Trump arretra, ma la tregua traballa
Per comprendere le ragioni e le circostanze del passo indietro di Trump nelle prime ore di mercoledì, con l’annuncio della tregua di due settimane per favorire nuove trattative diplomatiche con l’Iran, è essenziale non prendere sul serio le dichiarazioni “ufficiali” e i post sui social media pubblicati nelle scorse ore dallo stesso presidente americano. L’ennesima ostentazione del conseguimento di una vittoria “totale e completa” nasconde infatti la realtà di una sconfitta strategica potenzialmente di proporzioni storiche per gli Stati Uniti. Che la guerra sia terminata è molto improbabile e il cessate il fuoco è infatti subito scricchiolato nella giornata di mercoledì a causa di nuovi devastanti attacchi condotti da Israele in Libano. Gli ultimi quaranta giorni hanno ad ogni modo mostrato senza equivoci tutti i limiti, a cominciare da quelli militari, delle capacità americane di imporsi con la forza anche su un nemico non inquadrabile tra le grandi potenze del pianeta. In parallelo, nonostante le perdite e il livello di distruzione subito, l’evolversi del conflitto ha rafforzato la Repubblica Islamica, ratificandone lo status di potenza regionale in grado di influenzare la traiettoria dell’economica virtualmente dell’intero pianeta.
Secondo Trump, sarebbero state le autorità iraniane a implorare la Casa Bianca per un cessate il fuoco. La campagna militare USA di queste settimane avrebbe in sostanza talmente degradato i sistemi difensivi e di attacco di Teheran, nonché creato danni irreparabili alle infrastrutture civili, da convincere la nuova leadership ad accettare i termini dettati da Washington. La minaccia lanciata da Trump martedì di “distruggere in una notte la civiltà iraniana” se non fosse stato riaperto lo stretto di Hormuz al termine dell’ultimatum decretato dal presidente è stata caratterizzata anch’essa come un elemento decisivo nel portare a migliori consigli il governo della Repubblica Islamica.
Sono al contrario le condizioni che hanno spinto Trump ad alzare drasticamente il livello delle minacce a essere risultate decisive nel determinare la de-escalation che tutto il mondo ha salutato nella mattinata di mercoledì. La fallimentare operazione dei giorni scorsi in territorio iraniano ha inoltre suggellato il disastro di una campagna che gli aggressori credevano di potere concludere trionfalmente in tempi brevi. Quella che è stata propagandata come una manovra di emergenza conclusa con successo per recuperare due membri dell’equipaggio di un F-15 schiantatosi sul territorio iraniano era molto probabilmente un’operazione di portata più ampia.
Secondo le ricostruzioni provenienti da fonti indipendenti e dall’Iran, è possibile che fossero coinvolti centinaia di soldati americani, con l’incarico di estrarre le scorte di uranio arricchito o di distruggere qualche sistema bellico di primaria importanza. La spedizione inviata da Trump è finita invece in una trappola. Le forze speciali coinvolte hanno alla fine dovuto evacuare l’area nei pressi di Isfahan, registrando perdite, se non di uomini, almeno di mezzi molto costosi. Il flop spiega la furia e le successive minacce di Trump, ma anche e soprattutto la decisione di acconsentire a una cessazione, quanto meno momentanea, delle ostilità in assenza di altre opzioni percorribili nell’immediato.
Le autorità iraniane, da parte loro, sostengono che siano stati gli Stati Uniti a insistere per una tregua. Oltre all’operazione già citata, Washington ha dovuto prendere atto anche della messa fuori uso delle basi militari americane nella regione, della distruzione di praticamente tutta la rete di radar che permetteva di sorvegliare i cieli in funzione difensiva, del rapido esaurimento delle scorte di sistemi anti-missile e della drammatica esposizione degli alleati nel Golfo Persico alle ritorsioni iraniane. In questa prospettiva, è estremamente probabile che la Casa Bianca fosse alla ricerca disperata di una via d’uscita. A ciò bisogna aggiungere il fatto che le stesse monarchie sunnite del Golfo hanno fatto pressioni sull’amministrazione Trump per accettare la mediazione del Pakistan. Se il Pentagono avesse dato il via libera agli attacchi minacciati da Trump contro centrali elettriche, ponti e altre infrastrutture cruciali in Iran, i regimi alleati degli USA avrebbero dovuto fare i conti con la distruzione di questi stessi impianti dentro i loro confini.
Un altro fattore decisivo è stata anche l’angoscia dei mercati per una ulteriore escalation che avrebbe precipitato la crisi dell’economia globale. In questo senso, i passi indietro di Trump sono stati un elemento ricorrente dal 28 febbraio scorso e anche quello di mercoledì può rientrare in un disegno predisposto per calmare le acque e rimandare la resa dei conti. L’ultimatum che doveva scadere martedì appariva in ogni caso un altro bluff da parte di Trump, così che in molti si aspettavano a ridosso della scadenza l’ennesimo episodio di “TACO”.
La minaccia di rimandare l’Iran “all’età della pietra”, per cominciare, era semplicemente irrealizzabile. Pensare di fare tabula rasa di un paese immenso di oltre 90 milioni di abitanti, con una rete industriale, energetica e militare così vasta e consolidata, oltretutto in una sola notte, è a dir poco assurdo, secondo gli esperti anche ricorrendo ad armi nucleari. Inoltre, come già ricordato, una intensificazione degli attacchi, sempre che fosse materialmente fattibile, avrebbe innescato una ritorsione di pari portata contro obiettivi di USA, Israele e dei loro alleati in Medio Oriente, provocando una catastrofe economica e ambientale, oltre che danneggiando ancora di più gli interessi a lungo termine di Washington e Tel Aviv.
