INDIA, C’È IL PAKISTAN NEL MIRINO
di mazzetta

Gli attentati di Mumbai che la settimana scorsa hanno squarciato l’India, sono
solo l’ultimo atto in ordine di tempo di un conflitto che dura ininterrottamente
dalla fine della seconda guerra mondiale.
Con un comportamento che diventerà il modello di tutte le decolonizzazioni
seguenti, l’Occidente scelse di minare un enorme possedimento coloniale (il
più vasto del globo, che comprendeva tutto il sub-continente indiano,
dai confini dell’Iran fino ai possedimenti francesi in Indocina, dagli invalicabili
confini himalayani fino all’Oceano Indiano) animando le tensioni interetniche
e favorendone l’insorgere con uno scopo ben preciso: minare l’autorità
politica autoctona al fine di continuare indisturbati lo sfruttamento delle
risorse di questi paesi.
Nel caso dei possedimenti inglesi in India, come già in Africa, si trattava
di un’area vastissima e densamente popolata, nella quale decine di etnie e di
religioni convivevano giocoforza sotto il giogo britannico.
Non appena l’India ebbe ottenuto l’indipendenza si pose con forza l’insorgere
della popolazione musulmana, questo perché mentre il dominio inglese
aveva assunto una forma meramente mercantile ed amministrativa, il nascente
stato indiano si presentava invece ispirato alla più stretta laicità
e prometteva di condurre le popolazioni musulmane verso un mondo finora solo
intravisto attraverso gli inglesi; un futuro nel quale il notabilato musulmano,
a differenza di quello braminico, non avrebbe avuto alcuna possibilità
di essere fonte regolatrice stante l’inferiorità numerica.
A quel punto il notabilato musulmano scelse la via della secessione e, dopo
numerosi pogrom reciproci tra musulmani e indù, si divise il territorio
in due nazioni: il Pakistan e l’India. Una soluzione infelice, non solo perché
per mesi costrinse milioni di indù e musulmani a migrare dando vita a
interminabili colonne nei due sensi, ma anche perché il Pakistan nacque
a sua volta diviso on West (rispetto all’India) Pakistan e East Pakistan (l’attuale
Bangladesh). In Pakistan si instaurò fin da subito una repubblica nella
quale il notabilato e l’esercito si dividevano il potere lasciando al diritto
locale, di solito un diritto islamico-tribale di origine consuetudinaria, vasto
spazio d’azione. Le procedure di voto in Pakistan sono sempre state puramente
folcloristiche
Stranamente, o forse no, già negli anni 60′ l’India veniva vista dall’Occidente
come una minaccia. L’indubbio peso del paese, la positiva immagine di Indira
Ghandi (figlia di quel Nehru che si era sempre opposto alla divisione) sulla
scena politica internazionale, il suo dichiararsi "terzo mondo" e
porsi a capo dei "paesi non allineati" rispetto ai due blocchi che
si confrontavano nella Guerra Fredda, la sua diffidenza verso l’Occidente, l’assenza
di particolari pregiudiziali verso URSS e Cina non furono apprezzati, in particolare
a Washington. Sia Kissinger che Nixon, come altri a seguirli, temevano l’India
più della Cina, e la conseguenza fu che Washington sposò fin da
allora la casta militare pachistana assecondandola al di là di ogni logica;
lasciamo a parte le considerazioni sull’etica e sulla coerenza con gli principi
sempre sbandierati.
Quando nel parlamento Pachistano conquistò la maggioranza assoluta il
partito dell’Est, all’Ovest decisero prima di ignorare il voto e poi, quando
i bengalesi decisero di autoconvocarsi e chiedere un’autonomia federale, di
spedire un corpo di spedizione militare. In quell’occasione, come ci hanno raccontato
i documenti originali americani appena desecretati, Washington dette l’esplicito
via libera al piano del generale Yaya che prevedeva di sterminare tre milioni
di bengalesi, dopo di che questi si sarebbero convinti all’obbedienza. Qualche
decina di migliaia di soldati giunsero quasi a realizzare il piano. Nella prima
notte il corpo di spedizione pachistano uccise 7000 persone nella sola capitale.
In un attimo venti milioni di bangalesi divennero profughi in fuga di fronte
alla furia pachistana. Il paese era messo a ferro e fuoco, mentre le opinioni
pubbliche di tutto il mondo piangevano per l’orrore e i Beatles facevano un
mega-concerto per raccogliere fondi, alla Casa Bianca ridevano e insultavano
Lennon e soci insieme ad Indira. Questa infatti, non apprezzava per nulla la
carneficina, e ancora meno apprezzava gli oltre dieci milioni di profughi che
erano entrati nel suo paese in cerca di salvezza.
