Davos e la fine dell’illusione atlantica
L’intervento di Donald Trump mercoledì a Davos ha frenato solo in apparenza l’escalation dello scontro tra Stati Uniti ed Europa attorno alla questione della Groenlandia. I media ufficiali hanno potuto titolare di un accordo finalmente sul tavolo, i mercati si sono parzialmente ripresi, mentre i politici da questa parte dell’Atlantico si sono complimentati tra loro per il momentaneo “successo” nella gestione dei capricci dell’inquilino della Casa Bianca. Dietro le apparenze resta però una profonda diffidenza verso il presidente americano e la netta sensazione che le fondamenta dell’alleanza transatlantica abbiano iniziato a cedere in maniera irreparabile. Che il presunto accordo sul territorio danese, mediato dall’ineffabile segretario della NATO Mark Rutte, vada in porto o meno, il prossimo futuro difficilmente vedrà un ritorno alla normalità nei rapporti tra USA ed Europa. Nelle dichiarazioni informali, i leader di quest’ultima sembrano infatti essere già preparati al peggio, anche se ben lontani dal programmare un percorso autonomo e sovrano che garantisca realmente gli interessi del vecchio continente.
Le mire americane sulla Groenlandia hanno dominato il vertice annuale del World Economic Forum (WEF) nel “resort” svizzero. Le paure tra i partecipanti erano tali che il solo impegno espresso da Trump di non ricorrere alla forza nell’appropriarsi del territorio artico sotto la sovranità danese ha fatto tirare un sospiro di sollievo generale. Quando poi l’ex premier olandese ha annunciato di avere concordato con Trump una bozza di accordo su cui le parti interessate dovranno negoziare per risolvere la crisi, il copione ha come previsto offerto il passo indietro dello stesso presidente sulla minaccia di imporre dazi dal primo febbraio agli otto paesi europei (Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Norvegia, Olanda, Svezia) che nei giorni scorsi avevano inviato sparuti contingenti militari in Groenlandia.
La svolta imprevista inscenata dalla Casa Bianca a Davos è stata un classico trumpiano in questo secondo mandato. Ovvero, un provvedimento minacciato mette in subbuglio Wall Street, gli indici di borsa crollano, il dollaro perde terreno, gli ambienti “moderati” del Partito Repubblicano lanciano allarmi. Risultato: Trump annusa l’esplosione di una crisi difficilmente contenibile, sceglie una versione che gli permetta di salvare la faccia e fa retromarcia. I problemi di fondo, tuttavia, restano irrisolti. Dall’altro lato, in Europa lo stimolo a trovare un’intesa temporanea è partito dalla necessità di tenere Washington a bordo del treno ucraino, da tempo su un binario morto, ma da cui Bruxelles non intende scendere. Da qui l’intervento di Rutte che, per non lasciare nulla di inspiegato, mercoledì ha chiarito che la disputa groenlandese deve essere fronteggiata “in modo amichevole” perché la priorità assoluta dell’alleanza “resta l’Ucraina”.
Il problema per i russofobi europei è che l’Ucraina non è più una priorità per Trump. Teatro a parte, l’urgenza del presidente americano resta il consolidamento delle posizioni dell’impero in declino nell’emisfero occidentale e, nello specifico, nella regione artica. In molti, soprattutto in Danimarca, lo hanno intuito facilmente e varie dichiarazioni di politici di questo paese hanno lasciato intendere che l’accordo celebrato da Rutte a Davos è probabilmente solo aria fritta. Del contenuto esatto di questo documento, se pure esso esista, non è dato al momento sapere. Alcune testate occidentali hanno proposto versioni sommarie che lasciano aperti non pochi interrogativi.
Il sito americano Axios ha scritto che la bozza di intesa prevede che Copenhagen conservi la sovranità sulla Groenlandia, assieme a una revisione dell’accordo sulla sicurezza stipulato tra USA e Danimarca nel 1951, che già prevede la presenza militare americana sul campo. Per il britannico Telegraph, Washington avrà facoltà di costruire nuove basi in Groenlandia e sulle aree in cui esse sorgeranno ci sarà piena sovranità americana, sul modello di quanto stabilito tra Gran Bretagna e Cipro nell’isola del Mediterraneo. Gli Stati Uniti, inoltre, potranno avviare progetti estrattivi di terre rare senza necessità di permesso delle autorità locali o di quelle del governo centrale danese. Sempre per Axios, infine, c’è la possibilità per gli USA di estendere l’improbabile sistema difensivo anti-missile “Golden Dome” fantasticato da Trump al territorio groenlandese, a conferma dell’utilità dell’isola nell’ottica di una futura guerra totale con Russia e/o Cina.
