ufficiale dell’accordo, avvenuta nella mattinata di giovedì. Per Netanyahu, invece, dall’approvazione dell’intesa da parte del suo gabinetto, prevista, salvo sorprese, per la serata di giovedì.
Più di una incertezza resta anche riguardo l’elenco dei detenuti palestinesi da rilasciare che Hamas ha consegnato a Israele. Il movimento di liberazione chiede che siano inclusi alcuni nomi importanti della resistenza, come Marwan Barghouti, che il regime sionista è invece restio a considerare. Dopo la liberazione dei 20 “ostaggi” rimasti tra quelli fatti il 7 ottobre 2023 da Hamas, sarà la volta di circa duemila palestinesi che lasceranno la detenzione in Israele. In seguito è prevista la consegna a Israele dei corpi degli “ostaggi” deceduti, in molti casi a seguito dei bombardamenti delle stesse forze di occupazione.
In parallelo a ciò, la prima fase dell’accordo include l’ingresso di centinaia di mezzi con aiuti umanitari per assistere una popolazione palestinese letteralmente allo stremo e l’inizio del ritiro parziale da alcune parti della striscia delle forze israeliane. I contorni di quest’ultima condizione non sono chiari ed è evidente che è qui che le resistenze di Tel Aviv potrebbero emergere precocemente, visti i precedenti e i fortissimi dubbi che restano sull’impegno israeliano a rispettare l’accordo sottoscritto. Anche dopo la firma in Egitto della prima parte dell’accordo, Israele ha continuato a bombardare indiscriminatamente la striscia, in particolare Gaza City, facendo altri morti tra la popolazione palestinese.
La principale nota positiva negli eventi di queste ore, oltre al possibile allentamento dell’aggressione militare israeliana, è la tenuta del meccanismo negoziale e la fragile attuazione delle parti preliminari dell’accordo nonostante Hamas non abbia accettato integralmente la “proposta” di Trump e Netanyahu, i quali avevano presentato quest’ultima invece come un vero e proprio ultimatum. Il fatto che la trattativa sia avanzata e si sia arrivati a questo punto indica forse che le pressioni internazionali sullo stato ebraico sono arrivate a un punto tale da spingere il regime di Netanyahu a considerare almeno una pausa e a fare qualche minima concessione.
È vero anche che la liberazione dei prigionieri israeliani, una volta avvenuta, priverà Hamas dell’unica leva a disposizione per fermare il genocidio e resta perciò un’ipotesi possibile la ripresa della strage già nei prossimi giorni. I vertici di Hamas e degli altri gruppi della resistenza erano in ogni caso in una posizione tale da rendere quasi impossibile un rifiuto della “proposta” di Trump nonostante le condizioni favorevoli praticamente solo per Israele. Hamas ha risposto con acume strategico evidenziando l’accettazione dell’accordo, ma ponendo anche l’accento su alcune parti che richiedono negoziati specifici. Questa scelta, con ogni probabilità sollecitata da Qatar, Egitto e Turchia, si è rivelata per il momento corretta, visto che ha generato un clima internazionale in cui virtualmente tutti i paesi hanno spinto per favorire lo stop al genocidio.
Detto questo, le tre fasi preliminari su cui Hamas e Israele hanno trovato un accordo – scambio dei prigionieri con rilascio in una volta sola di quelli israeliani, ingresso degli aiuti a Gaza, ritiro graduale delle forze di occupazione – erano la parte relativamente più semplice, visto anche che il movimento di liberazione palestinese si era in linea di massima già mostrato disposto ad accettarle nei mesi scorsi. Totale incertezza rimane invece per quanto avverrà ora, essendoci profonde divergenze sui dettagli di questioni determinanti, come i tempi e le modalità dell’eventuale ritiro completo di Israele da Gaza, il profilo dell’amministrazione provvisoria che dovrà farsi carico della governance del territorio palestinese e la sorte di Hamas.
Netanyahu non sembra intenzionato a ritirare del tutto i militari dalla striscia, sostenendo che il rispetto dell’impegno a lasciare “per fasi” il territorio occupato dipende tutt’al più dalla liquidazione di Hamas, anche se più recentemente la condizione richiesta sembra essere diventata “soltanto” quella del disarmo del movimento di liberazione. Hamas sa benissimo che nessuna intesa con Israele può dare garanzie che i termini sottoscritti vengano rispettati, basti pensare alle migliaia di violazioni della tregua firmata un anno fa con Hezbollah in Libano. Decisivo sarà perciò il ruolo dell’unica forza in grado di influenzare le decisioni israeliane, ovvero gli Stati Uniti.
