ETIOPIA, INVASORE PER PROCURA
di mazzetta

Mentre il mondo guarda al Libano, l’Etiopia ha cominciato l’invasione della
Somalia per conto degli Stati Uniti e nel Corno d’Africa incombe una tragedia
immane, ancora una volta provocata da quelli che dicono di combattere la "guerra
al terrorismo".
La Somalia è da 15 anni senza un governo e ovviamente non rappresenta
un pericolo per l’Etiopia, che è un paese di 70 milioni di abitanti accomunati
da una forte identità nazionale, nel quale cristiani e musulmani convivono
serenamente da sempre. Recentemente gli Stati Uniti hanno armato e scatenato
alcuni "signori della guerra" che, tentando di prendere il controllo
di Mogadiscio, sono stati sconfitti e annichiliti da una improvvisa alleanza
di tutti i clan della capitale. Alleanza che è immediatamente stata battezzata
come "islamica" in quanto fa riferimento alle leggi di derivazione
islamica, in mancanza di un governo.
Un governo in realtà ci sarebbe, ed è un’autorità transitoria
(Transitional Federal Government ), il TFG, formata da un’assemblea nella
quale tutti i capi dei clan hanno trattato allo sfinimento per nominare un presidente,
un capo del governo e un gabinetto dei ministri che finora non è riuscito
a prendere il potere, ma neanche è riuscito ad entrare nella capitale
per motivi d’insufficiente "sicurezza".
La soluzione, tenuta a battesimo dall’IGAD (un gruppo di tutoring internazionale
di paesi africani e non ) e coccolata dal vicino Kenya è pero meramente
virtuale, tanto che il presidente Alì Ghedi ha potuto ripudiare i signori
della guerra che hanno scatenato la battaglia, cacciarli da TFG del quale erano
ministri e invitare la comunità internazionale a catturarli senza difficoltà
"politiche".
Le corti islamiche e i loro rappresentanti si sono dimostrati subito disposti
a trattare con Alì Ghedi per la formazione di un vero governo transitorio
e a Karthoum hanno dato vita a una tornata di colloqui ed accordi che sembravano
indirizzati verso una collaborazione tra il governo "formale" della
Somalia e i clan che avevano ristabilito la pace sociale e la sicurezza per
le strade, dopo oltre un decennio nel quale vigeva il diritto di rapina. La
cosa piaceva all’ONU, ma anche al governo italiano, che ha trovato in Raffaelli
un plenipotenziario attivo ed efficiente, capace di ricevere gli apprezzamenti
sia del TFG che delle corti.
Purtroppo il possibile accordo non piace agli Stati Uniti, che hanno ammesso
di ingerire per evitare che in Somalia si insedi un governo vicino ai "terroristi
islamici". Per gli Stati Uniti quindi la Somalia è un teatro di
guerra e lo conferma la presenza di aerei ed elicotteri americani su territorio
somalo. Delle attività degli Stati Uniti in Somalia si sente parlare
poco e gran parte dei commentatori si attiene al compitino implicante la denuncia
dell’avvento degli "islamici" al potere. Un frutto di questo impegno
è stata la notizia che le corti avevano vietato la visione dei mondiali,
un falso gratuito.
Ugualmente passano sotto silenzio le periodiche denunce dell’ONU, che qualche
mese fa aveva rimproverato diversi paesi confinanti, l’Italia e gli Usa per
aver violato l’embargo internazionale sugli armamenti alla Somalia. Ne trovate
traccia su qualche giornale neocon che denuncia come l’Eritrea armerebbe i cattivi
"islamici", una denuncia nella quale ci si guarda bene da comunicare
l’esistenza di paesi correi.
Se della Somalia si sente parlare poco, difficilmente si sente parlare dell’Etiopia
e del suo regime. Un regime che ultimamente, dopo 15 anni di dominio incontrastato,
ha clamorosamente perso le elezioni, ma è rimasto al potere perché
semplicemente ha commesso un bagno di sangue per restarci. Questi sono il genere
di veri uomini che piacciono a Washington.
Il buon Meles Zenawi, a capo di un partito etnico di minoranza, ma con ottimi
agganci all’estero, dopo non essere riuscito a vincere nemmeno un collegio nella
capitale Adis Abeba, ha fatto uccidere qualche centinaio di persone che manifestavano.
Non contento, ha fatto catturare e rinchiudere 50.000 (cinquantamila) giovani
etiopi in ameni campi di concentramento disumani, come quello di Dedesa. Non
poteva mancare la messa in galera dell’opposizione (in realtà maggioranza),
a partire dal popolare sindaco di Adis Abeba, il signor Brehanu Nega. Anche
il Centro Carter ha ammesso serie irregolarità e abusi dei diritti umani,
mentre la parlamentare portoghese Anna Gomez ne ha steso un impietoso, lungo
e dettagliato rapporto sulle vergognose elezioni e le brutali rappresaglie sulla
popolazione che ne sono seguite.
Il rapporto è facilmente reperibile per qualsiasi giornalista, ma parecchi
preferiscono evidentemente evitare l’esperienza, prestandosi così a fare
letteralmente il tifo per un sanguinario dittatore contro gli sfortunati che
in un paese da quindici anni allo sbando, sembrano aver ritrovato l’esistenza
di un minimo contratto e di una minima pace sociale. Detta con un briciolo d’enfasi:
uno spiraglio di speranza come non se ne vedeva dal crollo dell’ultimo governo.
Un governo dittatoriale ha quindi iniziato un’altra invasione e l’esercito
etiope pare essersi impadronito di Baidoa, sede del TFG, che per ora nega la
presenza degli etiopi. All’interno del TFG l’intervento etiope pare piacere
sola al Presidente Yusuf, mentre i membri del governo sembravano fino a ieri
essere schierati sulla richiesta di evitare interventi stranieri sul suolo somalo.
La mossa ha ovviamente rafforzato le corti e portato loro maggiori consensi,
e già si sono ascoltati appelli all’unità nazionale contro l’invasore,
che ha anche l’antipatico appoggio statunitense.
La Rice, che a Mogadiscio è poco popolare, ha invitato l’Etiopia a "moderarsi"
evitando al tempo di nominarla, ma le evoluzioni sul terreno indicano che l’intervento
etiope in Somalia non è meno pianificato e deciso di quello israeliano
in Libano. Pensare ad una coordinazione dei due teatri è forse eccessivo,
mentre è certo che l’Etiopia e gli Stati Uniti stiano godendo dello schermo
offerto dalle incredibile rappresaglie israeliane che continuano indisturbate
in Libano e a Gaza.

