Trump e il labirinto iraniano
La disperata ricerca da parte di Trump di un modo per rompere il blocco di fatto dello stretto di Hormuz imposto dall’Iran non sembra potere dare i frutti sperati, quanto meno in tempo utile per evitare una crisi di proporzioni epocali dei mercati energetici globali. Nel frattempo, la realtà di una guerra clamorosamente sottovalutata da parte di USA e Israele sta diventando sempre più difficile da nascondere, tanto che la Casa Bianca ha addirittura richiamato quegli stessi media “mainstream” che hanno finora in sostanza agito da organi della propaganda ufficiale. Almeno qualcuno sta in ogni caso beneficiando delle conseguenze della guerra di aggressione in corso, ovvero le grandi compagnie petrolifere americane, i cui profitti andranno alle stelle proprio grazie alla vertiginosa impennata del costo di gas e petrolio.
La coalizione dei codardi
Nelle analisi o presunte tali che circolano in questi giorni sui giornali e tra i think tank americani, ricorrono alcune iniziative da intraprendere per ristabilire il flusso delle petroliere attraverso lo stretto di Hormuz. I rimedi sono in definitiva due. Il primo è la distruzione della capacità di fuoco dell’Iran, in modo che un’eventuale scorta militare dei mezzi commerciali in transito non corra il rischio di venire colpita. L’altra opzione è l’invio di truppe di terra capaci di prendere possesso delle aree in territorio iraniano adiacenti alle vie d’acqua in questione.
Entrambe le ipotesi non sono però realisticamente percorribili. La conformazione della costa iraniana e la vicinanza ad essa delle rotte che le navi devono seguire fanno in modo che le forze armate di Teheran possano disporre di diverse soluzioni per attaccare i convogli, inclusi quelle meno “moderne”, al di là della già improbabile capacità da parte americana di ridurre in modo decisivo le capacità balistiche della Repubblica Islamica. Stesso discorso vale per un’invasione di terra, che Washington sembra in effetti valutare ma che, come minimo, provocherebbe pesantissime perdite tra gli invasori.
C’è anche da considerare il risvolto strategico dell’impresa che Trump ritiene essere facilmente attuabile. Nel caso i mezzi della marina americana dovessero fallire ed essere distrutti o costretti a lasciare le acque vicine allo stretto di Hormuz senza avere sbloccato la situazione, si sarebbe in presenza della ratifica definitiva del vantaggio iraniano nel dettare le condizioni del conflitto e, soprattutto, nel causare o evitare una crisi energetica, economica e finanziaria globale. A quel punto, nessuna sparata retorica dell’inquilino della Casa Bianca potrebbe più rassicurare nemmeno per un breve periodo mercati, investitori e alleati.
La perdita inesorabile del controllo della narrativa della guerra da parte di Trump è ribadita dal carattere sempre più insensato dei suoi post e delle sue dichiarazioni pubbliche. Contraddizioni e assurdità ben oltre il limite del ridicolo affollano ormai ogni giorno le frasi scritte o pronunciate dal presidente americano. L’ostentazione dei presunti successi senza precedenti che gli USA avrebbero già ottenuto contro l’Iran fa a pugni ad esempio con la necessità stessa di scongiurare gli alleati per mettere assieme una forza navale multilaterale che porti a termine una “una piccolissima impresa” come appunto quella di riaprire lo stretto di Hormuz.
Ancora più ridicola è la richiesta fatta alla Cina di prendere parte a questo contingente, visto che Pechino non ha nessuna necessità di farlo, essendo le petroliere che trasportano greggio verso la Cina già autorizzate da Teheran a passare senza problemi le acque dello stretto. Trump ha poi assicurato che i sondaggi fatti dalla diplomazia USA con i paesi da coinvolgere in questi piani hanno dato discreti risultati e già sette di questi starebbero discutendo i termini del dispiegamento di mezzi navali.
I risultati a cui si riferisce Trump sono tuttavia rifiuti molto fermi, come hanno fatto ad esempio Francia e Germania, i cui governi sanno benissimo che l’eventuale partecipazione a questa avventura si risolverebbe in un disastro e segnerebbe l’entrata ufficiale in una guerra criminale di aggressione. Il capolavoro retorico nel declinare gli inviti di Trump appartiene a Parigi. Secondo il governo francese, una missione per scortare le petroliere attraverso lo stretto di Hormuz verrà organizzata quando “le circostanze lo permetteranno”, ovvero quando non ce ne sarà più la necessità.
La misura del grado di illusione di Trump su questo argomento si desume anche dalle notizie che circolano su trattative in corso tra alcuni governi e le autorità iraniane per consentire ai rispettivi convogli di passare liberamente lo stretto. Secondo il Financial Times lo starebbero facendo vari paesi europei, tra cui Italia e Francia, secondo Trump impegnati invece a concordare i termini di una missione navale per forzare il blocco con la forza militare. Anche l’India, tra i paesi più esposti in assoluto al blocco imposto dall’Iran, starebbe implorando Teheran per trovare un accordo e permettere il transito del petrolio che Delhi è costretta a importare dal Golfo Persico. A poco servirà anche l’avvertimento del presidente americano agli alleati che per la NATO si prospetta un “futuro molto brutto” se non aiuteranno gli Stati Uniti a liberare lo stretto di Hormuz. La realtà non cambia, malgrado le invettive di Trump, e c’è comunque da chiedersi cosa possa andare peggio rispetto alla catastrofe a cui si assiste oggi dopo che l’Europa ha assecondato quasi del tutto le azioni americane.