Come già anticipato, leader e politici di vari schieramenti in Danimarca sono apparsi decisamente meno entusiasti dell’iniziativa di Rutte. Il ministro degli Esteri, Lars Løkke Rasmussen, reduce da una visita shock settimana scorsa a Washington, ha apprezzato la promessa di Trump di non invadere militarmente la Groenlandia, ma ha ammesso allo stesso tempo che ciò “non fa sparire il problema”. In una conferenza stampa organizzata giovedì, la premier danese Mette Frederiksen, ha negato che Rutte avesse un qualche mandato per trattare con Trump sulla Groenlandia, per poi chiarire che qualsiasi discussione con la Casa Bianca su questo argomento verterà esclusivamente su questioni di “sicurezza” e non di sovranità o controllo del territorio.
La deputata danese Sascha Faxe, in un’intervista a Sky News, è stata ancora più esplicita, definendo l’accordo Trump-Rutte “irreale”, a suo dire piuttosto soltanto il risultato di “una conversazione” tra i due. Rutte, infatti, parlando successivamente alla stampa ha spiegato che la questione della sovranità danese sulla Groenlandia non è stata affrontata nel suo colloquio con Trump. Non è quindi per nulla chiaro quello che il presidente americano si aspetti dalle trattative che egli stesso ha in pratica ordinato al governo di Copenhagen di avviare nel più breve tempo possibile.
L’evoluzione del caso Groenlandia e il discorso di oltre un’ora di Trump a Davos hanno in ogni caso mandato messaggi a dir poco contrastanti a un’Europa che, nonostante il rischio per ora sventato di un intervento militare USA nell’isola artica, è stata comunque attaccata di nuovo pesantemente dall’inquilino della Casa Bianca. Un articolo pubblicato mercoledì dalla testata on-line Politico ha citato vari diplomatici europei in forma anonima che hanno espresso il senso di sfiducia che circola da questa parte dell’Atlantico per il futuro dei rapporti con Washington. Uno di questi, in riferimento al presunto accordo sul tavolo per la Groenlandia, ha spiegato che “le promesse e le dichiarazioni di Trump sono inaffidabili, ma il suo disprezzo per l’Europa è indiscutibile”.
Dalle analisi e dagli interventi di personalità politiche dopo l’apparizione di Trump a Davos in questi giorni emergono recriminazioni e vaghe auto-critiche per la chiarissima tendenza europea a ricorrere alla tattica del “appeasement” per placare le ire o soddisfare le richieste del padrone americano. L’istinto di vassallaggio dei “leader” europei da un anno a questa parte ha causato un fallimento dopo l’altro, producendo una situazione di grave crisi economica, strategica e di legittimità politica. L’Europa si è ritrovata ad esempio a non avere vie d’uscita in Ucraina, ma anche ad accettare il suicidio della dipendenza energetica e degli approvvigionamenti militari dagli USA o, ancora, l’imposizione di dazi significativi al proprio export per evitare una quota ancora superiore minacciata da Trump, senza ottenere virtualmente nulla in cambio.
Anche sulla Groenlandia prevale l’impulso a offrire incentivi al presidente americano, affinché torni alla ragione e accetti di risolvere la questione in modo da salvaguardare lo status quo sull’isola e la compattezza dell’Alleanza Atlantica. Il senso di inutilità di questi sforzi si è però fatto spazio nelle ultime settimane fino a sfociare a Davos nella messa in piazza di una crisi ormai strutturale dei rapporti tra alleati. Il fatto che siano circolati, prima del discorso di Trump al WEF, ipotesi radicali in risposta alle minacce di occupare la Groenlandia la dice lunga sulle tensioni che sempre più difficilmente possono essere nascoste. Una di esse è il ricorso al “bazooka” del pacchetto di contro-dazi da 93 miliardi di euro sulle importazioni americane, che era già stato agitato l’anno scorso, prima di venire ritirato, nel pieno della guerra commerciale con gli USA. Fuori dai circuiti ufficiali si inizia a discutere anche dell’ipotetica liquidazione da parte dei paesi europei del debito pubblico americano, che ammonta a qualcosa come ottomila miliardi di dollari, pari quasi al doppio di quello detenuto da tutto il resto del mondo.