Il premier indiano fece un memorabile tour per le capitali mondiale invocando
un intervento della comunità internazionale, per finire a Washington,
dove il presidente la coprì di buone parole e, appena lei si allontanò,
la definì una bitch mentre si congratulava con il Segretario di
Stato di averla presa in giro. Kissinger si è scusato l’anno scorso quando
i "memo" divennero pubblici, per quella parola che pietosamente è
stata mutata in un meno offensivo witch.
Dopo due giorni dal ritorno in patria di Indira, un robusto corpo di spedizione
indiano entrò in East Pakistan, catturò i soldati pachistani e
li portò prigionieri in India. Il Bangladesh assunse il nome odierno
e si proclamò indipendente. Mentre questo accadeva gli Usa chiesero all’ambasciatore
cinese di attaccare l’India, promettendo "copertura" da un eventuale
attacco sovietico; dopo due giorni la Cina rifiutò e a Washington non
restò che abbozzare e ritirare la portaerei nucleare mandata a presidiare
il Golfo del Bengala.
Lo smacco per i pachistani fu enorme e il presidente Bhutto (padre di Benhazir,
divenuta in seguito premier per destino familiare) promosse con Libia, Arabia
Saudita ed Iran il progetto della "bomba atomica islamica". Del resto
aveva provato sulla sua pelle l’enorme superiorità militare convenzionale
dell’India e vedeva nel possesso della bomba atomica l’unico mezzo per assicurarsi
una difesa sufficiente. Il Pakistan dal canto suo si assunse il compito di sviluppare
il programma nucleare, garantendosi un robusto flusso di denaro e di petrolio
a prezzo di favore.
In quegli anni il radicalismo islamico si confrontava con l’ebraismo e con
l’induismo; il blocco atlantico, pur inviso alle masse e alla corrente del socialismo
arabo, viveva un rapporto simbiotico con le elite nazionali arabe e musulmane,
nella doppia veste di cliente d’idrocarburi e stampella militare (nel senso
della fornitura bellica come in quello del sostegno diretto manu militari).
Non è una caso che tutti titolari delle non-democrazie da Rabat a Karachi
siano stati tutti prima o poi alleati del blocco atlantico, l’unica eccezione
formale essendo rappresentata dalla famiglia siriana Assad, che pure non disdegnerebbe
uscire da dietro la lavagna dei cattivi.
La società tra i quattro paesi dette i frutti sperati già sul
finire degli anni ’80, ma seguendo l’esempio israeliano il Pakistan non dichiarò
il suo segreto di Pulcinella, imitato dall’India che aveva accettato la sfida
nucleare e l’aveva vinta con minori difficoltà. Nel 1998 lo status quo
venne ufficializzato con 6 esplosioni nucleari sotterranee, in risposta immediata
al via dato dall’India con cinque test. In quell’anno un "simpatico"
Bin Laden plaudiva alla "bomba atomica musulmana". Coerentemente con
l’accordo degli anni ’70, firmato dallo Sha di Persia, già intorno al
1988 il Pakistan aveva cominciato a trasferire la tecnologia nucleare all’Iran,
più tardi l’avrebbe fornita alla Libia, mentre l’Arabia Saudita ( che
da sola ha pagato la gran parte dei costi e che ha un principe reale nel board
atomico pachistano) ha quasi certamente optato per la consegna di alcuni ordigni
chiavi in mano. La Libia ha rinunciato al suo programma consegnando anche le
centrifughe nucleari a Bush, dell’Iran sappiamo, mentre l’Arabia Saudita come
al solito non sembra interessare a nessuno.
Al peccato originale dell’infelice preferenza per il Pakistan da parte dell’Occidente
si aggiunse la decisione catastrofica di contrastare l’invasione sovietica,
fidando ancora una volta sulla casta militare pachistana rinforzata dalle peggiori
fanatici radunate dai predicatori contro il "satana sovietico", che
per il suo ateismo veniva presentato come una minaccia mortale alla vera fede.
Erano gli anni nei quali negli States si stampavano i libri di scuola
per i giovani afgani, nei quali si glorificava il Kalashnikov e si incitava
alla guerra santa "contro i comunisti nemici dell’Islam".
