ISRAELE, C’È CHI DICE NO
di Luca Mazzucato
Israele è una nazione in guerra, un paese di soldati. Tutti, uomini e donne,
servono nell’esercito, tranne gli studenti delle scuole religiose. Dei due o tre
anni di servizio militare, una buona parte si svolge nelle zone occupate della
West Bank e, prima del ritiro, sulle alture del Golan e nella Striscia di Gaza.
La guerra influenza da sempre il tessuto sociale e l’inconscio della nazione ebraica.
Tuttavia, condividere le proprie esperienze di soldato è un tabù
che gli attivisti di Shovrim Shtika, Breaking the Silence, sono riusciti a infrangere. Yehuda Shaul, fondatore dell’organizzazione, mi racconta di questa scommessa
vinta mentre passeggiamo lungo il muro che separa la parte occupata di Hebron
dalla zona sotto il controllo palestinese. Yehuda ha una folta barba e porta
sempre la kippah.
Mi racconta che fino a due anni fa era soldato nell’IDF di
stanza a Hebron, uno dei posti più allucinanti della West Bank. Nella
parte occupata di questa città attualmente vivono settecento coloni sparsi
tra trentamila palestinesi. Con lo scopo ufficiale di proteggere i coloni, un
migliaio di soldati tiene la città sotto coprifuoco e impedisce ai palestinesi
l’utilizzo delle strade principali, completamente deserte. Passando per quella
che fino a qualche mese fa era la Casbah, di cui ora rimangono solo serrande
abbassate e matasse di filo spinato che intralcia il passaggio, Yehuda mi racconta
che l’esercito ha recentemente evacuato tutti i negozi palestinesi della zona
e isolato l’accesso alle strade del quartiere con dei muri di cemento armato
alti due metri, che i bambini palestinesi hanno ricoperto di disegni colorati.
Tre anni fa, Yehuda, insieme ad altri quattro soldati della sua unità
a Hebron, dopo il congedo ha deciso di iniziare a raccogliere le testimonianze
dei soldati israeliani nei Territori Occupati. Il loro scopo era rompere l’assurda
omertà che in Israele circonda le esperienze di guerra. "Tutti gli
israeliani hanno vissuto l’occupazione", mi racconta, "la mia generazione
è stata qui durante la seconda Intifada, mio padre era qui nell’87 quando
è scoppiata la prima Intifada e nella guerra del ’67. Tutti abbiamo vissuto
gli stessi traumi, ma non se ne può parlare, né in famiglia, né
altrove, la guerra è un enorme rimosso collettivo".
Secondo Yehuda l’occupazione ha distorto e pervertito il senso morale e l’etica
dell’intera nazione israeliana. "Quando sei in azione, ti senti onnipotente,
puoi disporre a piacimento della vita di chiunque, ai check point ogni tuo cenno
è un ordine che viene eseguito prontamente. Al tempo stesso, sai che
tutto questo è profondamente sbagliato, che è possibile solo perché
hai un mitra in mano e dietro di te ci sono altri cinque soldati che ti guardano
le spalle." Yehuda, insieme ai fondatori di Shovrim Shtika, cominciò
tre anni fa a raccogliere le testimonianze delle storie infinite di violenze,
soprusi, rappresaglie e vendette, che secondo lui sono responsabili della perdita
del senso di giustizia di un’intera nazione. La loro prima esposizione "Racconti
di combattenti a Hebron" raccontava in patria quello che succedeva a due
passi, immagini agghiaccianti sulla quotidianità dei soldati ai check
point e delle azioni di rappresaglia, rompendo finalmente il tabù. La
partecipazione fu straordinaria e da allora le testimonianze raccolte sono centinaia.
Gli chiedo se hanno avuto dei problemi con l’esercito. "I primi mesi sono
stati difficili, la polizia ha perquisito la nostra sede e sequestrato tutti
i documenti. Ci accusavano di mettere in pericolo la sicurezza nazionale, di
svelare i piani dell’IDF, di fare il gioco dei terroristi. Ci hanno portato
in tribunale ma i giudici ci hanno dato ragione".
Yehuda Shaul è un volto noto ai coloni di Hebron. Un mese fa, su questa
stessa strada, mentre raggiungevamo l’abitazione di un palestinese con una delegazione
di parlamentari del Meretz, un gruppo di coloni ci ha fermato. Improvvisando
un comizio, i coloni chiamavano Yehuda assassino e amico di Maometto, urlando
che una volta proteggeva le loro case e ora era diventato un traditore. I coloni
a Hebron sono in agitazione. Dopo il ritiro da Gaza temono che Sharon si stia
preparando ad evacuare anche loro, per spostarli fuori dalla città vecchia
e lontano dalla tomba dei patriarchi. Quindi stanno cercando l’appoggio dell’opinione
pubblica israeliana e non perdono occasione di farsi sentire.
Gli chiedo di raccontarmi qualche sua esperienza di soldato a Hebron. "Durante
l’Intifada, spesso dalla zona H1 i palestinesi sparavano dei colpi di fucile
sulle case dei coloni. In genere erano colpi a vuoto, una volta sola è
successa una cosa orribile, un cecchino ha ucciso il figlio di un colono nella
sua culla. Comunque, ogni sera, quando sentivamo degli spari e scattava il coprifuoco,
avevamo l’ordine di rispondere al fuoco." Gli chiedo come scoprivano da
dove arrivava il colpo. "Non lo scoprivamo affatto. L’ordine era di sparare
un centinaio di granate a pioggia sulla città, colpivamo palazzi, strade,
negozi, a caso, senza un obiettivo specifico. Ogni volta, sulla radio israeliana
la notizia era: i soldati israeliani rispondono al fuoco palestinese a Hebron,
alcuni attivisti palestinesi sono rimasti uccisi. "Recentemente è
uscito sul sito www.shovrimshtika.org un dossier sulle regole di ingaggio nei
territori, in cui si raccontano le operazioni di rappresaglia dell’esercito.
In breve, quando un soldato israeliano viene ucciso ad un check point, l’ordine
di rappresaglia è di uccidere altrettanti poliziotti palestinesi, in
genere disarmati, con delle imboscate notturne. L’azione viene poi fatta passare
per scontro a fuoco con dei terroristi.
Discutendo siamo infine ritornati alla tomba dei patriarchi. Saluto Yehuda
all’ultimo check point. Tornando a Tel Aviv scopro per radio che proprio a quel
check point una ragazza palestinese diciassettenne ha appena accoltellato un
soldato israeliano di poco più vecchio. Per fortuna il ragazzo si è
salvato, questa volta non ci saranno rappresaglie.

