Gaza, la farsa della “Fase 2”
L’amministrazione Trump ha annunciato nei giorni scorso l’avvio della cosiddetta “Fase 2” dell’accordo su Gaza, presentandola come il passaggio dalla tregua alla stabilizzazione. Essa dovrebbe in teoria includere: smilitarizzazione della striscia, governance tecnocratica, ricostruzione e supervisione internazionale affidata al nuovo Consiglio di Pace (“Board of Peace”). Nella narrazione ufficiale, il lancio di questa fase dovrebbe certificare un miglioramento della situazione sul terreno e l’avvio di un processo politico capace di archiviare la guerra, nonostante il mancato rispetto del cessate il fuoco da parte del regime di Netanyahu, per non parlare dell’ingresso degli aiuti umanitari autorizzati con il contagocce. A fare da contrappunto a questo quadro, che nella versione ufficiale di Washington appare più che rassicurante, emergono anche indiscrezioni sempre più insistenti secondo cui Israele starebbe preparando una nuova offensiva militare su larga scala, finalizzata all’occupazione totale della striscia di Gaza.
La retorica di Washington dipinge la “Fase 2” del piano Trump come la naturale prosecuzione di un percorso già avviato con successo, ma il divario tra dichiarazioni ufficiali e realtà sul terreno è difficile da occultare. Il cessate il fuoco continua a essere violato quotidianamente, con attacchi israeliani che proseguono sotto traccia e un bilancio di vittime palestinesi che smentisce qualsiasi pretesa di stabilizzazione. Anche sul fronte umanitario, i proclami su un afflusso “storico” di aiuti si infrangono contro i numeri reali: l’ingresso dei convogli resta largamente inferiore a quanto concordato, mentre non esiste alcun segnale di un ritiro israeliano né di una reale fine dell’assedio. In questo quadro, l’annuncio della “Fase 2” appare più come un’operazione di comunicazione che come la ratifica di risultati raggiunti.
Al centro di questa architettura dovrebbe collocarsi il già citato “Board of Peace”, un organismo internazionale a guida statunitense affiancato dalla Commissione Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (“National Committee for the Administration of Gaza” o NCAG), costituito da un gruppo di tecnocrati palestinesi incaricati della gestione quotidiana della striscia. Nella teoria, si tratterebbe di una soluzione pragmatica e temporanea; nella pratica, la sua creazione si è rivelata accidentata e fragilissima. Washington ha faticato a reclutare governi disposti a esporsi, ha fissato il prezzo di un miliardo di dollari per prendervi parte e ha messo insieme un gruppo di “esperti” che suscita diffidenze trasversali, dal mondo arabo agli stessi alleati occidentali. Il risultato è un impianto istituzionale privo di legittimità popolare, dipendente dagli equilibri geopolitici e incapace di operare in assenza di un cambiamento reale delle condizioni militari sul terreno.
Anche sul fronte palestinese, le aspettative americane si scontrano con una realtà ben diversa. Hamas non ha mai aderito al piano Trump e continua a rivendicare come base minima un cessate il fuoco reale, la fine dell’assedio e l’avvio di una ricostruzione sotto supervisione internazionale autenticamente neutrale. Il movimento di liberazione ha ribadito la disponibilità a farsi da parte nella gestione civile di Gaza, ma rifiuta l’idea di una resa unilaterale e di una governance imposta mentre l’occupazione e le operazioni militari proseguono. A complicare ulteriormente il quadro c’è poi la posizione di Netanyahu, che ha già preso le distanze dagli organismi appena annunciati, segnalando che neppure Tel Aviv considera questi strumenti compatibili con la propria strategia. Così, mentre Washington parla di transizione e pace, sul campo restano solo macerie, blocchi e una guerra che non accenna a finire.
La composizione degli organismi lanciati con la “Fase 2” rafforza dunque l’impressione che più che di un percorso verso l’autodeterminazione palestinese si tratti di una riedizione aggiornata di un’amministrazione coloniale. Il “Board of Peace” e il suo braccio operativo sono dominati da figure legate a doppio filo agli apparati politici, economici e militari che hanno sostenuto e finanziato la distruzione di Gaza: ex capi di governo occidentali, emissari personali di Trump, esponenti dell’establishment finanziario e diplomatico statunitense. L’assenza di una rappresentanza palestinese reale e autonoma non è un dettaglio, ma l’elemento qualificante di un impianto che concentra il potere decisionale fuori dal territorio e affida la “ricostruzione” agli stessi attori responsabili del collasso umanitario. In questo senso, “Board” e comitati tecnocratici sono tutto fuorché strumenti di transizione, quanto piuttosto organi appositamente creati per garantire la prosecuzione dell’occupazione e del controllo militare israeliano.
Entrando nel dettaglio, la lista dei componenti chiarisce ulteriormente la natura politica dell’operazione. Alla guida del “Board of Peace” c’è Donald Trump in persona, affiancato dal suo inviato speciale Steve Witkoff. Accanto a lui compare Jared Kushner, genero del presidente e coinvolto direttamente nei piani orwelliani di investimenti e valorizzazione immobiliare nella striscia. La presenza di Tony Blair, ex primo ministro britannico e criminale di guerra a piede libero, rimanda poi in maniera inquietante alle pratiche dell’esportazione della democrazia e della gestione post-bellica dall’esterno, già tragicamente sperimentate da altri paesi mediorientali, a cominciare dall’Iraq. Completa il quadro Marco Rubio, segretario di Stato e falco di lungo corso, sostenitore della linea israeliana più dura, contrario a qualsiasi cessate il fuoco strutturale e promotore di politiche di massima pressione e cambio di regime nella regione.
