REPUBBLICA CECA: LA STORIA GIRA?
di Alessio Marchetti
La
notizia è apparsa qualche settimana su molti giornali ed è relativa
al nuovo codice penale approvato dal Parlamento della Repubblica Ceca, che comprende
un nuovo reato che ha già fatto molto discutere: quello di "negazione
dei crimini perpetrati dal partito comunista cecoslovacco" durante i 41
anni del loro regime nel paese. Il nuovo codice prevede, per chi nega la natura
totalitaria e i "crimini contro l’umanità commessi dal regime comunista",
una pena da sei mesi a tre anni. In realtà il nuovo codice penale, che
entrerà in vigore nel 2007, non presenta novità sostanziali circa
la punibilità dei crimini del comunismo rispetto a quello già
in vigore dal 2000. Viene, però, adottata l’equiparazione davanti alla
legge tra i totalitarismi di diversa origine, in quanto nel codice ceco era
già presente un reato analogo riferito ai crimini del nazismo.
La normativa esce proprio alla vigilia di quella che era stata definita come
la stagione politica in cui sarebbe potuto avvenire un avvicinamento tra la
coalizione di centrosinistra al potere e il Partito Comunista della Boemia e
della Moravia (KSCM) in vista proprio delle elezioni politiche di giugno 2006.
Al contrario di quanto successo negli altri paesi del blocco sovietico, dove
i comunisti si sono riformati e riciclati in partiti socialdemocratici, in Repubblica
Ceca il partito comunista è rimasto semplicemente se stesso, condannando
le "cose cattive" ed elogiando le "cose positive" accadute
prima del 1989. Alle politiche del 2002 il KSCM ha preso il 18%, è stato
fondamentale nell’elezione del Presidente della Repubblica (di destra) Vaclav
Klaus, e sembra destinato a dover incrementare ulteriormente i propri voti.
Vista la difficoltà in cui si muove il partito socialdemocratico al potere
(CSSD), sconvolto da inefficienze e scandali, la prospettiva di un’alleanza
o di un appoggio esterno con i comunisti alle prossime elezione è molto
più che una semplice ipotesi.
La relazione che i cechi hanno con il loro passato totalitario è una
faccenda piuttosto complicata. Da un lato sono state adottate misure legali
ben più decise di quanto fatto dai loro vicini slovacchi, polacchi e
ungheresi, con quanti hanno collaborato con la polizia segreta. Dall’altro lato,
per una gran parte dei cechi sembra che i 41 anni di regime comunista appartengano
a un passato talmente remoto da non riguardarli più. Gli unici a ricordare
quel passato, e che oggi sono a capo della rivolta contro il presunto ritorno
al potere dei comunisti, sembrano essere, oltre al manipolo di "anti-bolscevichi"
che ancora continua a nutrire odio nei confronti dei russi, soprattutto quelli
che sono passati per i campi di lavoro e le prigioni cecoslovacche e che da
anni chiedono, senza grande successo, giustizia nei confronti dei loro aguzzini.
L’amnesia collettiva ceca va di pari passo con la voglia di dimenticare e di
guardare oltre della stessa società e classe politica del paese. Basti
pensare che l’attuale presidente della Repubblica Vaclav Klaus, noto populista
apprezzato da molti cechi perché riesce sempre a dire quello che i suoi
concittadini vogliono sentirsi dire, quando era Primo Ministro, all’inizio degli
anni 1990, parlando della questione disse: "E’ impossibile andare avanti
velocemente se ci si guarda costantemente allo specchio".
D’altronde anche il modo con cui i comunisti sono saliti al potere nel 1948
giustifica solo parzialmente le accuse di colpo di stato rivolte agli stessi.
I cecoslovacchi, nelle elezioni libere del 1946, diedero il 38% dei loro voti
al partito comunista di Klement Gottwald, un uomo che, oltre che alcolizzato,
mai nascose la sua natura anti-democratica condita di ammirata devozione a Stalin.
Il paese ha sicuramente sofferto la repressione del regime e della sua polizia
segreta. Migliaia di cecoslovacchi sono stati costretti ad emigrare, altrettanti
finirono nelle prigioni e nei campi di lavoro forzato (che fecero oltre 3.000
vittime), e centinaia furono giustiziati a morte. Ma in generale si può
dire che in Cecoslovacchia, al contrario degli altri paesi vicini, l’atteggiamento
delle masse nei confronti del potere totalitario, se non di consenso, era di
pacifica rassegnazione. E così, mentre nel novembre del 1956 gli ungheresi
venivano trucidati per le strade di Budapest, a Praga ci si affannava a comprare
i regali di Natale.
