Europa: guerra e paranoia
Negli ultimi mesi, una parte consistente del dibattito sulla sicurezza in Europa sembra essersi spostata dal terreno dei fatti verificabili a quello delle percezioni, delle ipotesi e – sempre più spesso – delle paure. Mentre la guerra in Ucraina volge a sfavore di Kiev e le prospettive di una soluzione diplomatica cominciano seriamente a farsi strada, molti governi occidentali, che devono giustificare anni di investimenti politici, economici e militari, stanno promuovendo una narrativa allarmista secondo cui la Russia starebbe conducendo una vasta campagna di “attacchi ibridi” contro i paesi NATO. Su questa base, diversi governi e i vertici dell’Alleanza hanno iniziato a evocare misure di ritorsione, fino a includere l’ipotesi – definita paradossalmente “difensiva” – di attacchi preventivi contro Mosca. Una scelta retorica che, più che aumentare la sicurezza del continente, rischia di alimentare tensioni e far precipitare il continente in una guerra disastrosa che nessuno, a parte una classe dirigente dissennata, sembra evidentemente volere.
Il problema principale è che molte delle presunte “aggressioni ibride” imputate alla Russia non reggono a un minimo esame empirico. Le accuse spaziano da droni “misteriosi” avvistati nei cieli europei, a episodi di disturbo GPS, fino a presunte incursioni aeree o navali. Tuttavia, molte di queste storie, amplificate da dichiarazioni politiche o titoli sensazionalistici, si dissolvono quando affrontate con rigore e al netto della propaganda. In più occasioni, leader di governo e funzionari di alto livello hanno attribuito a Mosca la responsabilità di episodi che poi si sono rivelati soltanto malintesi, guasti tecnici, normali attività di volo o semplici errori di percezione. Addirittura, in alcuni casi le presunte prove dell’accaduto sono state smentite dagli stessi corpi di polizia nazionali o da verifiche indipendenti, mostrando quanto sottile sia la linea tra una reale minaccia e un’allerta costruita a tavolino.
In questo clima, hanno fatto scalpore anche le recenti dichiarazioni dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato Militare della NATO, il quale ha sostenuto che perfino un “attacco preventivo” contro la Russia potrebbe essere considerato una “azione difensiva”. Un’affermazione che riecheggia più il linguaggio orwelliano che quello della prudenza strategica: colpire per difendersi, attaccare per prevenire, essere “più aggressivi” dell’avversario per garantire la pace. Dichiarazioni che non tengono conto né dell’assenza di prove concrete sugli attacchi attribuiti a Mosca, né del rischio enorme di escalation che un simile cambio di dottrina comporterebbe. In altre parole, la tentazione di ridefinire la deterrenza in chiave offensiva rivela più ambizioni politiche e pressioni interne all’Alleanza che una reale minaccia imminente.
È in questo contesto che si inserisce l’indagine della testata olandese Trouw che riportiamo più sotto nella traduzione in italiano. L’articolo analizza oltre sessanta incidenti con droni in undici paesi europei, giungendo a una conclusione netta: nel vasto mare di allarmi e sospetti, le prove concrete di un coinvolgimento russo sono pressoché inesistenti. L’inchiesta mostra come la maggior parte degli episodi sia frutto di confusione, errate interpretazioni, fenomeni naturali, attività lecite o semplici falsi allarmi. In altre parole, l’articolo che segue conferma quanto il dibattito europeo sulle “minacce ibride” sia quasi sempre alimentato più dalla predisposizione alla paranoia, nonché dalla volontà di impedire una soluzione pacifica della guerra in Ucraina, che da una reale aggressione da parte russa. E solleva una domanda cruciale: quanto è saggio per l’Europa parlare di “attacchi preventivi” contro una potenza nucleare sulla base di episodi che, nella maggior parte dei casi, non si sono nemmeno verificati?
