CPT, GUANTANAMO D’ITALIA
di Giovanna Pavani

Mohamed Aloui, tunisino, è morto a 33 anni nel Cpt di via Enrico Mattei
a Bologna per una probabile overdose da farmaci antiepilettici, nonostante lui
non fosse affatto epilettico. Una storia complicata la sua: scarcerato da Isernia,
dove era stato recluso per una serie di reati legati allo spaccio di stupefacenti,
era approdato in Emilia dopo un passaggio da Roma, dove l’avevano classificato
come "pericoloso" e dunque sottoposto ad una cura farmacologia per
farlo stare tranquillo: l’antiepilettico, insomma, gli veniva somministrato
come sedativo e su questo, come su un’altra serie di faccende, la procura di
Bologna vuole capire il perchè. A partire da un interrogativo in particolare:
perché Daniele Giovanardi, gemello del più noto ex ministro dell’Udc
Carlo, presidente della Confraternita della Misericordia che gestisce il centro,
ha parlato subito di possibile morte per overdose da eroina, visto che di droga
vera non ne è stata trovata traccia? Niente male per il centro considerato
il fiore all’occhiello della "gestione umanitaria" dei Cpt: per scaricarsi
la coscienza, ogni menzogna è lecita.
La morte di Mohamed, di per sé un fatto di cronaca marginale se fosse
successo in un altro momento e non nel pieno dell’estate calda degli sbarchi
clandestini, grazie anche alle reazioni scomposte di qualche parente nobile
di figure di spicco della Cdl, ha avuto il grottesco pregio di costringere il
governo a riaprire il sinistro fascicolo del "cosa farne" dei centri
di permanenza temporanea per immigrati, nati con la Turco-Napolitano nel ’98
e trasformati in lager dall’inasprimento della legge sull’immigrazione Bossi-Fini.
Adesso l’unica cosa certa è che si vorrebbero chiudere. Solo che non
si sa da che parte cominciare, né dove trovare i numeri parlamentari
per farlo. Il fatto è che nei Cpt muore più gente che nelle patrie
galere; le condizioni igieniche non sono garantite causa il sovraffollamento,
i diritti umani spesso violati, ma gli immigrati di troppo non possono neppure
essere buttati fuori perché la Bossi-Fini impone che stiano lì
dentro. E se si è arrivati a questo punto di manifesta ingestibilità
delle strutture, è perché quella legge è stata fatta apposta
perché nessuno possa di fatto entrare regolarmente in Italia. Se ci riesce,
poi non può più uscire dal Cpt. Una trappola disumana fermamente
voluta dal centrodestra per snaturare il ruolo che la Turco-Napolitano assegnava
ai centri, ovvero quello di prestare accoglienza agli immigrati per quei
due, tre giorni in attesa dell’espulsione. Con la Bossi-Fini si è voluta
disinnescare l’eventualità che ci riprovassero: i Cpt sono diventate
galere, ma non c’è nessun indulto possibile che possa svuotare strutture
piene di gente che non ha commesso alcun reato.
Già un anno fa, sempre in estate e sempre sotto lo stress degli sbarchi
lampedusani, l’esistenza dei Cpt era stata messa sotto accusa dal governatore
delle Puglie, Nichi Vendola. E di lì a poco l’argomento ha trovato cittadinanza
nel programma dell’Unione, dove si parla esplicitamente del "superamento"
dell’attuale politica dell’accoglienza attraverso un’adeguata riforma che tolga
ai Cpt quell’alea da campo di concentramento, anticamera di un circuito penale
il cui unico sbocco è sempre e solo il carcere. In tutta la penisola
di Cpt ce ne sono 16, ma ne servirebbero almeno il doppio: gli immigrati continuano
ad arrivare e la legge non lascia via d’uscita. Ora, con la morte del giovane
tunisino, la sinistra radicale, in testa Rifondazione, ha deciso di passare
all’incasso di quel passaggio scritto nel programma dell’Unione annunciando
battaglia al Senato, nervo scoperto della maggioranza, perché la stagione
dei lager italiani conosca la parola fine, senza bizantinismi e mediazioni di
alcun genere. La Margherita e i Ds, invece, quel medesimo passaggio del programma
lo leggono solo nel senso di un miglioramento delle strutture per renderle più
vivibili in attesa (e chissà quando) di una più ampia revisione
della legge che consenta la riconversione dei Cpt in vere e proprie strutture
di accoglienza, nell’ordine del nuovo input morale e civile inaugurato dal ministro
Amato con la fondamentale proposta di legge di cittadinanza agli immigrati di
vecchia data.
Il dibattito politico è dunque animato, ma nel frattempo nei centri
si continua a morire e le rivolte e le fughe sono all’ordine del giorno. Il
paragone potrebbe sembrare ardito, ma nella pratica non lo è affatto:
è come se, in casa nostra, ci fossero 16 copie in piccolo di Guantanamo.
Ciò che cambia è che quelli rinchiusi nel carcere cubano di massima
sicurezza sono accusati – senza prove – dal governo americano di essere terroristi.
Quelli rinchiusi nei Cpt, invece, solo la Lega di Calderoni li considera pericolosi
aspiranti tali, ma nella realtà sono solo poveri disperati che la speranza
di un futuro migliore ha portato sulle nostre coste, talvolta vivi per puro
miracolo.
Ora, è poco credibile, visti i numeri di questa maggioranza di governo,
che la sinistra radicale riesca nell’intento di chiudere i Cpt con un robusto
colpo di spugna. Più credibile (ma comunque complicato) è pensare,
invece, che si possa raggiungere un accordo sulla proposta lanciata da Russo
Spena, ovvero rendere i centri marginali e destinati solo all’identificazione
dei clandestini in attesa di rimpatrio. Un ritorno, insomma, alla dimensione
dei Cpt ispirata dalla Turco-Napolitano e addirittura migliorativa rispetto
ad essa sotto il profilo umanitario, ma su cui si è subito posata l’ombra
nera del centrodestra che ha chiesto, in cambio di un appoggio possibile, l’innalzamento
degli anni per la cittadinanza agli immigrati da cinque a otto. Proposta, ovviamente,
respinta con vigore, stavolta da tutta la sinistra. Viste le premesse, la battaglia
politica durerà ancora a lungo.
Nel frattempo continueremo a sentir parlare di giovani donne morte per meningiti
non diagnosticate in tempo, come è successo ad una ragazza del Togo rinchiusa
a Ragusa. Oppure ci continueremo ad interrogare sul perché un giovane
del Bangladesh è riuscito a trovare il modo di togliersi la vita impiccandosi
con le lenzuola del letto a Ponte Galeria, a Roma. O, ancora, sul perché
la scabbia mieta vittime nel Cpt di Torino e di Lamezia Terme come nel centro
del Sudan.
I tormenti dei prigionieri di una guerra xenofoba inutile vengono risolti a
colpi di benzodianzepine, sostanze che permettono agli sgraditi ospiti di dormire
tutto il giorno riducendo l’esplosione di rivolte, i tentativi di fuga, gli
atti di autolesionismo. Qualcuno fa la fine di Mohamed. Qualcun altro si sveglia
e muore in modo diverso. Intanto la politica continua a litigare. E i fratelli
dei politici che hanno voluto la Bossi-Fini a prosperare sulla pelle dei disperati.