Tra le righe delle dichiarazioni e dei post di Trump emergono ad ogni modo particolari più che significativi. Nonostante abbia insistito sul fatto che l’Iran si sia deciso ad accettare le condizioni della tregua imposte da Washington, lo stesso presidente americano ha ammesso di avere ricevuto il “piano di pace” in dieci punti predisposto da Teheran e che quest’ultimo rappresenta una base di partenza su cui lavorare per arrivare a un accordo negoziato. Questo dettaglio potrebbe avere implicazioni tutt’altro che trascurabili, poiché i dieci punti, se implementati, ratificherebbero una sconfitta senza precedenti per gli Stati Uniti. Basti pensare che tra le condizioni stabilite dalla Repubblica Islamica ci sono il mantenimento del programma di arricchimento dell’uranio, la cancellazione di tutte le sanzioni, il pagamento di risarcimenti per i danni causati dalla guerra di aggressione e il ritiro di tutte le forze militari USA dal Medio Oriente.
Un altro punto cruciale è l’accettazione del controllo del transito nello stretto di Hormuz da parte iraniana, che Trump ha invece sostenuto avverrà con la partecipazione americana. L’affermazione di Trump è del tutto irrealistica, visto che la nuova realtà imposta da Teheran in questa via d’acqua non è ragionevolmente modificabile, nemmeno con la forza militare, e, oltretutto, rappresenta il fattore determinante nel consolidare il nuovo status di potenza regionale e non solo della Repubblica Islamica. A questo proposito, il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha precisato che per due settimane il passaggio attraverso Hormuz verrà garantito grazie al coordinamento con le forze armate di Teheran, ma, come per la guerra in generale, questa realtà potrebbe rapidamente cambiare se dovessero esserci violazioni della tregua da parte americana o dello stato ebraico.
Proprio il possibile rispetto da parte di Netanyahu della tregua è una delle questioni più discusse in queste ore. Il cessate il fuoco avrebbe dovuto includere anche il Libano, ma Israele ha subito alzato il livello dell’aggressione contro Hezbollah e il Libano, quasi certamente per rimarcare la propria libertà di azione nonostante la de-escalation decisa da Trump. Israele ha d’altronde sempre violato finora gli accordi sottoscritti – vedi Gaza e Libano – continuando a condurre attacchi e stragi mentre le controparti li osservavano scrupolosamente. I fatti di mercoledì hanno quindi subito messo in discussione i termini della tregua, con l’Iran che ha invitato la Casa Bianca a scegliere tra il cessate il fuoco e la prosecuzione della guerra attraverso Israele. Per il momento, lo stretto di Hormuz rimane chiuso e Teheran ha promesso una risposta adeguata ai nuovi crimini israeliani in Libano.
L’aspetto più importante della vicenda è legato comunque alle prossime mosse di Trump. L’apertura dei negoziati è ufficialmente prevista venerdì a Islamabad, ma le circostanze che hanno portato alla guerra scatenata da USA e Israele il 28 febbraio e a quella dei “12 giorni” del giugno dello scorso anno testimoniano di una incapacità strutturale da parte americana di rispettare gli accordi o di discutere in buona fede. È altamente probabile perciò che, anche in questo caso, dietro la tregua si nasconda la volontà di prendere tempo e ricalibrare l’aggressione militare. Anche perché l’accettazione anche solo di una parte delle condizioni chieste da Teheran determinerebbe un pesante ridimensionamento della posizione di Washington in Medio Oriente, con una serie di conseguenza difficilmente tollerabili, a partire dall’erosione del sistema basato sui “petrodollari”, vero e proprio fondamento della potenza globale americana.
L’Iran e la liquidazione del sistema di potere che lo governa dal 1979 rappresentano d’altra parte un’autentica ossessione per tutta la classe dirigente degli Stati Uniti, democratici compresi. Le modalità con cui Trump ha intrapreso una guerra in preparazione da decenni e, soprattutto, i ripetuti fallimenti a cui le forze americane sono andate incontro nelle ultime settimane hanno però innescato una grave crisi politica e profonde divisioni sul fronte domestico. Nei giorni scorsi si sono moltiplicati gli appelli, da parte di membri del Congresso democratici, a fermare un presidente fuori controllo e deciso a macchiarsi di crimini di guerra di dimensioni enormi. Ciò, assieme alla persistente impopolarità della guerra e dello stesso presidente tra gli americani, ha probabilmente influito sulla decisione di rimandare l’escalation militare. Anche gli stessi ambienti militari hanno forse agito da forza moderatrice, se non altro perché essi stessi responsabili in prima persona dei crimini che la Casa Bianca stava per ordinare.
Nei prossimi giorni saranno così più chiari i contorni di una tregua che, al momento non lascia intravedere nessuna soluzione definitiva al conflitto. I vertici della Repubblica Islamica non si fanno da parte loro nessuna illusione sull’attitudine americana e restano quindi pronti a riprendere le ostilità in qualsiasi momento. Il comunicato ufficiale del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano ha infatti chiarito entro quali termini potranno avanzare le trattative. Le parole scelte denotano una sicurezza e una determinazione rafforzate da oltre un mese di guerra. Per Teheran, la tregua di due settimane comporta l’accettazione da parte americana delle proprie condizioni. Condizioni che, però, porterebbero a una riorganizzazione radicale degli equilibri strategici mediorientali a tutto svantaggio di USA e Israele.
Nonostante il fallimento dell’operazione Iran, i segnali che Trump e Netanyahu siano pronti ad accettare questa realtà sono virtualmente inesistenti. Una ripresa delle ostilità resta perciò l’ipotesi più probabile. Nel frattempo, almeno per qualche giorno, il Medio Oriente e il resto del mondo possono forse tornare a tirare un sospiro di sollievo.