D’altronde il gesto di Jan Palach, nel gennaio del 1969, non era tanto un atto
di protesta nei confronti dell’occupazione sovietica quanto, invece, un tentativo,
coraggioso quanto disperato, di svegliare dal torpore una società stagnante
e affliggente. La Primavera di Praga del 1968 è stata a lungo considerata
come una gloriosa rivolta popolare anticomunista. Non è proprio così.
Malgrado i morti civili essa altro non è stata che una resa di conti
all’interno del partito comunista stesso e Alexander Dubcek, che voleva riformare
quella forma di socialismo esistente, non ha mai osato mettere in dubbio il
diritto costituzionale del Partito Comunista di dirigere la società cecoslovacca.
Si potrebbe considerare, forse, Dubcek una sorta di antesignano di Gorbachev,
senza però essere arrivato a nessuno dei risultati ottenuti, non importa
se volutamente o meno, dall’ultimo presidente del PCUS.
Al paese è mancata quella storia di lotte popolari che ha caratterizzato
invece i suoi vicini ungheresi e polacchi. Forse anche perché in Cecoslovacchia
si viveva meno peggio che negli altri paesi satelliti, con un governo che riusciva
ad assicurare un tenore di vita dignitoso, più alto che altrove; comprensivo
di un lavoro decente per tutti, della possibilità concessa a chiunque
di comprare una Škoda, una casetta in campagna (la cosiddetta "chalupa"),
una gita una tantum sulle coste del Mar Nero, del lago Balaton o della Jugoslavia
e la migliore e più economica birra d’Europa. Bisogna anche ammettere
che la repressione esercitata dal partito era ai massimi livelli e spesso ricadeva
sui figli, ai quali venivano negati un’educazione e un lavoro decenti nel caso
di "errori" commessi dai propri genitori. Senza dubbio, comunque,
i cecoslovacchi accettarono il compromesso, visto che dopo i fatti del ’68 gli
iscritti al Partito Comunista salirono al loro massimo storico di un milione
e ottocentomila, cifra percentualmente di gran lunga superiore a qualsiasi altro
paese del blocco sovietico.
Fino ad oggi praticamente nessuno, se si esclude Miroslav Štepán,
accusato di aver in pratica "chiamato" i carri sovietici nel ’68,
è stato condannato per i crimini del passato. La responsabilità
va in parte ricercata anche nelle prese di posizione di Vaclav Havel, decisamente
migliore come drammaturgo che come politico, animatore della dissidenza durante
gli anni del comunismo, nominato guida morale e politica del paese dopo il 1989,
che ha portato avanti una politica di pacificazione e di perdono.
E’ molto probabile anche che nessuno venga mai perseguito penalmente in osservanza
al nuovo codice penale di cui abbiamo detto sopra. Le ragioni, anche di natura
storico-sociale, si capiscono da quanto detto sopra e si collegano al fatto
che i voti dei 41 deputati comunisti dell’opposizione sono decisivi per le votazioni
in parlamento dove il governo ha una stretta maggioranza di 101 voti su 200.
Non è detto che la coalizione di centro-sinistra che si presenterà
alle prossime elezioni di giugno avrà la partnership dei comunisti. Il
premier Paroubek ha recentemente detto che non farà entrare il KSCM nel
governo. Però il CSSD ci ha abituato ad acrobazie di ogni tipo in questi
anni e rimane il fatto che il peso del Partito comunista in Repubblica Ceca
è numericamente importante. Le cifre possono essere ricercato, principalmente,
nel voto di protesta. I socialdemocratici governano da molti anni e sono accusati
di aver sperperato denaro pubblico e di aver alzato notevolmente le imposizioni
fiscali per coprire i buchi creati dalla loro incapacità.
I comunisti, eredi di un’era dove il lavoro era garantito a tutti, calcano
molto la mano sulle cifre di una disoccupazione che arriva fino ad oltre il
20% in certe aree dell’est del paese. E proprio qui, in Moravia come nel nord
Boemia, il KSCM può contare su un notevole supporto, mentre non altrettanto
avviene nella ricca Praga. C’è da fare, però, una considerazione
molto importante che rende meglio l’idea di questo supporto: la maggioranza
dei voti arriva principalmente da anziani nostalgici e pensionati (quelli più
danneggiati dall’avvento dell’economia di mercato) tanto che solamente 1.200
dei 101.000 iscritti al partito ha un’età inferiore ai 30 anni. Dunque
per gli analisti politici il partito comunista ceco, così come si presenta,
sembra essere un dinosauro destinato, comunque, all’estinzione. C’è anche
da considerare che in Repubblica Ceca non esiste un partito di estrema destra
che si muova nell’ambito parlamentare, da cui si evince la naturale affluenza
del voto popolare di protesta verso il KSCM.
Certo, però, che, per un partito che ha un passato così ingombrante,
avere il proprio quartier generale, a Praga, in una via che si chiama Politickych
veznu (via dei Prigionieri politici)…