Ci sono segnali che l’amministrazione Trump abbia ritenuto che le operazioni di Netanyahu siano andate troppo in là, soprattutto dopo il recente fallito attentato contro i negoziatori di Hamas in Qatar, e che, quanto meno per un problema di immagine e di opportunità politica, è ora necessario un qualche compromesso. Alla base della follia genocida sionista c’è però l’ambizione della “Grande Israele”, che è in prima istanza un progetto di supremazia regionale e che, perciò, Washington condivide in pieno con il suo alleato. Se Trump abbia valutato che, quanto meno, i tempi per finalizzare questo obiettivo non sono ancora maturi oppure se la “proposta di pace” sia invece una trappola tesa alla resistenza palestinese per facilitare il compito a Netanyahu lo si scoprirà di certo nei prossimi giorni.
Le notizie arrivate giovedì dal Medio Oriente hanno comunque generato un’ondata di commenti di incoraggiamento e speranza praticamente da tutto il mondo. C’è chiaramente una componente enorme di ipocrisia nelle dichiarazioni ufficiali, per non parlare della vergognosa strumentalizzazione degli eventi da parte dei governi più ideologicamente affini all’amministrazione americana per celebrare le doti di pacificatore di Trump o per attaccare quanti si sono battuti in questi due anni contro i crimini sionisti. Trump, e prima di lui Biden, è totalmente complice del genocidio e avrebbe potuto fermare Netanyahu in qualsiasi momento semplicemente decidendo lo stop al trasferimento di armi al suo regime, stimate da un recentissimo studio in oltre 30 miliardi di dollari solo dal 7 ottobre 2023. Se la Casa Bianca ha scelto ora di muoversi per incidere finalmente sugli eventi di Gaza non è per amore della pace, ma per opportunità politica e strategica, ma ciò non cambia di una virgola le responsabilità degli Stati Uniti, né dei loro alleati in Europa e tra i regimi arabi.
Da sottolineare è anche la posizione presa da questi ultimi, affrettatisi ad appoggiare la proposta Trump nonostante i cambiamenti apportati su richiesta di Netanyahu rispetto al formato stabilito dopo gli incontri avvenuti a margine della recente Assemblea Generale dell’ONU. È abbastanza chiara e comprensibile la volontà di paesi come Egitto, Arabia Saudita o Giordania di stabilizzare la situazione in Palestina, dal momento che le azioni israeliane stavano creando pressioni insostenibili. A questi regimi serviva in fretta una via d’uscita per salvaguardare i rapporti economici, energetici, diplomatici e militari che hanno – più o meno formalmente – con lo stato ebraico, oltre che con gli Stati Uniti, ma allo stesso tempo devono rispondere alle richieste di popolazioni totalmente allineate alla causa palestinese.
Il meccanismo scelto dalla Casa Bianca è in ogni caso profondamente iniquo, quanto meno nella forma per ora nota, ed è tutt’altro che certo che possa tenere o progredire verso le fasi successive. Uno speciale organo dal carattere marcatamente neo-coloniale, presieduto tra gli altri dallo stesso Trump e nientemeno che dal criminale di guerra ed ex premier britannico Tony Blair, dovrebbe ad esempio presiedere al governo della striscia. In un secondo momento, il controllo dovrebbe passare all’Autorità Palestinese, ma solo dopo un processo di “riforma” interno che faccia in modo in sostanza che questo organo non includa elementi minimamente ostili a Israele.
Il futuro di Hamas è inoltre tutto da stabilire. La proposta Trump prevede il disarmo e l’esilio dei suoi leader o la possibilità di rimanere a Gaza se dovessero rinunciare alla lotta armata. Hamas intende accettare invece la consegna delle proprie armi solo nel quadro di un progetto statale sovrano con pieni poteri in materia di sicurezza. La stessa creazione di uno stato palestinese, infine, è presente nel testo per ora conosciuto solo come vaga aspirazione futura, prefigurando altri negoziati senza prospettiva per lasciare, nel concreto, piena discrezionalità allo stato ebraico sulle sorti del popolo palestinese.