Incidenti con droni in Europa: tanta paura, poche prove
Continue segnalazioni di droni stanno paralizzando aeroporti in tutta Europa e alimentando un clima di inquietudine. Trouw ha analizzato una sessantina di episodi: ne emerge un quadro fatto soprattutto di confusione, falsi allarmi ricorrenti e pochissime evidenze concrete di un coinvolgimento russo.
di Stefan Keukenkamp
“Immagini esclusive mostrano un enorme drone sopra l’aeroporto di Zaventem”. Un video inquietante con questo titolo è apparso all’inizio del mese di novembre sul sito del quotidiano belga Het Laatste Nieuws, dopo che nella serata del 4 novembre il traffico del principale scalo del paese era stato sospeso due volte in seguito a segnalazioni della presenza di droni.
Nel filmato si vede un oggetto volante con luci intermittenti. Anche alcuni media olandesi hanno rilanciato lo stesso video. L’allarme era stato lanciato con particolare enfasi, complice un’ondata di avvistamenti attorno ad aeroporti e installazioni militari che in quel periodo stava interessando il Belgio.
Ma due settimane più tardi si è scoperto che l’oggetto ripreso non era affatto un drone. Come ha ricostruito un’inchiesta della [rete pubblica fiamminga] VRT, si trattava invece di un elicottero della polizia. Anche i video di altri due presunti “incidenti con droni” nei pressi di basi militari belghe, nei giorni successivi, si sono rivelati infondati: gli addetti alla verifica dei fatti hanno concluso che si trattava, rispettivamente, ancora di un elicottero della polizia e di un aereo cargo DHL in fase di atterraggio.
Droni ovunque in Europa
Le immagini provenienti dal Belgio sono emblematiche della psicosi che accompagna da mesi la serie di segnalazioni di droni in tutta Europa. Avvistamenti che bloccano per ore gli aeroporti e generano allarme attorno a porti, basi militari e altre infrastrutture critiche.
Ma la domanda resta: erano davvero droni? E cosa hanno effettivamente portato alla luce le indagini di polizia sui numerosi incidenti?
Trouw, con il supporto della piattaforma Dronewatch, ha mappato una sessantina di incidenti con droni in undici paesi europei avvenuti negli ultimi tre mesi. La conclusione è chiara: regnano confusione e incertezza, con numerosi falsi allarmi. Per quanto riguarda il coinvolgimento russo – ipotesi rilanciata da alcune autorità e da vari esperti – nella quasi totalità dei casi non è emersa alcuna prova concreta.
In circa quaranta episodi l’origine dell’avvistamento è tuttora sconosciuta oppure non è stato trovato alcun elemento che confermasse la presenza di un drone nello spazio aereo. È il caso, ad esempio, di Oslo, dove alla fine di settembre le segnalazioni hanno bloccato il traffico aereo, lasciando a terra migliaia di passeggeri: la polizia, però, non ha rilevato alcuna traccia di droni. Lo stesso è accaduto all’aeroporto svedese di Göteborg all’inizio di novembre.
In almeno quattordici casi, invece, si è poi scoperto che si trattava di tutt’altro. In Belgio alcuni cittadini hanno scambiato piccoli aerei ed elicotteri per droni, mentre gli oggetti avvistati nella regione olandese di Zuid-Limburg e nella città di Billund, in Danimarca, erano semplicemente stelle. La polizia norvegese ha concluso che il presunto “drone” individuato in un’altra occasione nei pressi di una piattaforma petrolifera nel Mare del Nord era con ogni probabilità una nave.
In diversi episodi è stato accertato che i voli erano da ricondurre alle attività di un semplice appassionato o, in seguito, si è scoperto che si trattava di un turista. A Varsavia, dove un drone ha sorvolato edifici governativi, la polizia polacca ha arrestato un cittadino ucraino e una ragazza bielorussa di 17 anni. Non è emersa però alcuna prova di attività di spionaggio.