Una volta cacciati i sovietici, i talebani sostenuti dai fanatici del Golfo
si liberarono in pochi anni del fallimentare governo dei mujaheddin e imposero
la loro visione nel paese, pur non riuscendo mai a controllare completamente
il paese.
A quel tempo comincia la vera carriera di Musharraf. Il dittatore pachistano
è il dirigente dell’ISI nel paese, dal quale dipende anche il gruppo
di Bin Laden. Musharraf avrà poi ragione di un generale che già
aveva destituito l’ultimo governo "civile" e sposato il diritto islamico.
Da allora Musharraf si barcamena tra la necessità di essere perno affidabile
dell’accordo nucleare; quella di godere del sostegno della componente islamica
radicale all’interno dell’esercito e dell’ISI, i potentissimi servizi segreti
pachistani; quella di resistere alle richieste per l’indizione di libere elezioni
e, soprattutto, l’esigenza di compiacere gli americani dando sistematicamente
ragione a Bush, salvo poi operare a modo suo.
Non si erano ancora dissipati i fumi su Manhattan che divenne chiaro che gli
Usa avevano un nuovo alleato, fondamentale per l’attacco in Afghanistan. Con
pochi uomini e nessuna perdita, gli americani presero così il controllo
del paese e Musharraf divenne un beniamino di Bush e dei neocon. Il gioco di
Musharraf però è un miracolo di equilibrismo sempre sull’orlo
del crollo, anche in Kashmir, per blandire la componente separatista il dittatore
ha mostrato a lungo di assistere l’irredentismo nel Kashmir contro lo storico
babau indiano, salvo ultimamente andare incontro all’India, spinto dalla necessità
di ridurre la pressione a Oriente visti i guai a Occidente.
L’India per parte sua ha affrontato la questione del Kashmir (Jammu & Kashmir)
con sufficienza e durezza, anche se non ha mancato di far notare i parecchi
peccati del Pakistan ai genialoidi americani. Ora Musharraf è braccato
dalla "società civile", che poi sarebbero i due ex premier
sostenuti nuovamente dagli USA, mentre ha perso il controllo di vaste aree del
paese, dal Balochistan al Waziristan, nelle quali ha scatenato vaste quanto
fallimentari offensive militari. Anche gli irredentisti del Kashmir sono furiosi
con lui dato che in occasione del recente terremoto il dittatore ha abbandonato
le popolazioni del Kasjmir al loro destino.
Gli attentati di Mumbai, ma anche quello contemporaneo a Srinagar, sembrano
puntare l’indice sui kashmiri, che però si sono detti sdegnati. Gli attentati
"islamici" in India comunque vengono rivendicati raramente. Anche
il governo pachistano ha condannato gli attentati mentre il premier Mahona Sing
faceva la voce grossa e indicato senza mezzi termini le responsabilità
pachistane.
L’India non reagirà come ha fatto Israele invadendo o bombardando il
Pakistan, perché il gigante indiano non è facilmente influenzabile
dai militari e perché la democrazia indiana è in grado di assorbire
colpi peggiori. Quello che gli indiani temono maggiormente è lo scoppio
della violenza interetnica interna, anche se il più pericoloso partito
di destra, lo Sev Sena pare in ribasso ed i musulmani di Mumbai sono stati i
primi a formare lunghe file per donare il sangue ai feriti, tra i quali comunque
molti musulmani. L’India subisce oltre quattrocento attentati all’anno, di varia
matrice e, ultimamente, a preoccupare di più sono quelli dei naxaliti,
la guerriglia maoista che sta rafforzandosi in diversi stati indiani.
L’India può contare sulla nuova vicinanza con gli Stati Uniti, che hanno
appena accordato agli indiani "l’accordo del secolo", un mega-patto
che ha portato in dote ingenti investimenti e un altrettanto importante accordo
che dischiude all’India l’accesso alle tecnologie militari e nucleari americane,
ma anche sulle nuove relazioni d’affari con l’Arabia Saudita, mentre a Washington
si fa sempre più presente che il Pakistan è pesantemente coinvolto
nel 9/11 ed è stato scoperto nel trafficare ordigni atomici e tecnologia
nucleare con L’Iran, la Libia e con la Corea del Nord in cambio di missili.
In questa situazione è quindi molto probabile che gli attentati in India
abbiano in realtà nel mirino qualche sviluppo in Pakistan, qualunque
sia la loro paternità, piuttosto che essere una iniziativa di organizzazioni
musulmane indiane come il SIMI (studenti islamici) – peraltro da tempo bandito
dalla legalità – o una iniziativa genuinamente partorita in Kashmir.