Secondo alcune stime, almeno dieci petroliere sono già state colpire dall’artiglieria o da droni iraniani a partire dal 28 febbraio, mentre un migliaio risultano al momento ferme in mare senza possibilità di attraversare lo stretto di Hormuz. Anche la rotta alternativa attraverso il mar Rosso più a sud, dove soprattutto l’Arabia Saudita ha dirottato una parte della propria produzione di greggio sfruttando oleodotti esistenti, potrebbe a breve essere esposta a un blocco selettivo se il governo di Ansarallah (“Houthis”) dello Yemen dovesse entrare in guerra a fianco dell’Iran.
Sul medio e lungo periodo, il problema non è solo per il petrolio e il gas, ma anche per molte altre materie prime che rischiano di essere sottratte in buona parte dai mercati internazionali, con ripercussioni drammatiche in diversi ambiti, inclusa l’industria dei semiconduttori e l’agricoltura. Il ministro degli Esteri della Repubblica Islamica, Abbas Araghchi, ha intanto confermato in un’intervista alla rete americana CBS che il suo governo è stato “approcciato” da molti paesi che chiedono il via libera per le loro imbarcazioni commerciali. Le decisioni vengono dunque prese a Teheran, al di là di proclami e minacce vomitate da Washington.
L’azzardo di Kharg e i profitti dei petrolieri
Mentre Trump cerca disperatamente alleati disposti a immolarsi per riaprire lo stretto di Hormuz, l’ombra di una nuova escalation si allunga su Kharg, l’isola che ospita il principale terminal di esportazione petrolifera dell’Iran. L’avvertimento del capo della Marina dei Guardiani della Rivoluzione, ammiraglio Alireza Tangsiri, è stato chiaro: se gli attacchi americani dovessero estendersi a Kharg, si creerebbe “un’equazione senza precedenti” per i prezzi e la distribuzione globale dell’energia. Detto in parole povere, il conflitto entrerebbe in una fase completamente nuova, con conseguenze che nemmeno i falchi di Washington possono realmente contemplare.
Nel fine settimana, le forze USA hanno già colpito installazioni militari sull’isola, scatenando la prevedibile reazione iraniana con un attacco di droni contro un terminal petrolifero negli Emirati Arabi Uniti. Gli analisti di JP Morgan parlano ormai apertamente di “escalation”, mentre RBC Capital Markets prevede che il greggio Brent possa superare i 128 dollari al barile entro un mese. Alcuni funzionari iraniani hanno addirittura evocato lo scenario di un petrolio a 200 dollari se la guerra dovesse proseguire su questa china. Numeri che farebbero tremare i polsi a qualsiasi governo, tranne forse a quello americano.
Perché se c’è un settore che in questa guerra sta brindando, è proprio l’industria petrolifera statunitense. Secondo stime pubblicate dal Financial Times, i produttori USA incasseranno un extra di 5 miliardi di dollari solo nel mese di marzo, grazie al balzo del 47 per cento delle quotazioni dall’inizio dell’aggressione contro l’Iran. Se i prezzi dovessero mantenersi intorno ai 100 dollari al barile per il resto dell’anno, il bottino complessivo per le compagnie americane potrebbe toccare i 63,4 miliardi.
Trump, con la consueta sobrietà, ha esultato sui social: “Gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo, di gran lunga, quindi quando i prezzi salgono, guadagniamo un sacco di soldi”. Che i consumatori americani ed europei paghino il conto sotto forma di inflazione e bollette alle stelle è dettaglio che pare sfuggire all’entusiasmo del presidente. Le major come ExxonMobil e Chevron, pur esposte in Medio Oriente più di quanto vorrebbero ammettere, sanno bene che i rivali europei come BP, Shell e TotalEnergies sono nella loro stessa situazione. E Total ha già fatto sapere che l’aumento del prezzo “più che compensa” eventuali perdite di produzione nella regione. Mentre le petroliere restano ferme nello stretto e l’Iran decide chi far passare e chi no, in Texas si stappano già le prime bottiglie.
Il bavaglio e la fabbrica del consenso
Con le petroliere ferme nello stretto di Hormuz e i prezzi dell’energia che volano, l’amministrazione Trump tenta disperatamente di blindare l’unico fronte su cui crede di avere ancora il controllo, ovvero quello dell’informazione. Brendan Carr, presidente della FCC scelto personalmente dal presidente, ha minacciato di revocare le licenze alle emittenti americane che osano raccontare la guerra senza i crismi della propaganda ufficiale. Il pretesto sono le “bufale” e le “distorsioni”, vale a dire qualsiasi notizia che non coincida con i trionfalismi della Casa Bianca. L’ultima colpa di giornali e network? Aver riportato che cinque aerocisterne americane sono state danneggiate in un attacco in Arabia Saudita. Per Trump, che ha definito i reporter “feccia”, si tratta di una cospirazione per far perdere gli Stati Uniti. Per Carr, il messaggio è semplice: o si corregge il tiro, o si perdono le licenze.
Le reazioni non si sono fatte attendere, ma difficilmente fermeranno la macchina del consenso forzato o, quanto meno, i destinatari delle minacce finiranno per esercitare ancora di più una sorta di auto-censura. Il governatore democratico della California, Gavin Newsom, ha definito la mossa “flagrantemente incostituzionale”, mentre la Foundation for Individual Rights and Expression parla senza mezzi termini di “avvertimento autoritario”. Il senatore democratico delle Hawaii, Brian Schatz, è andato dritto al punto: non si tratta più di attaccare i comici dei talk show notturni, ma di dettare come deve essere coperta una guerra. E mentre il segretario alla Guerra, Pete Hegseth, accusa i media di concentrarsi troppo sui soldati caduti invece che sui “successi” militari, l’impressione è che l’amministrazione stia preparando il terreno per un’operazione di riscrittura della realtà. Il problema è che la realtà, come le petroliere ferme nello stretto, non si muove per decreto. E a Teheran, intanto, continuano a decidere chi può passare e chi no.