Il nodo del coinvolgimento russo
Autorità e analisti, soprattutto in Danimarca, Belgio e Germania, hanno spesso evocato il possibile ruolo di “un attore statale”, identificato in particolare nella Russia. Il tutto senza attendere gli esiti delle indagini di polizia.
Secondo una linea interpretativa molto diffusa, operazioni di spionaggio o di destabilizzazione condotte con piccoli velivoli senza pilota rientrerebbero nelle tattiche della guerra ibrida russa. Mosca, ipotizzano alcuni, potrebbe servirsi di complici in Europa per far decollare droni leggeri oppure lanciare gli apparecchi da navi in transito.
Ma l’analisi dei sessanta incidenti mostra che prove solide di un coinvolgimento russo sono quasi inesistenti. Fanno eccezione alcuni episodi in Polonia, Romania e Moldavia, dove negli ultimi mesi droni russi sono effettivamente entrati nello spazio aereo nazionale [a causa di errori di manovra o “jamming” delle forze di difesa locali]: in diversi casi sono stati recuperati frammenti dei velivoli e, in Polonia, caccia F-35 olandesi hanno abbattuto droni russi.
Attacco o semplice traffico aereo?
Sebbene non esistano prove concrete, la premier danese Mette Frederiksen ha parlato, poche ore dopo le segnalazioni di droni nei pressi dell’aeroporto di Copenaghen alla fine di settembre, di “un attacco alle infrastrutture critiche” del suo paese. Ma ancora oggi non è chiaro se ciò che è stato avvistato a Copenaghen fossero davvero droni. Una ricostruzione dell’emittente TV2 ha mostrato che molte segnalazioni erano riconducibili al normale traffico aereo.
“Il nostro sospetto è che la Russia sia dietro la maggior parte di questi voli di droni”, ha dichiarato il cancelliere tedesco Friedrich Merz dopo alcuni episodi all’aeroporto di Monaco all’inizio di ottobre, senza però presentare una sola prova di ciò. Anche il Belgio ha evocato una possibile pista russa, parlando di piloti “professionali” che volavano “in formazione”, benché anche abili hobbisti siano perfettamente in grado di farlo.
La mancanza di sistemi di rilevamento
Le autorità olandesi, dopo gli episodi del fine settimana scorso preso la base aerea di Volkel e all’aeroporto di Eindhoven, mantengono un approccio prudente. Secondo il ministero della Difesa sarebbero stati “impiegati sistemi d’arma”, anche se nessun oggetto è stato abbattuto.
La Koninklijke Marechaussee [Polizia militare olandese] sostiene che siano stati effettivamente osservati dei droni, ma un portavoce precisa che “al momento non ci sono motivi di panico”. Per ora sembra trattarsi di droni privati o amatoriali, di origine incerta. Il portavoce aggiunge che nell’ultimo periodo le segnalazioni sono numerosissime, ma non sempre riguardano droni veri e propri: “Una delle cause può essere certamente l’attenzione mediatica”.
Il ministro della Difesa Ruben Brekelmans ha dichiarato alcuni giorni fa che le indagini sono ancora in corso, ma ha invitato alla cautela. Le inchieste svolte in Danimarca, Norvegia, Belgio e Germania sugli incidenti con droni, ha ricordato, “non hanno restituito un quadro particolarmente chiaro”.
In molte aree le autorità sono praticamente cieche di fronte ai droni e devono affidarsi a segnalazioni umane, spesso poco affidabili. Per questo gli esperti insistono sulla necessità di sistemi efficaci di “drone detection”, il rilevamento elettronico dei velivoli senza pilota. In Belgio, l’installazione di nuove apparecchiature sembra avere avuto effetto: nelle ultime settimane la situazione è tornata alla tranquillità, proprio dopo il potenziamento delle capacità di rilevamento.
Un miglioramento che potrebbe significare che eventuali malintenzionati siano stati scoraggiati, ma che, con la stessa probabilità, suggerisce come molte delle segnalazioni allarmistiche precedenti forse non fossero poi così fondate.