Più in generale, Davos 2026 sembra avere segnato un punto di svolta nella presa di coscienza anche pubblica, oltre che della crisi dei rapporti transatlantici, della disintegrazione dell’ordine post-bellico basato sulla retorica del diritto e della democrazia e sulla comunità di intenti tra la potenza dominante – gli Stati Uniti – e i suoi alleati occidentali. Nel suo discorso al WEF, il presidente francese Macron ha ad esempio attaccato apertamente Trump accusandolo di attuare una strategia per “indebolire e sottomettere l’Europa”, ma è stato il primo ministro canadese, Mark Carney, a dare un affondo a dir poco clamoroso.
Reduce da una trasferta simbolicamente di estremo rilievo in Cina, Carney ha distrutto la maschera di un “ordine internazionale basato su regole”, dietro a cui si è nascosta dal secondo dopoguerra l’egemonia occidentale, definito niente meno che una “menzogna”, ancorché, a suo dire, “parziale”. Le norme del diritto internazionale, ha aggiunto il premier canadese, non sono state applicate ai più forti quando andavano contro gli interessi di questi ultimi, così come “le regole del commercio” internazionale sono state adottate “in maniera asimmetrica”. Tutto ciò era accettabile fino a quando a farne le spese erano soggetti deboli e fuori dall’orbita occidentale, ma quando la potenza dominante, ovvero Washington, piega le regole andando contro i suoi vassalli, il sistema non è più sostenibile.
Per Carney il periodo che stiamo attraversando non è di “transizione” ma di “rottura”. L’abbandono anche formalmente del diritto e dei valori democratici per legittimare la regola del più forte comporta rischi mortali anche per “medie potenze” come il Canada, che, di conseguenza, non possono più accettare di rimanere in un sistema che è diventato o minaccia di diventare pura subordinazione. Da qui la necessità di diversificare le proprie opzioni, di “ricostruire la sovranità” in precedenza basata sul diritto, mentre ora sempre più “dipendente dalla capacità di resistere alle pressioni”.
Le parole di Carney ratificano dunque il passaggio all’era dello scontro tra grandi potenze al di fuori di regole, diritto e democrazia. E lo fa non prendendo atto dei crimini e delle prevaricazioni di cui l’Occidente – incluso il suo paese – si è macchiato negli ultimi otto decenni, ma sotto le pressioni di un governo americano che da tempo ha iniziato a disinteressarsi degli alleati, se non a minacciarli apertamente, per perseguire i propri obiettivi strategici in un clima internazionale esplosivo e ultra-competitivo. L’obiettivo sulla Groenlandia, così come sullo stesso Canada, è per Trump non solo l’espressione di una personalità egomaniaca, ma parte di un impulso che punta a riorganizzare tutto il continente americano sotto il controllo di Washington in preparazione di una guerra contro i nemici che minacciano l’egemonia USA, a cominciare dalla Cina.
Qualsiasi altro fattore, inclusa la tenuta della NATO e le relazioni con l’Europa, viene subordinato a questa priorità. Al resto del mondo non resta che sottomettersi o cercare altre strade, come suggerisce Mark Carney. Che gli inetti leader europei abbiano la volontà o le capacità di farlo è tuttavia molto dubbio e, in ogni caso, l’opzione che accarezzano resta aggrappata tragicamente alla militarizzazione e alla ricerca di nuove aggregazioni per partecipare anch’essi all’accaparramento e alla spartizione di mercati e risorse globali. Un’opzione che esclude gli interessi dei popoli e che rischia di portare il pianeta dritto verso una nuova fatale conflagrazione bellica in un futuro che sembra avvicinarsi ormai a grandi passi.

