CONGO, LA VITTORIA ANNUNCIATA
di mazzetta

Nel cuore dell’Africa si sono appena tenute storiche elezioni. Al voto sono
andati milioni di congolesi che, per la prima volta dopo 40, anni hanno potuto
votare. Perché un paese come il Congo sia solamente alla sua seconda
esperienza elettorale nella storia ha una spiegazione tutto sommato banale:
il Congo è un paese talmente ricco che il suo governo è sempre
stato ostaggio delle potenze straniere e degli interessi delle compagnie minerarie
multinazionali. Il Congo, che per le ricchezze del suo sottosuolo è stato
definito uno "scandalo geologico", è grande come l’Europa occidentale
con una popolazione tutto sommato modesta, possiede solo 500 km di strade asfaltate,
una ferrovia e un imponente debito estero. Una delle domande alle quali nessuno
fornisce mai una risposta soddisfacente è quella riguardo a come un esportatore
netto di tanta materia prima possa essersi indebitato con l’estero. La risposta
è scontata per quanto è trasparente dalla storia congolese: il
Congo è stato sistematicamente derubato e flagellato dalle grandi compagnie
fin dalla sua fondazione.
Le elezioni appena svoltesi sono solo l’ultimo atto di una tragicommedia e non
è un caso che la chiesa cattolica locale e alcuni candidati alla presidenza
(sono più di trenta) le abbiano già definite truccate.
Che si tratti di elezioni dalle quali può emergere vincitore solo Kabila
è scontato, l’unica incognita è rappresentata dal fatto che ci
riesca al primo turno o al ballottaggio. Il vero problema di queste storiche
elezioni resta quindi nel vedere se il loro risultato sarà accettato
dai concorrenti di Kabila, ciascuno signore della propria provincia e
quasi tutti dotati di milizie irregolari e appoggi di governi confinanti.
Nel lasso di tempo necessario ai conteggi non resta che congratularsi con i
congolesi comuni, accorsi al voto in massa, ordinatamente e con grandi speranze.
La democrazia è ancora un articolo che si vende molto bene tra le persone
comuni, è un vero peccato che anche in Congo se ne stia spacciando una
versione adulterata destinata ancora una volta ad avvelenare le vite di quanti
ci credono. Gli unici non essere turbati sono i grandi investitori internazionali;
nonostante le turbolenze infatti, le miniere del Congo non hanno mai smesso
di produrre ed esportare, a dispetto di qualsiasi provvedimento della comunità
internazionale. Provvedimenti formali aggirati con facilità senza grosse
conseguenze, basti pensare che il divieto di esportazione dell’oro dal Congo
ha trasformato all’improvviso la vicina Uganda (che non ha miniere d’oro) nel
primo esportatore africano del prezioso metallo senza che nessuno abbia avuto
nulla da eccepire.
Perché è appunto questo il lasso di tempo che segna la tragedia
e la storia del paese africano.
Il Congo nasce nel 1860, quando viene "concesso" come possedimento
personale a re Leopoldo II del Belgio al Congresso di Berlino. Il sovrano di
uno stato creato artificialmente pochi anni prima nel cuore dell’Europa chiede
e ottiene che gli venga assegnato tutto il territorio del bacino del fiume Congo
a sinistra del fiume, al fine di "mettere fine alla cattura degli schiavi
e assicurare la libertà dei commerci". Alla Conferenza di Berlino
vennero decisi anche il resto degli attuali confini africani; tutto si svolse
tra i rappresentanti delle famiglie reali europee ed alla spartizione erano
presenti solo due persone che prima di allora erano state in Africa. Si posero
allora le basi di uno sfruttamento dell’Africa che continua ancora oggi senza
interruzioni.
Leopoldo II ottenne il Congo presentando un serie di "trattati" ottenuti
grazie ad un’apposita spedizione dell’esploratore Morton Stanley, al quale il
re aveva affidato istruzioni per concludere gli accordi molto semplici "Occorre
farsi concedere tutto e non dare niente". Stanley eseguì con cura
e gli fu facile ingannare i capi congolesi facendo firmare loro "contratti"
clamorosamente truffaldini, sia perché nessuno di loro sapeva cosa stesse
firmando, sia perché le firme vennero estorte con l’inganno (Stanley
non esitò a farsi passare per un semidio), che per l’evidente sproporzione
tra il dare e l’avere; a titolo d’esempio il re del Congo (un capo che controllava
uno dei territori più vasti) firmò un trattato nel quale concedeva
a Leopoldo II ogni diritto sui territori e le popolazioni che controllava in
cambio di "un pezzo di vestiario al mese".
Leopoldo II si rivelò un abile gestore dei suoi possedimenti, ma anche
un avido sanguinario. Sottomise gli abitanti dell’immenso territorio inviando
solamente gli agenti della sua compagnia, la Società Generale du Belgique
e pochissimi militari, tanto che fino al 1900 in Congo opereranno solo 4/500
bianchi di varia nazionalità. Il Congo viene organizzato con il sistema
dei "capita", aguzzini locali di etnie scelte alle dipendenze degli
agenti che si insediano in ogni villaggio e si assicurano che i congolesi raccolgano
gomma ed avorio che poi verranno esportati.
Purtroppo un improvviso progresso tecnico rende richiestissima la gomma e Goodyear
introduce il processo di vulcanizzazione, che ne amplierà a dismisura
le possibilità d’impiego e la richiesta. All’aumentare della richiesta
aumenta la pressione sui nativi, che se non adempiono le richieste vedono mutilare
un po’ alla volta i loro parenti tenuti in ostaggio dai capita. Un sistema che
porta in pochi anni al dimezzamento della popolazione del Congo, provocando
infine uno scandalo internazionale.
