Il soldato Dollaro affoga nel Golfo
L’aggressione della coalizione Epstein all’Iran sta dando forma a tutti i timori che una buona parte dell’establishment militare USA aveva fatto presente a Trump. Inascoltate, le riserve dei generali USA si limitavano solo alla dimensione possibile del conflitto e alle capacità belliche iraniane. I report della CIA invece ritenevano maturi tempi e condizioni per una spallata al governo della teocrazia persiana. Il campo sembra dimostrare che il costo dell’impresa sarà decisamente superiore ai suoi vantaggi ma limitarsi a ritenere l’aggressione esclusivamente frutto della dipendenza politica da Israele sarebbe limitativo. C’è anche, a spiegazione degli eventi, un filo nero che unisce le vittime delle aggressioni statunitensi in giro per il mondo ed è rappresentato dal petrolio e dal gas. Gli elementi comuni, infatti, che tengono insieme l’Irak e la Libia, la Siria e il Venezuela ed ora l’Iran sono fondamentalmente tre:
Il primo è che sono tutte potenze petrolifere di grande rilievo, tutte tra i primi dieci paesi produttori di greggio al mondo.
Il secondo è che sono paesi la cui direzione politica al momento dell’attacco era fortemente antagonista agli Stati Uniti, comunque non disponibile a consegnare risorse e sovranità politica alla bulimia imperiale di Washington. La libertà di muoversi sui mercati secondo convenienza diviene però un affronto all’ordine disegnato da Washington. La diversificazione del portafoglio commerciale con Cina, Russia ed Europa e il rifiuto ad ospitare basi militari statunitensi, sono elementi che da soli fanno entrare in rotta di collisione qualunque Paese con la Casa Bianca. Perché indicano una dimensione di stati liberi di scegliere identità politica, riferimenti finanziari, commerci e sistema di alleanze internazionali e, per le politiche predatorie dell’Occidente collettivo cosiddetto “liberaldemocratico”, diventano sfide intollerabili.
Il terzo – il più importante – è che tutti gli aggrediti avevano deciso di vendere il loro petrolio e gas commerciandolo non più in Dollari ma in Euro (Irak, Libia), Yuan (Siria, Venezuela e Iran). Il nuovo punto di partenza e arrivo delle aggressioni imperiali si fonda sull’utilizzo o meno del Dollaro come valuta esclusiva per l’import/export degli idrocarburi.
Il costo delle varie aggressioni militari statunitensi per impedire la libertà di commercio dei produttori di idrocarburi è stato di alcuni milioni di morti, di paesi distrutti e mai ricostruiti e dell’innesto permanente delle divisioni in aree controllate da milizie che ne rendono tutt’ora impossibile la ricostruzione istituzionale e la stabilizzazione politica. Nel caso siriano, addirittura, un esponente di Al-queda prima e dell’Isis poi (sotto il nome di Al Nusra, la sua componente siriana) è stato ricevuto con tutti gli onori alla Casa Bianca, sdoganando così il terrorismo sunnita (quello sciita non è mai esistito).
Come s’intuisce da questa breve roadmap dell’orrore, che si ciba di guerre per il controllo politico di paesi e snodi commerciali, risorse di suolo e sottosuolo e posizionamento strategico, ormai da circa 20 anni è accompagnato dalle sanzioni verso i nemici, gli amici dei nemici e persino gli amici riluttanti. Un dato spiega come quella in corso sia la guerra degli USA contro il mondo intero: il 73% della popolazione mondiale vive sotto sanzioni. Ma se non si usa il Dollaro come divisa per gli scambi, l’effetto delle sanzioni si riduce enormemente.
La propaganda di guerra imperiale vende articoli da banco come democrazia, diritti umani, libertà delle donne, ma nel retrobottega nasconde la sua merce di valore, ovvero l’assistenza obbligata al Dollaro, sempre meno moneta di riferimento sia per gli investimenti dei capitali che degli scambi commerciali di molti paesi al mondo.
Anche perchè c’è l’oggettiva perdita di valore della divisa statunitense, che è fortemente indebolita dai numeri drammatici dell’economia reale statunitense, che vede un debito ormai impagabile (circa 40.000 miliardi di Dollari). Solo nel 2025 ha perso il 11% del valore e gli analisti di Morgan Stanley ritengono che potrebbe perdere ancora tra il 6 e il 10% del suo valore nel corso del 2026.
