Usa-Iran, trattative e bugie
Nell’ansia di frenare la corsa al rialzo di petrolio e gas e nel tentativo di coprire la presa di distanza da parte dei suoi alleati NATO, il presidente Trump annuncia una presunta trattativa con l’Iran in quindici punti che però Teheran smentisce. In realtà, infatti, non di trattativa si tratta ma di una “proposta di pace” che gli Stati Uniti hanno inoltrato all’Iran attraverso il Pakistan, che si è offerto come mediatore. Trattative inesistenti, frutto della fantasia del presidente degli Stati Uniti, ormai fuori controllo secondo gli standard politici, diplomatici e forse psichiatrici. Il portavoce dell’esercito iraniano, Ebrahim Zolfaqari, si concede una battuta: “Il vostro conflitto interiore ha raggiunto il punto in cui state negoziando con voi stessi?”, chiede agli Stati Uniti, con tono sarcastico. E chiosa: “Persone come noi non potranno mai andare d’accordo con persone come voi”.
Sono espressioni dure, affatto improntate alla diplomazia, ma del resto nessun Paese al mondo, non l’Iran comunque, si siederà al tavolo delle trattative con gli Stati Uniti senza una robusta dose di controllo internazionale e per tre buoni motivi. Il primo è che l’assoluto disprezzo per le regole della stessa diplomazia e per qualunque interlocutore caratterizzano l’agire dell’Amministrazione Trump, specializzata nello sferrare attacchi militari proprio nel corso dei negoziati, che servono quindi soprattutto per far allentare l’attenzione difensiva delle controparti, convinte che i colloqui servono a trovare la soluzione politica e pacifica al contenzioso. Un comportamento infame e privo della dose minima di onorabilità diplomatica che deve caratterizzare il comportamento degli stati membri della comunità internazionale.
Il secondo è che la riconosciuta disinvoltura con la quale gli USA stracciano accordi che prima avevano firmato (tra questi il 5+1 proprio sull’Iran firmato da Obama come pure quello sui missili a breve e medio raggio e sulla riduzione degli armamenti strategici con la Russia) è ormai consuetudine nota a tutte le cancellerie.
Il terzo è che la loquacità presidenziale non ha nessuna relazione con la verità delle cose e dimostra invece come Trump sia imprevedibile e soprattutto inaffidabile. Inventa trattative inesistenti e vittorie che solo lui vede, nega sconfitte evidenti a tutti, mente e smentisce se stesso e chiunque altro, minaccia e cerca di colmare il vuoto di iniziativa con continui rilanci da pokerista disperato, intento a diffondere l’idea che vince soprattutto quando perde. Insomma non offre nessuna garanzia di serietà ed affidabilità nella narrazione del quadro generale dove dovrebbero essere inseriti i colloqui e questo toglie ogni interesse per gli stessi, che appaiono una pura perdita di tempo dagli esiti scontati. Difficile quindi convincere gli stati ad accordi scritti sull’acqua.
D’altro canto, se ci si sofferma a vedere quali sarebbero i 15 punti che Washington propone a Teheran per negoziare si capisce perché Teheran non negozierà mai a queste condizioni.
La tv israeliana Channel 12 ha svelato nei dettagli i punti:
1) smantellamento delle capacità nucleari esistenti, 2) impegno dell’Iran a non perseguire più lo sviluppo di armi nucleari e 3) a non arricchire più l’uranio nel proprio territorio, 4) consegna all’Aiea dei circa 450 kg di uranio arricchito al 60% 5) smantellamento degli impianti di Natanz, Isfahan e Fordow, 6) pieno accesso all’Aiea in Iran, 7) abbandono degli alleati in Libano, Irak, Yemen e Palestina, 8) cessazione del finanziamento alle milizie per alleate nella regione, 9) Stretto di Hormuz aperto, sarà una zona marittima libera e nessuno lo bloccherà.
Quanto al progetto missilistico, verrà presa una decisione in seguito, ma sarà necessario limitare il numero e la gittata (10) e l’uso futuro sarà solo a scopo di autodifesa (11).
In cambio l’Iran otterrà 12) la rimozione di tutte le sanzioni, 13) l’aiuto a promuovere e sviluppare un progetto nucleare civile a Bushehr (per la produzione di elettricità), 14) l’eliminazione della minaccia di ripristino automatico delle sanzioni. Il 15esimo punto è genericamente riferito a garanzie di sicurezza regionale più ampie.
In attesa di ricevere queste richieste, che sono simili a quelle fatte dagli USA prima del conflitto e che erano giustamente state respinte in gran parte da Teheran, dato che configurerebbero una sorta di capitolazione dell’Iran, la repubblica islamica ha fatto sapere cosa intende per soluzione politica e non militare alla guerra. Secondo il Wall Street Journal, Teheran chiede:
risarcimenti per gli attacchi subiti
chiusura di tutte le basi militari Usa nel Golfo Persico
garanzie che la guerra non riprenda
cessazione degli attacchi israeliani contro Hezbollah
un nuovo accordo nel Golfo che consentirebbe alla Repubblica islamica di riscuotere pedaggi dalle navi che attraversano lo strategico Stretto di Hormuz sul modello applicato dall’Egitto al Canale di Suez.
Come si vede posizioni inconciliabili. Quella statunitense parte dal presupposto che gli USA siano il commissario politico ed economico dell’Iran e che possano decidere la caduta della Repubblica Islamica senza essere riusciti a batterla sul terreno. Una sorta di tentativo di prendersi al tavolo quello che non si riesce a prendere sul campo.
E’ chiaro che ci si trovasse di fronte ad una trattativa diplomatica seria le distanze potrebbero essere (in parte) limate, ma la sostanziale inaffidabilità statunitense nei negoziati vede un cammino in salita. E poi, tanto per cambiare, c’è una macabra quanto ridicola coerenza nel doppiogiochismo della Casa Bianca che, mentre finge trattative che non esistono, invia duemila marines nell’area. Le trattative sono finte, i marines veri.
Teheran ha tutti i motivi per non dedicare tempo a scambi propagandistici che sembrano più che altro una manifestazione di esistenza in vita per una strategia che si è dimostrata completamente sbagliata, senza respiro strategico e unicamente crudele. Ma la distonia maggiore è tra la verità militare sul terreno che vede l’Iran capace di resistere e controbattere e il racconto fantasy del conflitto che viene offerto dal tycoon nei suoi logorroici e quotidiani incontri con i giornalisti devoti.
A monte e a valle di tutto questo c’è una valutazione sul grado di autonomia politica di cui Trump gode nei confronti di Israele, che appare sempre più il dominus della strategia statunitense. La dipendenza politica, religiosa e militare della Casa Bianca da Tel Aviv sta spingendo diversi sostenitori MAGA a rivedere l’entusiasmo per Trump ed una mancata vittoria militare in un clima di diffidenza si tramuterebbe rapidamente in una sconfitta politica di enorme portata. La credibilità di Trump è già ai minimi storici all’interno (36% di consensi nella popolazione nordamericana) ed anche all’estero il Tycoon raccoglie soprattutto sfiducia e preoccupazione. Il calo dei consensi sia in patria che all’estero portano l’indice della percezione negativa a livelli mai registrati per un presidente statunitense, che annovera ormai solo Netanyahu, Meloni e Orban da questa parte dell’oceano e Milei, Noboa e Kats in America Latina. Un magro quanto indecente bottino per chi ha la pretesa di governare il mondo.