A questi si aggiungono figure che rafforzano l’impronta finanziaria e privatistica del progetto: Marc Rowan, numero uno del fondo Apollo Global Management e finanziatore filo-israeliano della politica USA; Ajay Banga, presidente della Banca Mondiale, espressione di un approccio che privilegia la “ricostruzione” come occasione di investimento per il capitale privato; Robert Gabriel, vice consigliere per la sicurezza nazionale USA e già uomo di fiducia del consigliere fascista del presidente, Stephen Miller. Sul versante operativo, il “National Committee for the Administration of Gaza” (NCAG) viene presentato come un organismo di tecnocrati palestinesi, ma è sottoposto alla supervisione diretta dell’entità presieduta da Trump e privato di qualsiasi reale autonomia, mentre Israele mantiene il controllo militare e continua a ostacolare l’accesso di personale e risorse. Nel loro insieme, nomi e profili delineano un assetto in cui la gestione di Gaza viene affidata a uomini simbolo di guerre, speculazione e ingerenza, confermando che la “Fase 2” non rappresenta una rottura con il passato, ma la sua normalizzazione sotto nuove etichette.
La presa di distanza di Netanyahu dagli organismi appena annunciati da Washington rientra in ogni caso più nella gestione delle apparenze che in un reale conflitto politico con l’amministrazione Trump. Come ha rivelato il quotidiano israeliano “liberal” Haaretz, il duro comunicato dell’ufficio del primo ministro israeliano contro l’organo di supervisione strategica previsto dal piano Trump sarebbe stato in larga misura “per lo spettacolo”, utile a ribadire pubblicamente la centralità di Tel Aviv mentre, dietro le quinte, il governo israeliano era già a conoscenza dei piani e ne condivideva l’impianto generale. Le irritazioni israeliane riguardano soprattutto dettagli tattici e la composizione di alcuni organismi, non la sostanza di un accordo che lascia a Israele il controllo militare e svuota qualsiasi prospettiva di reale autodeterminazione palestinese. In questo senso, al di là di qualche scaramuccia verbale, l’allineamento tra Stati Uniti e Israele resta pressoché totale: la “Fase 2” asseconda in larga misura gli interessi strategici del governo Netanyahu, visto che offre una copertura politica e “diplomatica” a una gestione coloniale di Gaza che procede in parallelo alla prosecuzione della guerra e dell’occupazione.
Un altro elemento chiave del piano Trump, progressivamente scomparso dal discorso ufficiale, è quello della Forza di interposizione o stabilizzazione (ISF) che dovrebbe o avrebbe dovuto garantire la sicurezza durante la transizione post-bellica a Gaza. Non a caso, Witkoff non ne ha fatto alcun cenno nel recente annuncio della “Fase 2”, un silenzio che segnala l’impasse ormai evidente su questo fronte. La creazione dell’ISF si è infatti scontrata con ostacoli enormi: nessun paese è disposto a inviare truppe in una striscia ancora bombardata quotidianamente da Israele e senza un vero cessate il fuoco; ancor meno governi sono disponibili ad assumersi il compito, politicamente e militarmente suicida, di disarmare Hamas là dove le forze di occupazione hanno fallito dopo questi anni di guerra genocida. Le stesse valutazioni israeliane riportate dalla stampa riconoscono che una forza internazionale sarebbe al massimo simbolica finché la realtà sul terreno non viene “modificata” attraverso una nuova offensiva. In altre parole, l’ISF resta un tassello propagandistico del piano, evocato per dare una parvenza multilaterale all’operazione ma di fatto impraticabile e per questo accantonato nel momento in cui Washington prova a spacciare per avanzamento una “Fase 2” che esiste solo sulla carta.
Come accennato all’inizio, mentre Washington insiste nel promuovere la stabilizzazione, a Tel Aviv si ragiona già apertamente su un nuovo ciclo di guerra. Secondo quanto riportato da Palestine Chronicle sulla base di fonti della stampa israeliana, l’esercito ha messo a punto i piani per una campagna militare su larga scala finalizzata all’occupazione totale della striscia di Gaza, presentata internamente come condizione preliminare per qualsiasi nuovo assetto politico futuro. L’idea di una governance civile, di un’amministrazione tecnocratica o di una presenza internazionale viene giudicata impraticabile senza aver prima “cambiato la realtà sul terreno”, ovvero senza aver smantellato con la forza ogni residua capacità di controllo di Hamas.
È in questo quadro che il piano Trump rivela la sua funzione reale: non un’alternativa alla guerra, ma un dispositivo complementare, utile a normalizzare diplomaticamente ciò che resta un progetto di occupazione permanente. La distanza tra la retorica di pace e la pianificazione militare è ormai talmente evidente da svuotare di senso l’intero impianto negoziale: dietro espressioni come “ricostruzione” e “stabilità”, continua a imporsi la logica coloniale del fatto compiuto. E finché sarà questa a dettare l’agenda, ogni “fase” annunciata da Washington non sarà altro che l’anticamera della prossima devastazione.