Il sistema basato sul Dollaro ha consentito per oltre mezzo secolo il dominio dell’economia internazionale da parte statunitense. Se non fosse stato (e ancora lo è) il perno del capitalismo mondiale, l’economia statunitense sarebbe già andata in default, perché tecnicamente rischia più la stagflazione che la ripresa: con una inflazione al 6-7% e una crescita che non supera lo 0,7% il rischio è presente. Una condizione che sollecita gli investitori internazionale a rivolgere altrove il loro business, perché gli altissimi interessi che pure gli USA promettono di pagare alla scadenza dei loro Buoni del Tesoro con cui finanziano il debito attraverso la formazione di ulteriore debito, non è considerata affidabile. Già oggi gli USA pagano di soli interessi annui sui Titoli di Stato oltre 600 miliardi di Dollari e, non fosse già un’enormità passiva, devono promettere più interessi ogni anno per rendere i loro titoli appetibili per gli investitori.
L’aumento degli interessi non basta però a far lievitare la richiesta di Titoli e così lo stesso Paese che li emette è costretto a comprarseli: è la monetizzazione del debito, ovvero la creazione di denaro per finanziare se stesso. Risultato? L’inflazione più alta degli ultimi 40 anni come pure il costo della vita. Il quadro indica solo due soluzioni: o gli USA riducono la già ridotta spesa pubblica (scelta impopolare per gli elettori) oppure deve continuare a stampare denaro per coprire un debito impossibile da saldare acquistando Titoli che nessuno dall’estero vuole più. Anche (non solo) per questo, il flusso dei capitali internazionali che amministrano il risparmio e gli investimenti speculativi si sposta da ormai alcuni anni da Nord verso Sud. Anche di questo si giova la crescita del Sud Globale.
Crescita che si riflette in quella dei BRICS, arrivati a determinare il 43% del PIL mondiale. La decisione dei BRICS di indirizzare i commerci dei membri dell’organismo privilegiando gli scambi interni e, comunque, utilizzando le proprie monete nazionali e non più il Dollaro, sta portando il biglietto verde degli USA in un territorio estremamente complicato. Il Dollaro, bene rifugio valutario storico, essendo ormai divenuto la valuta di una economia in crisi terminale, non suscita corse internazionali all’acquisto e, senza le richieste di Dollari – utili per acquistare i Buoni del Tesoro o commerciare con gli USA – stamparne oltre ogni limite per finanziare l’economia interna farebbe esplodere l’inflazione a livelli insostenibili. Qui si forma l’idea che, come per tutte le dinamiche storiche che Washington non riesce a governare, la forza militare sia l’unica possibilità di determinare il comando.
La stessa sfida alla Cina risulta ormai un sentiero arduo da percorrere. Indifferente alla minaccia di sanzioni perché in grado di raddoppiarne a suo favore gli effetti sull’economia statunitense, Pechino ha ridotto già del 20% i suoi flussi commerciali con Washington, così come ha fatto cedendo a Giappone e GB con una quota importante di titoli USA in suo possesso. Xi si guarda bene dal mettere tutta la riserva di Titoli USA sul mercato detenuti dalla Cina, ne pagherebbe un alto costo; ma lo fa progressivamente, con costanza, riducendo al minimo il rischio di panico nelle Borse, accettando minime perdite ma riducendo il rischio strategico.
Pensare di schiacciare la Cina isolandola nel commercio internazionale appare un’ipotesi priva di senso e certamente non facilitata dalle politiche della Casa Bianca. Minacciare la Cina di dazi è ancor più ridicolo: la Cina, pur accusando il colpo, sarebbe in grado di sopperire all’export negli USA diversificando i suoi prodotti nel Sud-Est asiatico, in India, Indonesia, Russia. nei paesi arabi, in Africa e Australia la perdita del mercato statunitense, mentre al contrario per l’economia USA, che non produce più manufatti e prodotti di largo consumo, la fine dell’import cinese sarebbe un autentico dramma. Anche l’utilizzo sconsiderato del sistema sanzionatorio a 23 paesi ha contribuito all’ampliamento della presenza cinese sui mercati ed oggi 138 paesi su 194 hanno nella Cina il loro primo partner commerciale. Uno scambio a condizioni di parità, privo di ipoteche politiche e di minacce sanzionatorie è certamente da privilegiare per chiunque in tutti e cinque i continenti.
In definitiva il mondo disegnato finanziariamente per permettere al 4% della popolazione mondiale di consumare il 25% delle risorse disponibili e garantirsi quindi un livello di consumi superiori a chiunque, non funziona più. E non saranno le guerre a poter aver ragione di un mondo che si è articolato in blocchi economici e politici regionali e che ha imparato a navigare nei mercati per tutelare i propri interessi e non per finanziare il modello degli USA.
Non bastasse il quadro globale dell’economia, che indica l’affermarsi di un nuovo equilibrio globale, le guerre che si scatenano e non si riescono a vincere, producono un retrocedere veloce da parte di chi le inizia. Nascono per imporre interessi con la forza forza ma diventano il simbolo militare, politico ed economico di un impero prepotente ma ormai impotente.