Conrad scrive "Cuore di tenebra" e a lui si uniscono le denunce di
Twain e di Doyle, che riescono a rompere l’omertà dell’informazione europea
abbondantemente corrotta da Leopoldo, che diventa in questa occasione la prima
"vittima" della forza delle immagini. Sarà infatti la diffusione
delle prime fotografie ad aver ragione del racconto oleografico con il quale
la stampa europea rappresentava la colonizzazione leopoldina come una meritoria
opera civilizzatrice. Giustamente Twain scrisse che "Leopoldo non è
riuscito a corrompere le Kodak", le decine di foto di cadaveri e di bambini
con i braccini mutilati parlarono la lingua della verità.
Venuto conoscenza dell’olocausto nel cuore della tenebra, il governo belga
la prese con comodo, istituì una Commissione che accertò che le
denunce erano veritiere e dopo qualche anno Leopoldo dovette cedere il Libero
Stato del Congo alla sovranità belga; in realtà si trattò
di una vendita, alla quale seguì la divisione di SGB in tre compagnie.
Dai primi anni del ‘900 fino al 1960 lo sfruttamento del Congo continuò
indisturbato e le grandi concessioni minerarie del paese andarono alla grande
finanza atlantica e alle famiglie nobiliari europee; anche la nobiltà
nera romana acquisì in questa epoca diritti che ancora oggi portano denaro
all’ombra del Cupolone.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale il Belgio fu molto riluttante concedere l’indipendenza
al Congo. La concesse solamente a un passo dalla rivolta e con la comunità
internazionale che premeva ormai da anni, ma la concesse con l’intenzione evidente
di non perdere i privilegi che discendevano dalla Conferenza di Berlino. Le
prime elezioni libere in Congo si tennero così nel 1960 e furono vinte
da Patrice Lumumba. In pochi mesi però Lumumba fu sopraffatto, prima
da una ribellione Katanga supportata dai belgi, poi dall’azione politica americana,
già allora contraria all’impegno dell’Onu nel paese (il Segretario svedese
dell’Onu morirà in un misterioso incidente aereo proprio in Congo) Infine
venne ucciso da due agenti dei servizi di Bruxelles che lo fecero a pezzi e
ne bruciarono i resti in un bidone. Lumumba aveva avuto la pessima idea di dichiarare
che le miniere del Congo dovevano andare a beneficio dei congolesi e non solo
degli azionisti delle compagnie. Ancora oggi molti commentatori raccontano di
un Lumumba marxista ucciso dai katanghesi, ma la confessione dei due
agenti, rilasciata nel 2002, non lascia spazio a dubbi e versioni di comodo.
Venne allora il tempo di Mobutu, incautamente designato da Lumumba a capo delle
forze armate, che divenne il "cavallo" di europei ed americani, destinato
a regnare come dittatore fino al 1996 in perfetta sintonia con le compagnie
straniere. Al suo allontanamento dal paese per malattia il Congo venne di nuovo
aggredito dall’avidità internazionale e scoppiò quella che fu
definita la "prima guerra mondiale africana". Oltre cinque milioni
di morti, il coinvolgimento di nove paesi africani e infine la vittoria di Kabila,
sostenuto dal Ruanda e dalle cosiddette Young Companies, compagnie disposte
a finanziarne l’ascesa in cambio delle concessioni ancora in mano alle compagnie
"storiche".
Arrivato al potere Kabila cambia idea e torna a privilegiare le vecchie compagnie;
per questo viene ucciso, ma viene anche prontamente rimpiazzato dall’occidente
che, nel 2001, lo sostituisce con il figlio, ancora oggi al governo con 4 vicepresidenti
che rappresentano più o meno altrettante parti nel conflitto mai del
tutto sopito. Il paese respira, ma la sua parte orientale resta in preda alla
violenza. Qui opera la più grande missione ONU in attività, la
MONUC, che a differenza di altre missioni nel mondo combatte veramente e duramente
contro le varie bande che mirano al controllo della ricchissima area.
I distretti del Kivu e dell’Ituri sono infatti ricchi di minerali, ma comprendono
anche un concessione petrolifera (grande come il Belgio) assegnata alla Heritage
Oil, una piccola compagnia associata a una Private Military Company discendente
diretta della Executive Outcomes, un famigerata compagnia mercenaria
anglo-sudafricana coinvolta in Angola, nel disastro in Sierra Leone e nel recente
tentato golpe in Guinea Equatoriale (per il quale in Sudafrica è stato
condannato Mark Thatcher) che evidentemente ha ottenuto tale ben di dio per
i servigi resi, visto che non avrebbe neppure le capacità di sfruttare
giacimenti valutati in miliardi di barili di petrolio.
Fortunatamente per tutti noi del primo mondo le vicende che riguardano il Congo
vengono bellamente ignorate da sempre dai nostri media, lasciando tranquille
le nostre coscienze di consumatori ed evitando che si pongano scomode domande.
In caso contrario sarebbe difficile sorvolare sull’Olocausto consumato nel cuore
di tenebra del razzismo occidentale e sull’immensa rapina della quale sono ancora
oggi vittime quei popoli che non hanno diritto a far sentire la loro voce; sarebbe
molto difficile per ogni occidentale non sentirsi un po’ complice di quegli
assassini e di quei mutilatori di bambini per i quali il civile uomo bianco
non ha mai trovato l’occasione di chiedere perdono.
Molto meglio potersi mettere l’animo in pace con due soldi di carità
e qualche ipocrita parola, che rinunciare alle ricchezze sporche di sangue che
qualcuno ruba per noi, da oltre 150 anni, dal cuore delle tenebre.

