GIORNALISTI: PRIVACY O CENSURA?
di Giovanna Pavani

Il potere si difende sempre nello stesso modo: tenta di obbligare al silenzio,
alla mordacchia, chi lo pone in cattiva luce e mette a repentaglio la sua sopravvivenza.
Per questo, il potere ha paura della stampa, quella libera, il cui scopo primario
è quello di esercitare controllo sulle sue azioni in difesa del cittadino
e della democrazia. I recenti scandali smascherati dalle intercettazioni telefoniche
hanno messo a nudo il marcio esistente in diversi ambiti dei cosidetti "poteri
forti", dal calcio alle raccomandazioni Tv via divano, dai servizi segreti
alle poco edificanti relazioni personali di Vittorio Emanuele di Savoia. Niente
che, in fondo, non fosse già noto. Ma un conto è intuirlo, un
conto è vederlo virgolettato sui giornali. E, forse, non è finita
qui.
Solo che ora il potere ha deciso che la misura è colma. E si prepara
ad una controffensiva subdola e pericolosa: invocando un mastodontico diritto
alla privacy mira a non consentire più ai giornalisti il libero esercizio
del loro mestiere. Il sillogismo di partenza è insidioso: se la privacy
personale è sacra in tutti i suoi ambiti, allora nulla può essere
più oggetto di diritto di cronaca. L’obiettivo principale è quello
di evitare come la peste che le intercettazioni telefoniche, distribuite a piene
mani ai giornalisti da magistrati ed avvocati, possano essere comunque pubblicate,
anche quando non sono oggetto di segreto istruttorio. La legge in questione
porta la firma di Clemente Mastella, ma il panorama politico che la sostiene
è praticamente unanime e compatto. E così come è formulata,
qualora fosse approvata, darebbe ai giornalisti pochissime vie di fuga. Anzi,
praticamente nessuna.
Si può conciliare, infatti, il diritto di cronaca con il diritto alla
privacy? La risposta è no, non si può. I due diritti si elidono
l’un l’altro nel momento stesso in cui si decide quale dei due esercitare per
primo. Quando una qualsiasi persona, per i motivi più disparati, diventa
oggetto dell’attenzione dei giornali perchè si considera quello che gli
sta accadendo di rilevante interesse pubblico e generale, ecco che la sua privacy
si trova immancabilmente ad essere violata. Anche il solo riportare, nelle colonne
di un giornale, dettagli riguardanti la sua storia o le sue caratteristiche,
per inquadrarne al meglio la tipologia sociale e culturale di riferimento, costituisce
di per sé una violazione della privacy; minima, ma pur sempre una violazione.
Se si parte da questo inconfutabile presupposto, l’attuale tentativo del governo,
via Mastella, di emanare una nuova normativa per interrompere la "bulimia"
della pubblicazione delle intercettazioni telefoniche sui giornali, colpendo
i giornalisti e non chi gli dà le notizie, potrebbe essere letto solo
in un modo: censura. Ovvero: scelta deliberata dell’Esecutivo di intimorire
i giornalisti per tutelare la privacy di persone per lo più potenti e
consentirgli di continuare a fare ciò che vogliono senza il timore che
le loro malefatte, non solo telefoniche, possano essere rese note all’opinione
pubblica attraverso la libera stampa. Il governo, dunque, ha fatto una scelta
di campo ben precisa: prima la privacy dei potenti, poi la libertà di
stampa e il diritto dei cittadini di essere informati. E’ da sottolineare che
la libertà di stampa è un valore strutturale della nostra Carta
costituzionale: l’articolo 21 parla chiaro, senza bisogno di grandi interpretazioni.
La privacy è invece un’invenzione recente, forse anche una conquista,
ma dipende come la si brandisce. Potrà pure risultare esecrabile, soprattutto
per i soggetti colpiti, vedere pubblicate conversazioni telefoniche private
e personali che nulla hanno – almeno in apparenza – di importante ai fini di
un indagine della magistratura. Ma non si può neppure scaricare sui giornalisti
colpe e responsabilità che non hanno: i giornalisti non "creano"
le notizie dal nulla né, tanto meno, fomentano scandali. C’è sempre
qualcuno, una "fonte" si dice in gergo, che le notizie le veicola
e le propone ai cronisti. E quantunque in alcuni casi, soprattutto in questi
ultimi mesi, si sia peccato di un eccesso di attenzione pruriginosa a certi
dettagli, nessuno può negare che gli scandali raccontati dalla stampa
ci fossero eccome. E che l’unico e il solo obbligo di un cronista fosse quello
di rendergli pubblici.
Il disegno di legge Mastella, che sarà varato con tutta probabilità
durante l’ultimo Consiglio dei Ministri prima delle vacanze, è molto
duro. Sono previste sanzioni fino a 60mila euro, nei casi più gravi,
per i giornalisti che pubblicano le intercettazioni prima che sia caduto il
segreto o che comunque violano il codice della privacy. Le multe riguardano
cronisti, direttori e vicedirettori responsabili, questi ultimi per omesso controllo.
Nei casi più lievi – ancora non specificati nell’articolato in bozza
– la sanzione minima sarà di 3mila euro e la massima di 18mila. In quelli
più gravi si partirà da 10mila per arrivare appunto a un massimo
di 60mila euro. A decidere le sanzioni sarà il Garante della Privacy.
Le intercettazioni resteranno coperte dal segreto, e quindi non pubblicabili,
sino alla fine delle indagini preliminari. Su quelle considerate irrilevanti
il segreto non cadrà mai: saranno raccolte in un archivio e poi distrutte.
Già, ma chi deciderà cosa è e cosa non è "rilevante"?
Poi, rilevante per le indagini o per chi le subisce? Un finale in bellezza:
nessuna multa é invece prevista per gli editori. Come a dire: le intercettazioni
fanno vendere più copie dei giornali, ma tanto chi paga poi sono solo
i giornalisti. Da notare, poi, che il ddl non abroga la norma del codice penale
(art.684) che già punisce chi pubblica arbitrariamente atti di un procedimento
penale con l’arresto o con l’ammenda; ma, visto che non ha funzionato, nei fatti
ai giornalisti si applicheranno le nuove sanzioni amministrative, prevedendo
una nuova fattispecie che sarà inserita nel codice della privacy.
Ma qual è, alla fine, l’obiettivo di tutto questo? Secondo il ministro
Mastella quello individuato sarebbe l’unico modo per conciliare il diritto di
cronaca con il diritto alla privacy. Quando il potere vuol salvare se stesso
non c’è proprio contraddizione che tenga. Figurarsi il buon senso.

